
Il pianto isterico dei pro-Pal e degli antogonsti di sinistra per il “povero” Nicolás Maduro non è un errore politico: è un fenomeno che ha tutti gli effeti di un problema mentale.
Non perché i fatti siano ambigui: repressione, miseria strutturale, esilio di massa sono ampiamente documentati, ma perché ciò che colpisce è il bisogno psichico di negarli.
Il meccanismo centrale è l’identificazione con l’aggressore: in condizioni di impotenza e disorientamento, la violenza altrui viene investita come corazza narcisistica. Il dittatore diventa oggetto immaginario di potenza, garante di un ordine che promette protezione al prezzo della responsabilità. A questo si somma una scissione morale elementare: se l’Occidente è il Male, ogni suo antagonista deve essere il Bene, a prescindere dai crimini.
Segue il diniego della realtà (“so, ma non voglio sapere”): i fatti vengono retrocessi a “narrazione”, per salvare l’oggetto ideale.
E infine un godimento vittimario: piangere il carnefice consente di occupare una posizione moralmente esaltata mentre l’empatia reale, verso i venezuelani affamati, incarcerati, costretti all’esilio, collassa e si sposta sull’icona.
Questo “lutto” non segnala sensibilità, ma un sintomo di disagio profondo. Preferisce la semplificazione alla complessità, l’onnipotenza alla responsabilità, l’identificazione alla giustizia. Lo si riconosce subito: quando si piange il carnefice e si rimuove la vittima, non si è solidali; si evita il Reale.
David Pacifici

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