
| Venerdì 18 settembre (2026) il programma di libri e attualità culturale di RAI 3 “Quante Storie” – condotto da Giorgio Zanchini – ha dedicato un episodio alla vicenda imprenditoriale di Enrico Mattei. A parlarne sono stati invitati gli autori del libro “Lampi sull’ENI” scritto da Giuseppe Oddo e Vincenzo Calia, supportati da Peter Gomez. Non è questa la sede per spiegare l’inconsistenza della tesi dell’attentato: ciò è stato fatto in sedi più opportune. L’analisi dell’episodio di Quante Storie offre l’occasione per esaminare il modo in cui la vicenda imprenditoriale di Enrico Mattei viene affrontata da una pubblicistica di taglio giornalistico, rappresentata dalle opere di Oddo e Calia, alle quali si rifanno numerose ricostruzioni televisive dedicate all’argomento. Celebrare o studiare Mattei? Note sulla costruzione di una memoria pubblica La figura di Enrico Mattei occupa da decenni un posto centrale nell’immaginario pubblico della storia repubblicana italiana. Pochi protagonisti del Novecento italiano hanno conosciuto una fortuna memoriale e simbolica paragonabile alla sua. Eppure, proprio questa continua celebrazione ha finito spesso per ostacolare una ricostruzione storica rigorosa della sua vicenda politica e imprenditoriale. Esiste infatti una differenza sostanziale tra il celebrare un personaggio e studiarlo storicamente: nel primo caso si tende a trasformare l’individuo in simbolo, nel secondo si cerca invece di comprenderne la complessità, le contraddizioni, il contesto e i limiti. Per molti anni la figura di Mattei è stata raccontata soprattutto attraverso biografie di taglio giornalistico o memorialistico, spesso scritte da ex collaboratori, amici o osservatori direttamente coinvolti nell’esperienza dell’ENI. Questa letteratura, pur importante per la costruzione della memoria pubblica del personaggio, ha frequentemente privilegiato una narrazione semplificata e fortemente personalizzata degli eventi. Ne è derivata una rappresentazione eroica di Mattei: l’uomo solo che sfida i poteri forti internazionali, combatte contro le grandi compagnie petrolifere anglo-americane, difende l’interesse nazionale italiano e, infine, cade vittima di un attentato organizzato da oscuri centri di potere internazionali. La persistenza della tesi complottista sulla morte del presidente dell’ENI ha contribuito in maniera decisiva al consolidamento di questa interpretazione. L’idea di un Mattei assassinato dalle “Sette Sorelle”, dalla CIA, dall’OAS o da altri presunti “poteri forti” si inserisce perfettamente all’interno di una struttura narrativa tipicamente eroica: l’eroe che osa sfidare interessi enormi viene inevitabilmente eliminato. In questo modo la morte di Mattei non viene letta soltanto come un evento storico ancora discusso, ma diventa il coronamento simbolico di una vicenda interpretata quasi in chiave epica. La conseguenza è che molti aspetti della sua attività imprenditoriale e politica sono stati letti retrospettivamente alla luce di questo schema narrativo, deformando spesso la reale complessità dei fatti. Uno degli esempi più evidenti di questa deformazione riguarda la nomina di Mattei a commissario straordinario dell’AGIP nel 1945. Secondo la vulgata consolidata, l’imprenditore marchigiano sarebbe stato incaricato dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) e dal governo italiano di liquidare una vecchia azienda statale creata dal fascismo e considerata ormai inutile. Una volta giunto all’AGIP, Mattei avrebbe però scoperto, quasi casualmente, l’esistenza di immense risorse energetiche nel sottosuolo padano grazie ad alcuni documenti e alle informazioni fornitegli da tecnici lungimiranti. Presa coscienza dell’importanza strategica del metano padano, avrebbe allora deciso di “disobbedire” agli ordini del governo, salvando l’AGIP dalla liquidazione e impedendo che le compagnie anglo-americane si impossessassero delle risorse energetiche italiane. Questa ricostruzione, resa popolare soprattutto dal film Il caso Mattei di Francesco Rosi e ripetuta per decenni in libri divulgativi e opere cinematografiche – tra cui lo sceneggiato RAI Enrico Mattei. L’uomo che guardava al futuro -, presenta però numerose semplificazioni. Il saggio di Daniele Pozzi mostra infatti come la realtà fosse molto più articolata e come la vicenda della presunta “liquidazione” dell’AGIP sia stata successivamente trasformata in un mito funzionale alla costruzione dell’immagine eroica di Mattei (DANIELE POZZI, Enrico Mattei e la riorganizzazione dell’AGIP (1945-1948) in AA. VV., Enrico Mattei un protagonista del miracolo economico, Bologna, Il Mulino, 2024). Pozzi sottolinea innanzitutto come l’AGIP non fosse affatto una struttura improvvisata o priva di prospettive. Già durante il periodo fascista l’azienda aveva sviluppato competenze tecniche significative nel settore delle ricerche petrolifere e del gas naturale. Negli anni Trenta, grazie anche all’introduzione di nuove tecnologie come la sismica a riflessione, l’AGIP aveva avviato programmi di ricerca sempre più sofisticati nella Pianura Padana. Durante la guerra, nonostante le enormi difficoltà operative, i tecnici dell’azienda continuarono le perforazioni e gli studi geologici, arrivando all’individuazione della struttura di Caviaga, destinata poi a rivelarsi uno dei più importanti giacimenti di metano del Paese. Questo elemento è fondamentale perché ridimensiona radicalmente la narrazione tradizionale. Mattei non “scoprì” improvvisamente il metano padano né si trovò di fronte a una realtà completamente ignorata dai dirigenti e dai tecnici dell’AGIP. Al contrario, già prima del suo arrivo esisteva all’interno dell’azienda una struttura tecnico-scientifica consapevole delle potenzialità delle ricerche in corso. Lo stesso Ministero dell’Industria seguiva con attenzione gli sviluppi delle perforazioni lombarde e, nel 1945, diversi dirigenti dell’AGIP consideravano già promettenti i risultati ottenuti nella zona di Lodi. Anche la celebre lettera del ministro del Tesoro Marcello Soleri del 15 maggio 1945, spesso presentata come il documento che ordinava a Mattei di liquidare l’AGIP, assume un significato molto diverso se inserita nel suo contesto storico reale. Pozzi dimostra infatti che quella lettera riguardava soprattutto la questione dei finanziamenti statali alle vecchie ricerche minerarie “per conto dello Stato” e non costituiva un ordine esplicito di smantellamento dell’intera azienda. Soleri si opponeva principalmente alla prosecuzione di attività considerate economicamente troppo onerose nel quadro drammatico dell’Italia del dopoguerra. Inoltre, la situazione dei cantieri del lodigiano rimaneva ambigua proprio perché essi erano stati finanziati direttamente dall’AGIP e non rientravano completamente nel sistema delle “ricerche per conto dello Stato”. La stessa direzione romana dell’AGIP, guidata da Arnaldo Petretti, pur mantenendo inizialmente una linea prudente e orientata al contenimento dei costi, non sostenne mai apertamente la distruzione dell’azienda. Anzi, già nel corso del 1945 si sviluppò all’interno dell’AGIP una riflessione strategica sulla necessità di concentrare le risorse nelle aree più promettenti, in particolare nel lodigiano, preservando al tempo stesso il patrimonio tecnico accumulato negli anni precedenti. Il punto centrale è che la vicenda non può essere ridotta allo schema semplicistico del patriota ribelle che salva da solo l’azienda nazionale contro i complotti stranieri. Mattei si inserì piuttosto in una realtà industriale complessa, già attraversata da tensioni interne, da progetti di riorganizzazione e da differenti visioni strategiche sul futuro dell’AGIP. Il suo merito storico non consiste tanto nell’aver scoperto improvvisamente l’esistenza del metano padano o nell’aver eroicamente impedito una svendita agli americani, quanto piuttosto nell’aver saputo comprendere le potenzialità politiche, economiche e industriali di quelle risorse e nell’aver costruito attorno ad esse un progetto imprenditoriale di lungo periodo. Proprio questo aspetto rischia di essere oscurato dalla rappresentazione mitologica del personaggio. Trasformare Mattei in un eroe solitario significa infatti privarlo della sua reale complessità storica. Significa ignorare il ruolo fondamentale dei tecnici dell’AGIP, il peso delle strutture aziendali già esistenti, le continuità con il periodo precedente e le dinamiche istituzionali del dopoguerra italiano. In altre parole, la costruzione del mito matteiano finisce paradossalmente per impoverire la comprensione della reale portata della sua azione. Il 12 aprile del 1961, Enrico Mattei, presidente dell’ENI, partecipò ad una puntata della trasmissione televisiva della RAI “Tribuna politica”, condotta dal giornalista Gianni Granzotto. Durante tutto l’episodio, Mattei venne a lungo intervistato da alcuni giornalisti in merito alle attività svolte dall’azienda di Stato, e il presidente, rispondendo alle domande, espose l’operato dell’ENI. L’intervista iniziò con una semplice domanda di Granzotto, il quale chiese a Mattei di spiegare al pubblico italiano che cosa era l’ENI. Il presidente invece di rispondere direttamente, iniziò a raccontare una storia, i cui protagonisti erano dei grossi cani da caccia e un gattino piccolo, debole e magro. Una ventina di anni fa ero un buon cacciatore e andavo molto spesso a caccia. Avevo due cani, un bracco tedesco e un setter, e, cominciando all’alba e finendo a sera, su e giù per i canaloni, i cani erano stanchissimi. Ritornando a casa dai contadini, la prima cosa che facevamo era dare da mangiare ai cani e gli veniva dato un catino di zuppa, che forse bastava per cinque. Una volta vidi entrare un piccolo gattino, così magro, affamato, debole. Aveva una gran paura, e si avvicinò piano piano. Guardò ancora i cani, fece un miagolio e appoggiò una zampina al bordo del catino. Il bracco tedesco gli dette un colpo lanciando il gattino a tre o quattro metri, con la spina dorsale rotta. Questo episodio mi fece molta impressione. Ecco, noi siamo stati il gattino, per i primi anni, avendo contro una massa di interessi paurosi. Ma abbiamo seguitato a lavorare, a rafforzarci, cercando di non farci colpire. Il tentativo era o di soffocarci o di mantenerci deboli (ENRICO MATTEI, Scritti e discorsi, Milano, Rizzoli, 2012, p. 770). L’aneddoto raccontato da Mattei spiegò al pubblico in maniera semplice ed efficace la realtà che dovette affrontare l’ENI quando qualche anno prima iniziò a fare il suo ingresso nel mercato petrolifero mondiale, e, in particolare, nel Medio Oriente. La produzione petrolifera mediorientale, infatti, era controllata dalle sette grandi compagnie anglo-americane, e cioè: Standard Oil of New Jersey, conosciuta come Esso (americana); Standard Oil of New York, conosciuta come Mobil (americana); Texas Oil Company, conosciuta come Texaco (americana); Standard Oil of California, conosciuta come Chevron (americana); Gulf Oil (americana); Anglo Persian Oil Company, conosciuta come British Petroleum (inglese); Royal Dutch Shell, conosciuta come Shell (anglo-olandese). Queste sette compagnie detenevano la produzione di greggio mediorientale attraverso il controllo dei cinque grandi consorzi petroliferi che operavano nel Medio Oriente: Iraq Petroleum Company in Iraq (IPC); Arabian American Oil Company in Arabia Saudita (ARAMCO); Consorzio per l’Iran in Iran; Bahrain Petroleum Company in Bahrain; Kuwait Oil Company in Kuwait. Ciascuna delle sette major aveva una quota di partecipazione in ognuna delle cinque società-consorzio (cfr. ANTHONY SAMPSON, Le sette sorelle. Le grandi compagnie petrolifere e il mondo che hanno creato, Milano, Mondadori, 1976, pp. 90-103; 106-110; 159-191). Ad essere esclusi dalla possibilità di avere una percentuale di partecipazione nei cinque consorzi, e, di conseguenza, ad essere esclusi dalla possibilità di ottenere delle concessioni di ricerca in Medio Oriente per vie dirette, erano i piccoli operatori, quale era l’ENI di Mattei, e gli indipendenti (nell’industria petrolifera, il termine “operatore indipendente” sta a indicare «qualsiasi società che non sia compresa tra le sette maggiori: vale a dire qualsiasi compagnia che sia priva di un sistema globale di produzione, trasporto, raffineria e marketing» [Ivi, p. 196]). L’aneddoto narrato da Mattei, probabilmente, ebbe anche l’obiettivo di dare una forte carica emotiva allo scontro che l’azienda di Stato italiana aveva avuto con le sette multinazionali del petrolio, o con alcune di esse. Spesso Mattei accusava le major di ostacolare l’ENI nella sua espansione all’estero o di escluderla con prepotenza e arroganza dalla spartizione delle risorse petrolifere. La metafora della storiella allora è chiara: le multinazionali controllano tutto il petrolio del Medio Oriente (i due cani da caccia che mangiano un catino pieno di zuppa che bastava per cinque) e con prepotenza escludono le altre compagnie petrolifere dalla spartizione della fonte di energia (il gattino piccolo, magro e debole che cerca di avvicinarsi al catino ma viene ucciso dai due cani da caccia). In realtà, le difficoltà incontrate dall’ENI nel fare il suo ingresso in Medio Oriente sono da imputarsi alla complessa situazione del mercato mediorientale e non tanto ad una presunta ostilità delle sette multinazionali nei confronti dell’ente italiano. Essendo un nuovo arrivato, l’ENI, se voleva ritagliarsi un proprio spazio in Medio Oriente nell’approvvigionamento petrolifero, doveva cercare altre vie, alternative a quella dell’ingresso in uno dei cinque consorzi mediorientali tramite una quota di partecipazione. Infatti l’ENI venne fondato nel 1953 e iniziò la sua internazionalizzazione dal 1956-1957 in poi. In quel periodo l’azienda di Stato italiana, se paragonata alle multinazionali, era un piccolo operatore del settore, e, come tale, non aveva i requisiti per entrare in uno dei consorzi mediorientali, né poteva pretendere di avere una quota di partecipazione, anche piccola. Di questa situazione Mattei ne era perfettamente consapevole, come dimostra il modo in cui lui e la diplomazia italiana affrontarono la Crisi di Abadan e la costituzione del consorzio iraniano nel 1953-1954. La crisi di Abadan, nota anche come crisi anglo-iraniana (1951-1954), ebbe origine dalla decisione del governo iraniano di nazionalizzare l’Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) e gli impianti di raffinazione di Abadan. Fin dagli inizi del XX secolo, la produzione petrolifera iraniana era stata sostanzialmente controllata dal Regno Unito attraverso l’Anglo-Persian Oil Company, successivamente denominata AIOC, una società formalmente privata ma sottoposta al controllo del governo britannico, che ne aveva acquisito la maggioranza azionaria nel 1914. Per decenni, la gestione delle risorse petrolifere iraniane fu caratterizzata da condizioni particolarmente favorevoli agli interessi britannici, mentre al governo di Teheran venivano riconosciute royalties giudicate largamente insufficienti. Tale situazione alimentò un diffuso malcontento sia all’interno della classe politica sia nell’opinione pubblica iraniana, sempre più orientate a rivendicare la piena sovranità nazionale sulle risorse del Paese. In questo contesto, il primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq promosse nel 1951 la nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana e la costituzione della National Iranian Oil Company (NIOC), ente incaricato della gestione delle attività estrattive e di raffinazione. Il Regno Unito reagì con una vasta offensiva diplomatica ed economica, promuovendo il boicottaggio internazionale del petrolio iraniano, bloccando i beni e i conti iraniani presso le banche britanniche e ricorrendo alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, nella convinzione che l’espropriazione dei beni della AIOC costituisse un atto illegittimo. Londra riuscì inoltre a ottenere l’appoggio degli Stati Uniti, impedendo di fatto l’accesso dell’Iran ai mercati internazionali del greggio. L’embargo petrolifero provocò in breve tempo una gravissima crisi economica, pur senza indurre il governo di Teheran a rinunciare alle proprie rivendicazioni. Di fronte al protrarsi del conflitto, il Regno Unito e gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Eisenhower, decisero di favorire la destituzione di Mossadeq attraverso l’operazione Ajax, il colpo di Stato che nell’agosto del 1953 determinò il rovesciamento del governo nazionalista e il consolidamento del potere dello scià Mohammad Reza Pahlavi. La soluzione della controversia petrolifera fu definita nel 1954 con la costituzione del cosiddetto Consorzio per l’Iran, che pose fine al monopolio britannico sull’industria petrolifera del Paese. La AIOC, nel frattempo riorganizzata con il nome di British Petroleum (BP), mantenne una posizione di primo piano, ma la gestione della produzione iraniana venne affidata a un consorzio internazionale comprendente anche le principali compagnie petrolifere statunitensi ed europee, secondo una formula che rifletteva i nuovi equilibri geopolitici del secondo dopoguerra e il crescente peso degli Stati Uniti in Medio Oriente. Pur sopravvivendo alla costituzione del Consorzio del 1954, la NIOC vide fortemente ridimensionata la propria capacità operativa, conservando tuttavia la proprietà formale delle risorse petrolifere iraniane e la possibilità di promuovere iniziative autonome nelle aree non comprese nelle concessioni consortili (per la Crisi di Abadan cfr. STEFANO BELTRAME, Mossadeq. L’Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della rivoluzione islamica, Catanzaro, Rubbettino, 2009; GEORG MEYR, La crisi petrolifera anglo-iraniana (1951-54). Mossadegh tra Londra e Washington, Firenze, Ponte alle Grazie, 1994). E l’Italia in tutto ciò? La diplomazia italiana seguì con vivo interesse la Crisi di Abadan del 1951-1954. Nel momento in cui giunse la notizia che si andava costituendo il consorzio per l’Iran, che avrebbe gestito l’importante produzione petrolifera iraniana, la diplomazia italiana si attivò affinché anche l’Italia, attraverso un suo ente o gruppo industriale, entrasse a far parte con una quota di partecipazione nel consorzio per l’Iran. La diplomazia italiana sperava che il nostro Paese potesse essere ammesso, per via del fatto che, durante la crisi anglo-iraniana, l’Italia aveva rispettato l’embargo che la Gran Bretagna aveva posto sul petrolio iraniano, rifiutando di acquistare, attraverso l’AGIP, il greggio venduto dalla NIOC, considerato espropriato in maniera illegittima alla AIOC. Sia la diplomazia italiana e sia Mattei, inizialmente credettero che la fedeltà dimostrata alla Gran Bretagna durante la crisi anglo-iraniana potesse dare all’Italia una certa credibilità, e che la lealtà del nostro Paese verso il Governo inglese sarebbe stata ricompensata con l’invito a partecipare alla spartizione del petrolio iraniano. Ma l’Italia non avrebbe mai potuto far parte del consorzio essenzialmente per due motivi: perché era debole da un punto di vista politico, e, non avendo peso sulle vicende internazionali, il Paese non sarebbe quindi riuscito a esercitare eventuali pressioni, attraverso un’azione diplomatica, che avrebbero potuto sortire quest’effetto; sia perché non c’erano aziende italiane tanto importanti quanto le società petrolifere anglo-americane che avrebbero potuto far parte di un’associazione destinata a controllare l’importante produzione petrolifera iraniana. Infatti l’ENI era appena nato (10 febbraio 1953), ed era una realtà industriale ancora troppo piccola, e una sua eventuale richiesta di entrare nel consorzio sarebbe stata certamente rifiutata. Questo Mattei lo sapeva bene, come dimostra una sua lettera indirizzata al diplomatico Vittorio Zoppi, Segretario Generale di Palazzo Chigi: quest’ultimo aveva infatti chiesto sia a Vittorio Valletta, presidente della FIAT, sia al presidente dell’ENI di cercare di favorire l’ingresso dell’Italia nel consorzio attraverso uno dei due maggiori gruppi industriali italiani (cfr. ILARIA TREMOLADA, La via italiana al petrolio: l’ENI di Enrico Mattei in Iran (1951-1958), Milano, L’Ornitorinco, 2011, pp. 108-134). Ora chi si trova in contatto con le compagnie americane e britanniche interessate alla questione sono l’Agip per le sue relazioni con l’Anglo-Iranian e la Fiat, per le sue relazioni con la Californian Texas. Crede lei di poter prendere contatto con il Prof. Valletta, cui scrivo nello stesso senso, per vedere se si possono inserire interessi italiani nella compagnia per la vendita dei petroli persiani? (Ivi, p. 134). Mattei, il primo febbraio 1954, rispose in tal modo alle richieste di Zoppi: Il problema del nostro eventuale inserimento nella progettata compagnia per il commercio dei petroli persiani, secondo me, ha carattere essenzialmente politico. Anche se taluni governi sono ora rientrati formalmente dietro le quinte, è certo che essi, con una lunga e intensa azione diplomatica, hanno spianato la via affinché i grandi trust petroliferi – quasi ambasciatori economici dei rispettivi paesi – possano spiegare la loro potenza per perfezionare accordi che sono in massima più che maturi. Ma finora in questo giuoco noi siamo fuori. Cosicché io penso che qualsiasi domanda di inserimento di complessi italiani arriverebbe allo scoperto e sarebbe destinata a una pietosa fine. Credo pertanto che nessun ente responsabile – noi o la FIAT – potrebbe oggi esporsi alla leggera, al prevedibile insuccesso. La cosa, naturalmente, cambierebbe se l’opera della nostra diplomazia riuscisse a provocare una qualsiasi forma di invito o di incoraggiamento. Può essere certo che quel giorno noi sapremmo trovare gli agganci tecnici per accordare la tutela degli interessi italiani con il rispetto dei nostri accordi e dei riguardi personali con i gruppi petroliferi esteri (Ivi, pp. 134-135). La lettera che Mattei scrisse a Zoppi mette fortemente in dubbio la ricostruzione del cosiddetto «schiaffo iraniano», secondo la quale Mattei, dopo aver chiesto alle compagnie anglo-americane di ammettere l’ENI al consorzio operante in Iran, allo scopo di tutelare gli interessi italiani nell’approvvigionamento energetico, avrebbe ricevuto un’umiliante risposta negativa da parte delle major. Queste ultime, con un atteggiamento di prepotenza, avrebbero così escluso l’ENI dalla spartizione del petrolio iraniano. Da tale rifiuto sarebbe scaturita l’ostilità di Mattei nei confronti delle Sette Sorelle e, più in generale, delle compagnie petrolifere anglo-americane. Nel tentativo di reagire a quella che sarebbe stata un’umiliante esclusione, Mattei avrebbe quindi avviato una politica estera aggressiva, volta a stabilire accordi commerciali direttamente con i Paesi produttori, ai quali proponeva formule contrattuali più vantaggiose. Per anni, questa è stata la versione dei fatti prevalentemente accolta e riproposta dai biografi che si sono occupati della vicenda di Enrico Mattei. È doveroso dire, però, che fu lo stesso Mattei a contribuire al consolidamento di questa versione dei fatti: egli fece circolare la voce secondo la quale l’Italia e l’ENI sarebbero state escluse in malo modo dal consorzio per l’Iran. È interessante, nonché importante, comprendere per quale ragione Mattei abbia accreditato una versione dei fatti che probabilmente non era vera. A questo interrogativo offrono risposte convincenti Dow Votaw e Ilaria Tremolada. Votaw, nel suo studio, propone la seguente interpretazione: Se davvero non avanzò mai una richiesta del genere perché disse di averlo fatto? Un motivo si può cercare nella necessità di spiegare perché spendesse grosse somme di denaro italiano fuori d’Italia e corresse grossi rischi nella ricerca di petrolio quando avrebbe potuto stipulare qualche accordo con le grandi società internazionali e assicurarsi così forniture sufficienti La spiegazione di Votaw appare convincente, poiché è plausibile che Mattei utilizzasse l’esclusione dell’ENI dai consorzi come argomento per giustificare, di fronte alla politica e all’opinione pubblica, i costosi investimenti dell’ente all’estero: non potendo accedere ai consorzi petroliferi mediorientali, l’ENI sarebbe stata costretta a ricercare accordi diretti con i governi dei Paesi produttori, al fine di ottenere concessioni per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi. Ilaria Tremolada, invece, propone questa interessante spiegazione: Mattei, peraltro, in qualche occasione disse che le compagnie anglo-americane non vollero accogliere l’ente da lui diretto tra le società fondatrici del consorzio, ma in mancanza di documenti che lo provino si può anche pensare che Mattei abbia fatto un uso strumentale della vicenda per caricare emotivamente lo scontro realmente avuto, in seguito alle sue scelte di politica estera, con le major anglo-americane (ILARIA TREMOLADA, op. cit., pp. 136-137). L’osservazione di Ilaria Tremolada è, a mio parere, assolutamente condivisibile. Il fatto che Mattei abbia voluto conferire una forte carica emotiva allo scontro con le multinazionali del petrolio trova riscontro nella sua comunicazione pubblica, e la parabola del gattino ne costituisce un esempio particolarmente significativo. L’aneddoto raccontato dal presidente dell’ENI in televisione, nel quale le multinazionali vengono paragonate a grossi cani cattivi e affamati, mentre l’azienda italiana è rappresentata come un gattino debole e affamato, scacciato con arroganza, serviva non soltanto a far comprendere al pubblico, come già detto, le difficoltà incontrate dall’ENI nel ritagliarsi uno spazio in Medio Oriente, ma anche a costruire intorno all’ente una precisa immagine: quella di una vittima dell’arroganza dei potenti che, tuttavia, non si lascia abbattere e che, reagendo con forza, dignità e coraggio, riesce a rialzarsi e a conquistare le proprie vittorie. Non è un caso che Mattei, nel corso della trasmissione Tribuna politica, dopo aver raccontato l’aneddoto, elencasse al pubblico i successi ottenuti dall’ENI, compreso l’accordo concluso con l’Iran nel 1957, che rappresentò uno dei principali risultati della politica estera del presidente dell’ENI. La politica del “75/25”: una politica ideata dai Paesi produttori Peter Gomez riassume in una battuta la formula contrattuale con cui l’ENI aveva concluso accordi con i Paesi produttori (Iran, Egitto, Marocco): “Il 75% ai Paesi che hanno il petrolio e il resto all’ENI”. Questa è una semplificazione eccessiva. l’ENI e lo Stato produttore costituivano una joint company, ovvero una società mista, detenuta al 50% dall’ENI e dallo Stato detentore delle riserve di greggio. Era previsto che il 50% degli utili netti della Joint company andasse sotto forma di royalty, diritti e tasse allo Stato, e il rimanente 50% sarebbe stato diviso in parti uguali (25 e 25) tra l’ENI e la Joint company. Dato che era lo stesso Stato produttore ad essere parte della società mista, la percentuale di utili che questo percepiva saliva al 75%. Inoltre l’ENI si faceva carico di tutte le spese per le ricerche di esplorazione, in modo tale che se queste avessero dato esito negativo il governo che aveva rilasciato la concessione non avrebbe subito alcun danno. Se, al contrario, le ricerche si fossero concluse con un esito positivo, lo Stato produttore avrebbe rimborsato la società italiana con una quota pari alla metà delle spese sostenute. La novità della formula proposta da Mattei non risiedeva tanto nel 25% degli utili in più che questa garantiva, ma dal fatto che offriva l’opportunità allo Stato produttore di diventare un partner attivo entrando in compartecipazione insieme all’ENI nella società mista, potendo avere in tal modo una voce in capitolo nell’organizzazione, nelle responsabilità e nella produzione. Ma come e quando è nata la formula “75/25”? La NIOC, sopravvissuta alla Crisi di Abadan e al colpo di Stato che aveva riportato lo scià Reza Pahlavi al potere in Iran, gestiva le aree non ancora sfruttate o comunque non controllate dalle società petrolifere anglo-americane appartenenti al Consorzio per l’Iran. Lo Stato iraniano, nell’intento di ottenere maggiori rendite dall’industria petrolifera, cercava partner diversi dalle società del cartello, ai quali proporre formule contrattuali ancora più vantaggiose rispetto al fifty-fifty concordato con le major anglo-americane. L’accordo elaborato dai vertici della NIOC prevedeva la costituzione di una società mista, detenuta per il 50% da un partner straniero e per il restante 50% dall’ente petrolifero di Stato iraniano. Allo Stato sarebbe spettata una royalty pari al 50% della produzione, mentre il restante 50% sarebbe rimasto di proprietà della società mista. Il partner straniero avrebbe avuto inoltre il diritto di esportare la propria quota, pari al 25% della produzione. Il presidente della NIOC, Bayat, propose tale accordo ad alcune società private italiane attive nel settore petrolifero, tra cui la SUPOR di Andrea Porlezza e Nicolai Soubotian e la STOI di Emanuele Floridia. La SUPOR non poté accettare la proposta poiché, nel 1954, dopo una serie di vicende, era andata incontro al fallimento. La NIOC si rivolse quindi alla STOI, alla quale venne proposto di costituire una società mista che avrebbe dovuto assumere il nome di IRANCO. Emanuele Floridia strinse inoltre rapporti di collaborazione con i vertici della NIOC, al punto che questi gli affidarono l’incarico di sottoporre il medesimo accordo ad altre aziende italiane interessate a partecipare, a parità di condizioni, alle attività di ricerca e sfruttamento petrolifero in Iran. Floridia decise di trasmettere la proposta all’AGIP, che a sua volta la sottopose, tramite l’ingegner Carlo Zanmatti, al presidente dell’ENI (Cfr. ILARIA TREMOLADA, La politica petrolifera italiana in Iran:1951-1957 in DAVIDE GUARNIERI (a cura di), Enrico Mattei. Il comandante partigiano, l’uomo politico, il manager di stato, Pisa, BFS Edizioni, 2007, pp. 67-84). L’8 luglio 1956 Zanmatti scrisse a Mattei una lettera nella quale illustrava dettagliatamente i termini dell’accordo proposto dalla NIOC. Il Dott. Floridia, testé ritornato dall’Iran dove avrebbe concluso un accordo STOI-NIOC per la costituzione di una società mista italo-iraniana (IRANCO) per la raffinazione ed il commercio del petrolio iraniano in Italia, ha avuto personalmente e confidenzialmente l’incarico dal Presidente della NIOC (praticamente l’ENI iraniana) di interpellare Enti o Gruppi italiani eventualmente interessati a partecipare a parità di condizioni con Enti iraniani ad una impresa di ricerca e sfruttamento petrolifero nell’Iran. Detta impresa italo-iraniana dovrebbe essere basata sui seguenti criteri che in linea di massima sarebbero accettati dal Governo Iraniano: 1) Società con partecipazione al 50% di un gruppo o Ente Iraniano ed al 50% di un Ente o Gruppo italiano. 2) Alla società mista sarebbero accordati permessi di ricerca, da scegliere di comune accordo in tutto il territorio iraniano che il governo ha a sua disposizione (non impegnato dal “Consorzio”) in numero non eccedente a 12, dell’area di 20.000 Ha. ciascuno, per la durata di 5 anni rinnovabili in concessioni di 25 anni quando i permessi si saranno dimostrati industrialmente produttivi. 3) Royalties del 50% sulla produzione allo Stato, una volta coperte tutte le spese delle ricerche effettuate dalla Società mista. Il restante 50% resta di proprietà della Società ed il Gruppo italiano avrà il diritto di esportare la sua quota del 25% in petrolio. 4) La società mista non sarà gravata da particolari oneri fiscali oltre alle normali tasse sulle Società operanti nel paese ed ai normali canoni fissi annuali sui permessi di ricerca e sulle concessioni (canone per ettaro). 5) In sede di trattative per la definizione dell’accordo, il Governo Iraniano, data la speciale fisionomia della società mista, non sarà alieno dal concedere qualche facilitazione fiscale, doganale, ecc. giustificate dalle promozioni di attività per lo sviluppo economico del Paese. Il Dott. Floridia ha segnalato la questione esclusivamente all’ENI e si impegna a non farne parola con alcun gruppo italiano per una durata di 15 giorni. Qualora l’ENI decidesse di interessarsi prontamente della cosa, il Dott. Floridia, come da preventive intese con il Presidente della NIOC, dovrebbe comunicare telegraficamente ad detto Presidente l’adesione di massima del Gruppo italiano ed in tal caso l’ENI (o il gruppo italiano indicato) riceverebbe un invito ufficiale ad inviare in Iran una missione per trattare e definire concretamente un regolare accordo. Inoltre il Presidente della NIOC avrebbe incaricato il Dott. Floridia di interessare Gruppi italiani allo studio della possibilità di utilizzazione del gas naturale nell’Iran. Il Governo Iraniano è molto interessato a questa questione ed esaminerebbe molto volentieri studi e progetti che in proposito gli fossero suggeriti, o proposti (Ivi, pp. 85-86). La lettera di Zanmatti consente di mettere in discussione una delle convinzioni più consolidate legate alla figura di Mattei: quella secondo cui il manager italiano avrebbe ideato e proposto per primo ai Paesi produttori una formula contrattuale innovativa rispetto al fifty-fifty, capace di garantire loro una rendita superiore al 25% e, al tempo stesso, un ruolo attivo nell’industria petrolifera. La formula passata alla storia come «formula Mattei» potrebbe dunque, alla luce di quanto esposto, essere più propriamente definita «formula NIOC», poiché la sua elaborazione precedette l’intervento dell’ENI e risaliva all’ente petrolifero di Stato iraniano. Non fu quindi Mattei a concepire per primo una formula contrattuale finalizzata a offrire ai Paesi produttori una partecipazione più diretta alle attività petrolifere, consentendo loro di sviluppare competenze nel settore e di esercitare un maggiore controllo sulle proprie risorse energetiche. A muovere l’Iran furono, da un lato, l’esigenza di ottenere maggiori rendite dall’industria petrolifera attraverso accordi più vantaggiosi e, dall’altro, la volontà di rafforzare il controllo diretto sulle proprie risorse naturali. Nel perseguimento di questi obiettivi, il governo iraniano e la NIOC individuarono nell’Italia un interlocutore disposto ad accogliere una formula contrattuale diversa da quella adottata dalle major anglo-americane. L’ENI di Mattei rappresentava, in questo quadro, un interlocutore particolarmente interessato: la società italiana era infatti alla ricerca di un accesso diretto alle aree petrolifere del Medio Oriente, dove avrebbe potuto inserirsi al di fuori dei tradizionali circuiti dominati dalle grandi compagnie internazionali. Scrive Ilaria Tremolada: Le major non concessero i miglioramenti che i paesi produttori chiedevano, spingendoli a cercare interlocutori disposti a dar loro ciò che le potenti compagnie anglo-americane non volevano concedere. Di questo desiderio l’Iran trasse spunto per ideare un nuovo sistema di ripartizione degli utili basato sulla collaborazione tra lo Stato e la società petrolifera. Ne nacque cioè il sistema che erroneamente è stato chiamato “Formula Mattei”. Il presidente dell’ENI ebbe dunque solamente il merito di avere prestato fiducia all’iniziativa iraniana attirando su di sé le numerose critiche che il contratto suscitò. Incurante delle pressioni che da più parti gli furono rivolte e convinto dell’enorme opportunità che l’accordo dava al suo paese, Mattei, che non ha il merito contrariamente a quanto fino ad oggi affermato, di avere ideato il contratto, ebbe però la sensibilità per capire che il nuovo modello incarnava l’idea di libertà ed emancipazione che muoveva il Medio Oriente (ILARIA TREMOLADA, op. cit., in DAVIDE GUARNIERI (a cura di), op. cit., p. 90). Rai 3 e Giulio Zanchini deludenti Più che un breve documentario su Mattei, l’episodio di Quante Storie si è configurato come una promozione del libro Lampi sull’ENI. Un volume presentato come una novità, ma che, a mio avviso, non introduce elementi realmente nuovi nel dibattito sulla vicenda di Mattei (per un approfondimento, si veda https://enricomattei.blog/2026/07/09/quando-il-mito-sostituisce-la-storia-le-omissioni-di-vincenzo-calia-e-giuseppe-oddo-commento-al-libro-lampi-sulleni-il-piano-per-eliminare-enrico-mattei-milano-feltrinelli-2026/). Giulio Zanchini e Peter Gomez dialogano con Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo, senza confrontarsi con alcune delle più recenti pubblicazioni che hanno messo in discussione le argomentazioni dell’ex magistrato. Viene citato soltanto marginalmente il libro del professor Mauro Canali, Ritratto di giovane fascista. Il caso Mauro De Mauro (per un approfondimento, si veda https://enricomattei.blog/2026/08/02/il-passato-che-mancava-ritratto-di-giovane-fascista-il-caso-mauro-de-mauro-del-prof-mauro-canali/). Calia replica alla posizione dello storico, assente in studio, con queste parole: «Non mi addentro nella tesi sostenuta dallo storico Canali». Poco dopo, Zanchini fa timidamente notare come il lavoro di Canali abbia ridato attenzione alla cosiddetta «pista Borghese». La risposta di Calia, tuttavia, non entra nel merito della questione. È proprio questo il problema: una tesi alternativa viene semplicemente accantonata, senza che vengano esaminati gli elementi documentari sui quali essa si fonda. In sostanza, il ragionamento sembra ridursi a questo: Canali sostiene una ricostruzione diversa dalla mia, dunque non ritengo necessario discuterla nel merito. È una modalità di confronto che lascia irrisolta la questione fondamentale: quali siano, sul piano documentario e storiografico, gli elementi che consentono di respingere quella ricostruzione. La parte più significativa, e discutibile, della puntata è però quella dedicata a Eugenio Cefis. Nel corso della trasmissione viene riproposta la rappresentazione di Cefis come la figura oscura che si celerebbe dietro le morti di Mattei, De Mauro e Pasolini e, ancora una volta, come «colui che ha distrutto l’eredità di Mattei». Una ricostruzione che, per essere sostenuta, richiederebbe un confronto con la documentazione e con la storiografia relativa alla storia dell’ENI successiva alla morte di Mattei. Eppure, in trasmissione non viene fatto riferimento al libro di Paolo Morando, Eugenio Cefis. Una storia italiana di potere e misteri, né alla più ampia storiografia che ha studiato l’evoluzione dell’ENI dopo il 1962. È un’omissione particolarmente significativa, considerando che proprio la continuità o la discontinuità tra la politica di Mattei e quella dei suoi successori costituisce uno dei nodi centrali della discussione storica. Il problema, dunque, non è che esistano interpretazioni diverse. È normale, e anzi necessario, che su una vicenda storica complessa come quella di Mattei convivano letture differenti. Il problema nasce quando una ricostruzione viene presentata come acquisita senza confrontarsi adeguatamente con le fonti e con gli studi che ne mettono in discussione alcuni presupposti. È proprio dal confronto tra interpretazioni, documenti e storiografia che dovrebbe partire una discussione seria sulla vicenda di Mattei. Altrimenti il rischio è quello di trasformare il dibattito storico in una contrapposizione tra narrazioni, nella quale le tesi alternative vengono semplicemente ignorate anziché essere discusse e verificate. Nicola Mariani |


Lascia un commento