Da uno scambio di idee e di opinioni, crediamo ci sia sempre molto da imparare, soprattutto in termini di scoperte: la prima cosa che si evince dai commenti degli altri, infatti, è una serie di punti di vista diversi sullo stesso argomento, che danno conto di posizioni maturate in virtù di esperienze, formazione culturale, storie di vita sicuramente eterogenee. Il dibattito che stiamo tenendo aperto ormai da settimane sul riconoscimento delle coppie di fatto etero ed omo, ci consegna molti elementi di riflessione, uno dei quali ci colpisce particolarmente: la supposta mancanza di priorità di questo genere di regolamentazione, e la parallela accusa di voler fare un caso di promozione quasi commerciale del “prodotto” in discussione, soprattutto nella versione omo. Quasi stessimo assistendo, ed alimentando consapevolmente con i nostri scritti, ad un palese caso di marketing applicato alla politica, una sorta di induzione di un bisogno che porterà fatalmente, secondo la teoria di Maslow, al desiderio di acquistare tale prodotto, facendone dunque un nuovo must del mercato globale. Data la nostra ben nota natura di bastian contrario, ci punge il desiderio di rovesciare i termini del problema, ovvero di dimostrare che potrebbero essere proprio coloro che alzano ingiustificati polveroni ad aver bisogno di tali schiamazzi per conquistare spazi mediatici e, al tempo stesso, accreditarsi di aureole di martirio che, in un paese come il nostro, di solito pagano sempre, se non altro in termini di voti.
In passato, questo paese è stato costretto ad affrontare due temi scottanti, da un punto di vista dell’etica e della morale, quali il divorzio e l’aborto – a ben guardare, ancora più scottanti dell’argomento in discussione oggi sul riconoscimento delle coppie di fatto. La costrizione, perché tale è stata, ad affrontare quei due temi nacque dalla irrimandabile necessità di prendere atto della realtà: la gente, divorzio o no, si separava ugualmente, dando vita a situazioni che, in mancanza di una regolamentazione, privavano chi le viveva, e quindi anche chi le subiva, di qualunque forma di tutela se non quella affidata alla buona volontà dei singoli. Elemento, questo, del tutto aleatorio. Parimenti, si dovette prendere atto che la piaga atroce dell’aborto clandestino mieteva vittime più di una guerra, alimentando oltretutto un mercato disumano sulla pelle di tante disgraziate ed indegno di un paese che voglia definirsi civile. Dunque, tanto per il divorzio che per l’aborto si può riassumere la questione in una sintetica definizione: una presa d’atto della realtà delle cose, con conseguente intervento legislatorio atto a fornire tutele ed a impedire sfruttamenti inumani.
La stessa presa d’atto della realtà dovrebbe sembrare normale nel caso delle coppie di fatto, soprattutto di quelle omosessuali escluse, per forza di cose, dall’istituto del matrimonio: il fatto che queste coppie rappresentino una minoranza, non significa che debbano essere ignorate, dal momento che in democrazia i diritti delle minoranze sono salvaguardati, ed hanno ragione di essere, quanto quelli delle maggioranze. Invece, su questo tema, si scatena il putiferio, si dipingono scenari apocalittici, si teorizza la morte della famiglia, la deriva omosessuale di una società, si apre un fronte da Nuova Crociata dove si scontrano le peggiori forze in campo, quelle dei pregiudizi applicati alla vita quotidiana. Le pagine dei giornali si riempiono mentre tutti, persino l’ultimo usciere del Parlamento, acquisiscono il loro quarto d’ora di celebrità, come profetizzato da Andy Warhol, e di fatto si consuma una strategia di mercato che nulla ha a che vedere con la politica ma molto con la promozione commerciale del prodotto “o con noi o contro di noi”. Il fatto che nel nostro paese la discussione del riconoscimento di una realtà che non si può ignorare generi simili scomposte reazioni, ci pare significativo: si è identificato a tavolino un target, e ci si adopera per raggiungerlo. Il centrosinistra, ora al governo, punta ad accaparrarsi il titolo di difensore dei diritti civili delle minoranze, proponendo il mostro DICO frutto di equilibrismi politici al limite del ridicolo. Il centrodestra, che nei cinque anni passati ha ignorato debitamente il problema e si è segnalato per la vergognosa campagna a favore della Legge 40, fa la corsa alla ricostruzione di una nuova Dc, la peggiore, la più retriva, e quindi stimola una gara fra i propri rappresentanti a chi apre bocca e spara la scemenza più grossa, tanto il mercato non è selettivo ed è ormai abituato a bersi di tutto. In questo bello scenario da battaglia di marketing, che nulla ha realmente a che vedere con la politica e tantomeno con la gestione della cosa pubblica, ad avere la peggio sono proprio coloro che chiedono di veder riconosciuta la loro esistenza, di essere accettati come cittadini di pari grado agli altri, di sentirsi dire: sì, voi esistete ed avete diritto a tutelare le vostre scelte di vita. Ma di questo, francamente, non gliene frega niente a nessuno, è evidente. Dunque, ci pare che la posta in gioco sia un’altra: non certo l’imposizione di uno stile di vita omosessuale, non certo lo scimmiottamento esterofilo di modelli adottati altrove, non certo la distruzione della famiglia, non certo l’aggressione alle gerarchie ecclesiastiche – ma la solita squallida ricerca di un’area di potere nella quale potersi accreditare. Il marketing applicato alla politica è operazione dalla quale nessuno, oggi, nel nostro paese, può chiamarsi fuori con fare innocente, né al di qua né al di là del Tevere – ci amareggia, da cittadini non acquiescenti quali ci riteniamo, vedere come questa vergognosa partita si giochi, ancora una volta, sulla pelle delle persone.
Chiara Boriosi

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