Quand’ero giovane
mi raccontavano
che presto sarebbe venuta
la vittoria degli angeli.
Ah,come ci ho creduto,
come ci ho creduto
Louis Argon
1. L’ambigua eredità del ‘68
Certo, ci fu un giorno in cui credemmo nella vittoria degli angeli .L’inquietudine che nel secondo dopoguerra aveva percorso anni segnati da un’intensa opera di ricostruzione e di potenziamento delle risorse economiche,esplose,infine,in una rivoluzione culturale .per la prima volta radicata nella civiltà di massa .
Un movimento che segnò la discontinuità con gli anni ‘50, nei quali la sinistra faceva riferimento ad produttivismo di tipo gramsciano. In fondo,l’operaio che si lasciava alle spalle la miseria delle campagne non era diverso dal giovane studente sardo impressionato dalla ferrea razionalità della grande industria torinese. Per Gramsci, il lavoratore che s’identificava con la fabbrica e con la teoria marxiana del plusvalore, si poneva in antitesi ai “rivoluzionari piccolo–borghesi, quarantottardi (1)
Eppure, alla fine degli anni ’60 fu l’accezione democratico-libertaria a prevalere: al gregarismo piccolo-borghese si oppose la domanda di partecipazione politica. Il movimento degli studenti si inserì, però,nella tradizione di un ribellismo che dal tempo delle frange estremiste della rivoluzione francese (gli enragés,) si era sempre affiancato alle grandi rivendicazioni popolari con atteggiamenti velleitari e risultati nefasti.
La fantasia non andò al potere e non fu nemmeno per la sinistra un fattore propulsivo. Fu soffocata da una socialità pervasiva, dall’esaltazione di un collettivismo anacronistico, proprio mentre i rapporti sociali andavano nel segno della diversificazione.
Da qui un’inevitabile reazione: quando una crisi economica di vaste proporzioni allontanò il sogno della società del benessere, il recupero dell’efficienza produttiva fu affidato a canoni competitivi. Così ,dalle ceneri della strategia egualitaria riemersero i profeti della modernità che, ironizzando sui nuovi modelli di sviluppo posero come unica alternativa al neocapitalismo la civiltà dell’ozio e della miseria(2). In realtà, un’alternativa era possibile se i fermenti più fecondi non fossero stati soffocati e distorti dal connubio fra ribellismo e vetero-marxismo.
Gli studenti reclamavano una scuola più adeguata ai tempi. L’istruzione era allora era nozionistica, quasi mnemonica. Con l’ossessione del voto studiavamo la filosofia,la storia,la letteratura, come tanti compartimenti stagni. I problemi della contemporaneità non entravano in una sistema scolastico autoreferenziale che appariva, soprattutto, un veicolo di erudizione.
Ma il lascito del ’68 è stato il ripudio della selettività, la virtuale garanzia della promozione….tanto, per trovare lavoro, più che un titolo di studio serve un parente o un amico.
Sul piano economico si sono moltiplicate leggi ispirate ad una malintesa concezione dell’egualitarismo maturata proprio nella cultura del ’68. Dalla rivendicazione delle opportunità si è passati a concepire l’eguaglianza come parità formale ignorando sia l’affermazione di Don Milani che la peggiore ingiustizia è far le parti eguali fra disuguali sia il marxiano “a ciascuno secondo i suo i bisogni”
Così, in anni d’inflazione al 20% l’indennità di contingenza faceva parzialmente recuperare il potere d’acquisto se in casa c’erano due buste paga ma le famiglie monoreddito,le vere vittime della rincorsa prezzi-salari ,scesero sotto la soglia di povertà .
Era il periodo in cui i concetti d’ individuo, di privacy, venivano marchiati a fuoco come “borghesi” e reazionari .
Ma l’eredità più onerosa del ’68 è stata il lassismo che ha minato le basi stesse della convivenza civile. Le intenzioni iniziali erano condivisibili: reagire al carattere inquisitorio dei processi, alla facilità con cui si ricorreva alla carcerazione preventiva.Siamo finiti con una legislazione assurdamente indulgente, in omaggio ad una lettura distorta della funzione rieducativa della pena, perché il lassismo è percepito come debolezza e finisce per avere una funzione diseducativa.
Ci sono state,nondimeno, rivendicazioni che hanno innestato un circuito positivo: pensiamo alle pari opportunità uomo-donna, all’abbattimento di pregiudizi sessuali , razziali, religiosi e sono stati i campi in cui istanze di liberazione e convivenza sociale hanno mantenuto un rapporto fisiologico. Fino agli anni ’70 la presenza di donne nell’esercito,alla testa delle Amministrazioni pubbliche sembrava un fattore “destabilizzante “ ed è stata,invece, un elemento che ha portato nuova linfa vitale.
2 Dalla beat generation alla finis Austriae
Lo spontaneismo fu l’aspetto più evidente del movimento studentesco ; una testimone delle giornate parigine affermava: “Trovo entusiasmante che tanta gente,me compresa, abbia potuto ribellarsi, semplicemente ribellarsi.[…]non avevamo un’ideologia definita,all’inizio ma un atteggiamento generale di contestazione[..].contro l’ordine,contro la società”.(3) .Insomma,un desiderio di cambiamento imprecisato: un atteggiamento estetizzante che esprime rivendicazioni, decisamente impari alle premesse .
Lo stravolgimento dei fermenti degli anni ’60 avvenne quando prevalse il ribellismo mutuato dalla tradizione comunarda e blanquista: gli originari motivi ispiratori, furono fagocitati dall’ estremismo marxista, che faceva proprie posizioni anarchiche e gauchistes ,insieme ad elementi mutuati dal socialismo utopista : Fourier, Morelly, Deschamps,
Una miscela esplosiva, cui si aggiunse un’ intolleranza sfociata nel nihilismo del ’77, e una netta cesura con la fase iniziale del ’68 che aveva insistito su una società a misura d’uomo ma in cui erano già presenti elementi degenerativi .
La crisi d’identità del secondo dopoguerra si rifaceva ,invece, a quella che nei primi anni del secolo, aveva sostituito i fasti della belle-epoque con un’inquietudine destinata a provocare una deriva irrazionalistica. Dopo una guerra che segnò la definitiva crisi dell’uomo eurocentrico, il dramma dell’esistenza spezzata, di una vita che pareva riprodursi inesorabilmente era stato rappresentato,in modo icastico,da La terra desolata di Eliot. Non diversamente, Rilke, Kafka e Musil sublimarono nella Finis Austriae l’assenza di un ubi consistam: era il processo senza colpa, il castello in cui non si poteva entrare. Nello svanire dei contorni emergeva la vita segreta delle cose. E proprio la dissoluzione di significati e di fini è la chiave di lettura più suggestiva dell’opera di Musil (4)
Gli i interrogativi del cambio d’epoca erano stati, poi, riassunti,sul piano filosofico,dalla meditazione di Hieidegger: l’obnubilazione, il nascondersi dell’essere, segnava il disorientamento dell’uomo contemporaneo, una volta caduta la pretesa hegeliana di una razionalità che s’imponesse alla natura e alla storia. ” ed Heidegger sottolineava in Sein und Zeit che nella storia non si trovano risposte al senso dell’esistenza ma occorreva accettare il rischio della sperimentazione.
Inquietudini che si riproposero nel corso di un altro cambio d’epoca: quello che dagli anni della ricostruzione portò alla “società dei consumi. Il maggior elemento di discontinuità della prima fase della contestazione fu che per la prima volta dalla fine del XIX secolo, un movimento “rivoluzionario” che poneva in discussione valori e regole della società capitalista non aveva una radice marxista.
Dal tempo della Comune di Parigi, nell’Europa continentale, ogni partito rivoluzionario e addirittura ogni movimento progressista si ispirava a Marx. Dagli spartachisti di Rosa Luxemburg, ai socialisti riformisti e massimalisti, da Jaurès a Turati, da Lenin ad Adler fino all’anarco-sindacalismo. Quello che si afferma alla fine degli anni ’60 è, invece, un movimento che ostenta un richiamo al marxismo ma, in realtà, si radica nella grande stagione dell’esistenzialismo.
La Nausea, di Jean-Paul Sartre pubblicata nel 1938, è una radicale critica della borghesia a cui non si contrappone, una “riscossa” proletaria. Sartre mette in luce, inevitabili, aspetti della condizione umana. Non si ricrea l’antitesi marxiana fra capitalismo e classe oppressa né quella di Sorel fra (anti)valori borghesi e valori, di portata universalistica, espressi dal proletariato. Quella di Sartre è la negazione della borghesia e, al tempo stesso, dei valori posti come senso dell’esistenza. Sarà questa concezione individualista, non quella collettivista, ad agitarsi nell’inconscio degli studenti di Nanterre.
Il maggio francese traeva spunto dalla rivolte nei campus americani e, in particolare, a Berkeley, ma aveva radici in Europa e le sue caratteristiche erano maturate nel decennio precedente, in un’epoca di apparente conformismo e di forte innovazione.
Nel 1956, al Royal Court Theatre di Londra, era stata messa in scena per la prima volta Ricorda con rabbia di Osborne, che sarebbe divenuta un manifesto degli arrabbiati mentre, più o meno nello stesso periodo, i Dannati della Terra di Frantz Fanon, nel denunciare il colonialismo, ma anche i limiti della decolonizzazione, poneva il problema di costruire una società postcolonialista e La Peste di Camus evocava i drammi di una civiltà in cui il progresso non si lega alla solidarietà.
Se scorriamo le cronache del 1968, il best seller dell’anticonformismo sembra essere stato I Pensieri di Mao, che gli studenti interpretavano, commentavano come una nuova Bibbia.
Tuttavia, mentre gli aforismi del dittatore – icona della Cina – dettarono una moda effimera e superficiale, ben più influirono nel cambio d’epoca Lawrence Ferlinghetti, Mario Savio, Dylan Thomas, il “bardo gallese”, Allen Ginsberg o Bob Dylan, mentre a Baton Rouge, Salinger tracciava con The Catcher in the Rye (che in italiano divenne Il giovane Holden), il manifesto di una generazione che si ribellava al conformismo.
3 Ma intanto era primavera a Parigi.
Per Eliot, aprile era “il più crudele dei mesi” perché portava la vita .In effetti, fu la primavera a far ritrovare l’esse est coesse di Gabriel Marcel come presupposto di uno sviluppo integrale dell’uomo.la domanda di diffusione del potere si contrappose alla rigida divisione in classi della società.
Il “manifesto” del movimento del ’68, lo aveva lanciato quattro anni prima Herbert Marcuse dalla California. L’incipit de L’uomo a una dimensione (Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata) riassumeva la critica al rapporto fra permissivismo ed eterodirezione. L’identificazione dell’homo consumens con i prodotti non è solo illusione – ovvero attribuzione di valenza simbolica ai prodotti – ma diviene reale, oggettiva. Una forma assoluta di alienazione giacché il soggetto è inghiottito dalla sua esistenza alienata. “C’è soltanto una dimensione, che si trova dappertutto e prende ogni forma”, [..] e le merci, veicolate dall’industria della comunicazione, “legano i consumatori ai prodotti”.
Un’analisi che oggi può apparire scontata ma che quarant’anni fa era fortemente innovativa e che tuttora offre spunti significativi come l’affermazione che il pensiero – “promosso dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di informazioni per la massa – è [costituito da] ipotesi autovalidantesi”. (5)
L’originalità di Marcuse è aver coniugato l’hegelo-marxismo al Freud del Disagio della civiltà. Da questo “incontro” scaturisce Eros e civiltà (1955), in cui si ricerca una società liberata dalla repressione sociale che Freud considerava inevitabile lascito della civilizzazione. Per Marcuse, Freud ha, però, attribuito alla civiltà tout court le caratteristiche di un determinato assetto sociale. In tal modo, al principio di realtà, si aggiunge una repressione addizionale, fondata sul principio di prestazione.
E’ infatti la tecnologia lo strumento per forme di controllo e di manipolazione del consenso non solo accettate ma richieste da chi le subisce(6) L’uomo a una dimensione fa riferimento all’esportazione dell’american dream tipica degli anni ’50 e ’60 quando gli Stati Uniti divennero potenza egemone ma ancor più sembra rispecchiare gli effetti della globalizzazione che attraverso la televisione, il web, veicola oggi in tutto il mondo bisogni e stili di vita, prima ancora che prodotti.
La critica del neocapitalismo si può, tuttavia, applicare anche alla socialità pervasiva che ha permeato gli anni ’70 e ha preparato il terreno alla controriforma degli anni ’80 sfociata nella deregulation reaganiana e nel nuovo sogno americano. Contro il conformismo “di sinistra” che ha unito velleitarismo e demagogia, aspetti rilevanti del ’68 possono essere rintracciati nella Scuola di Francoforte e ,più che in Marcuse, in Horkheimer e Adorno ai quali si devono le analisi più radicali perché denunciano la lo svuotamento della ragione degradata ad un ruolo meramente strumentale,ormai incapace di indicare il senso dell’esistenza, causa di un conformismo che sembra ricalcare quello così efficacemente descritto da Orwell e, in modo ancor più pregnante, dal Mondo nuovo di Huxley
Sintesi dell’articolo che sarà pubblicato sul num. 59 /nov 2007 de Il Governo delle cose
4. Con la luce del mattino negli occhi
Per trovare una nuova sintesi, Marcuse oscilla fra il ricorso all’immaginazione artistica, alla fantasia e l’individuazione dei popoli emarginati come portatori di un progetto di liberazione universale(7) .Ma, in un’ottica marxiana, sono proposizioni utopiche perché manca una potenzialità rivoluzionaria dei gruppi emarginati in quanto non soggetti ad una condizione di sfruttamento nel senso di produzione di plusvalore, come ha rilevato un altro francofosrtese: Jurgen Habermas. Se il sistema economico non vive del loro lavoro, essi non possono ottenere soddisfazione rifiutandosi di contribuire a strutture che reprimono le loro istanze di emancipazione.
Proprio l’assoluta negatività di Horkheimer e Adorno consente,invece, nuove aperture. Quella che diviene definitiva è la crisi dell’uomo eurocentrico, che era stata preannunciata in modo icastico dalla cultura mitteleuropea. La finis Austriae torna ad essere la nemesi dell’ Occidente.
Da qui ,il punto di rottura. Consapevoli con Nietzsche che non c’è meta da cui non si debba ripartire, i fermenti che quarant’anni fa non seppero produrre una proposta alternativa perché sostituirono la creatività artistica alla tensione etica ,possono portare alla creazione di nuovi valori purché si rivendichi,con Horkheimer la necessaria incompiutezza del processo dialettico.
Gabriele Parenti
1) A..Gramsci ,L’operaio di fabbrica in L’Ordine nuovo del 21 febb. 1920 ora in Scritti politici, Roma 1973 , pp 88-90
2. L.Colletti, Tramonto dell’ideologia, Bari 1980, p 80
3) numero speciale de Les lettres françaises, 15 maggio 2007 p 20
4) Cfr. G.Parenti, Il pensiero dell’esilio.La finis Austriae nell’inconscio dell’uomo europeo, Pisa 1985 Per un esame più ampio si veda si veda C.Magris,,Il mito absburgico nella cultura mitteleuropea, Milano 1966
.
5) H.Marcuse .L’uomo ad una dimensione, tr.it. Torino 1966 per un’analisi più completa del pensiero francofortese si rinvia a . G.Parenti, Dialettica politica e tecnocrazia in Prassi & Teoria n. 2/1976 e L’uomo a una dimensione quarant’anni dopo ne Il Governo delle cose n 9/ 2004
6)Ibidem

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