
Bersani è sconfitto alle primarie di Milano, di Genova e, infine, di Palermo.
Tali risultati rappresentano, nel gergo politico, la bocciatura della strategia, in atto, sia nei riguardi di Berlusconi e sia per il sostegno al governo tecnico di Monti. La base PD avrebbe preferito, a torto o a ragione, andare alle elezioni con un PDL in crisi.
Su Bersani sono piovute tutte le critiche che non si sono potute indirizzare al Capo dello Stato, responsabile in primis del governo Monti, imposto dai poteri forti calpestando la Costituzione che non prevede governi non scaturiti da libere e democratiche elezioni popolari.
Alle varie contestazioni verbali si aggiunge la clamorosa sceneggiata di De Benedetto che strappa la tessera del partito e si schiera con chi chiede addirittura la rottamazione di tutto il vertice del PD, con particolare riferimento allo stesso Bersani, Rosi Bindi, Veltroni, D’Alema e Franceschini.
A Bersani si addebita anche la non chiarezza della linea politica del partito per le riforme istituzionali. Non si arriva a decidere seriamente sul tipo della legge elettorale. A chiacchiere si sostiene l’urgenza di una legge che dia la possibilità di scegliere il candidato con il voto di preferenza.
A parere personale, mai sarà una buona legge elettorale quella che preveda uno sbarramento basso o alto che sia per accedere in Parlamento.
Non si può togliere sia pure a pochi milioni di cittadini il diritto di discutere in Parlamento i loro problemi. La barzelletta di ridurre i focolai che provocano l’instabilità dell’esecutivo non regge più, perché anche le grandi rappresentanze politiche hanno dimostrato che l’esecutivo è sempre vulnerabile e il senso della democrazia sempre più ignorato.
Il Parlamento dovrebbe votare una legge che vieti i ribaltoni. Certamente, mai sarà proposta una simile legge perché non conviene a nessuno. Tutti giocano sugli scontenti, sugli ambiziosi perché essi servono a costruire nuove situazioni di disturbo o di capovolgimento della situazione in atto.
Si dovrebbe stabilire che l’eletto in una lista può dissentire, non farvi più parte, ma senza integrarsi in altre composizioni variandone il peso politico.
Il caso Fini non dovrebbe più potersi ripetere in un Parlamento trasformato in un mercato di vacche. Allo stato delle cose bisognerebbe cambiare la Costituzione per rendere il mandato parlamentare vincolato al proprio elettorato per tutto il tempo della legislatura.
Il problema del momento è la giustizia, che erroneamente è considerata e opera come un vero e proprio potere dello Stato e non come Ordinamento. Ciò, determina una gran confusione nello stabilire i ruoli e le competenze del Parlamento e della Giustizia in Italia. Si parla della divisione dei ruoli dei giudici, della loro responsabilità civile, della lungaggine dei processi, dell’organizzazione dell’Ordinamento giudiziario, ma nessuna azione va in porto. Il fatto strano è che tutti denunziano che non si può consentire di tenere venti anni in carcere un cittadino, che alla fine è innocente ma, nulla si fa per punire, come si conviene, il responsabile. Prevale, incomprensibilmente, la tesi della libera convinzione del giudice nel momento che emana la sentenza.
Anche incomprensibile è l’atteggiamento dei massimi responsabili politici in questo momento difficile per l’Italia. Bersani trascura i problemi del partito che rischia l’implosione per armarsi contro il PDL sui problemi delle frequenze televisive. Bacchetta Di Pietro e Vendola come se fossero suoi nemici dichiarati. Minaccia il governo Monti perché ascolterebbe più il PDL che il PD e il Terzo Polo. A destra, Bossi spara a zero contro Berlusconi che sostiene Monti per risolvere i suoi personali problemi. E in tutto tal casino a soffrirne le conseguenze sono i ceti deboli del Popolo italiano.

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