Un regime fiscale come una lotteria e criteri per orientarsi chiari come le notti con nebbia in Val Padana. Con conseguenze sulle nostre tasche tali da scoraggiarne l’acquisto.
Parliamo di un bene che per gli italiani è certamente il più importante visto che rappresenta il sogno della vita: la casa, per acquistare la quale spesso ci indebitiamo, se non siamo ricchissimi, per una parte consistente della nostra vita, spesso quella degli anni più belli. E che ci induce a rinunce importanti: viaggi, auto, relazioni sociali, etc.
Ed è un bene, la casa, al pari delle pensioni, spesso motivo di accanite lotte politiche e di crisi; addirittura, la promessa di abolire l’imposta sulla prima casa fu ritenuta determinante per la vittoria elettorale di Berlusconi nel 2008, dopo che due anni prima, con la stessa promessa, aveva sfiorato la vittoria, contro ogni pronostico, mancandola per soli 24.000 voti.
Solo qualche giorno fa, il sindaco di Genova, Marco Doria, è stato sul punto di doversi dimettere per una delibera del Consiglio comunale che, mettendo assieme voti eterogenei, aveva “tagliato” del 50% l’IMU sulle case definite di lusso, cioè categoria A1, fissando l’aliquota allo 0,29% invece che allo 0,58%. Poi, un contro-emendamento presentato dalla maggioranza e la minaccia delle dimissioni di Doria in caso di bocciatura hanno consentito di limitare la riduzione ai soli proprietari oltre i 70 anni con reddito inferiore ai ventimila euro. In questo modo è stato possibile un recupero di 5,5 milioni rispetto al “buco” provocato dalla votazione precedente.
Che proprio a Genova si sia sfiorata la crisi sullo scottante tema del regime fiscale sulle case di categoria A1 non è un caso. Nel capoluogo ligure, infatti, si trova il 20% del totale delle case italiane classificate di lusso.
Su un totale di 23.974 case signorili – secondo una recente stima di Confedilizia – quasi il 20% si trovano a Genova (4.398), seguono Firenze (2.926), Napoli (2.840), Milano (2.504), Torino (2.278), Roma (2.124). Con ‘solo’ 178 abitazioni signorili, Palermo ne ha meno di La Spezia (223).
Oltre a Genova, quello che maggiormente colpisce è il dato di Firenze: più di Napoli, Milano, Torino e Roma che hanno una popolazione di gran lunga superiore, visto che Firenze supera di poco i 300 mila abitanti. Se alle case A1 si sommano quelle in categoria A8 e A9, cioè ville e castelli, la situazione di Firenze appare ancora di più sproporzionata. Se ne contano oltre 6600, rispetto a 3.866 di Milano e 3.160 di Roma. E’ incredibile, e, infatti si tratta di una stortura: a Firenze gli immobili di lusso sono pari a quelli della capitale morale e della capitale politica d’Italia messi assieme.
Le conseguenze sono nefaste per i proprietari: imposta di registro del 9% invece che del 2%; mancata esenzione da salatissima IMU e TASI; più alte tariffe di nettezza gas e luce, etc.
Tutto ciò potrebbe andare bene se alla classificazione come casa di lusso corrispondesse realmente un divario. Il fatto è che i criteri della classificazione sono arbitrari e spesso soltanto “storici”, non adeguati alle condizioni che si sono modificate nel tempo. Ad esempio, per quanto riguarda ville e castelli, spesso le spese derivati dagli obblighi di manutenzione sono tali da richiedere agevolazioni piuttosto che un maggior peso fiscale. Per altri immobili, la classificazione di lusso deriva da scelte operate dai proprietari al fine di sottrarsi all’obbligo di affittare a canone “equo”. Ed altri criteri, superficie, terrazze, scale, etc. sono francamente opinabili.
Basta e avanza per richiedere una profonda revisione della materia, sia come legislazione nazionale, sia come normativa e tabelle locali.
O dobbiamo credere davvero che il lusso del mattone è tutto a Firenze e a Genova?

Concordo con tutto quello che dice e mi complimento per l’articolo degno del miglior giornalismo, ho quindi difficoltà a rispondere ad uno scrittore affermato quale lei è, pur tuttavia occorrerebbe tenere conto delle ingiustizie causate da dette classificazioni . A Fi abbiamo appartamenti vecchi in palazzi anni 60 di 150 mtq che sono stati classificati A1 all’epoca quando non c’era né ICI né IMU (così vendevano meglio), ai quali vengono sistematicamente bocciati i ricorsi, anche se accanto (ed’è cosiì!!) esiste una villa classificata A2 che non paga un €, mentre la tassa sull’appartamento si aggira sui 2.000 € annui. Vedere per credere. E vendere una A1, mi creda non è assolutamente facile, anzi… Pietro Lulli
Va da sé che non parlo di Piccolini ma di Niccolini.
“Tutto ciò potrebbe andare bene se alla classificazione come casa di lusso corrispondesse realmente un divario. Il fatto è che i criteri della classificazione sono arbitrari e spesso soltanto “storici”, non adeguati alle condizioni che si sono modificate nel tempo. Ad esempio, per quanto riguarda ville e castelli, spesso le spese derivati dagli obblighi di manutenzione sono tali da richiedere agevolazioni piuttosto che un maggior peso fiscale. Per altri immobili, la classificazione di lusso deriva da scelte operate dai proprietari al fine di sottrarsi all’obbligo di affittare a canone “equo”. Ed altri criteri, superficie, terrazze, scale, etc. sono francamente opinabili.”
Caro Nicola, il tuo discorso può essere occasione per qualcosa di più ampio, anche se francamente mi sembra opinabile che la revisione dei parametri possa portare alla riduzione di dimore signorili, vile e castelli, e quindi di abitazioni lussuose. Se un proprietario non sa come mantenere la propria abitazione perché giudicata dimora di lusso può venderla, se altri hanno apportato migliorie per aumentare il canone si accomodino. Ma il problema è altrove, e dà forma al rapporto tra la Firenze della piana e la Firenze collinare dove la Firenze collinare è una specie di avvoltoio che si pasce e mastica bocconi di firenzina. Dalle sciagurate scelte seguite all’alluvione, scelte più culturali che politiche quindi scelte retoriche e turistiche, Firenze è diventata il camerino dove gente di varia provenienza e estrazione viene a rifarsi il trucco per dare un’anima alla propria ascesa, un discorso questo che ha finito per indurre gli indigeni ad imitare gli allogeni, i fiorentini traviati dall’imitazione degli anglo e germanobeceri, ma anche degli arrivati che da ogni parte del mondo e d’Italia, contado compreso, vengono qua a travestirsi nel nuovo status permesso da un arricchimento convulso e molto, molto veloce. In tale contesto storico la dilatazione di abitazioni giudicate di lusso è più che naturale ed è inutile confrontare la densità abitativa di città come Napoli e Palermo che pur con residente di quattro o cinque volte superiori a Firenze denunciano un terzo delle dimore cosiddette di lusso. A restare alle aride cifre si perde di vista la funzione nefasta che Firenze s’è attribuita, e soprattutto si perdono di vista le ragioni territoriali del ” renzismo ” la malattie terminale della Firenze camerino per il trucco.. Ci sono dimore signorili, ville e castelli non di muratura, ma fatte di ruoli scalati alla meno peggio, col favore di uno scollamento storico e intellettivo dove si sono rapidamente insinuati altri aspetti del lusso non murario ma di uguale origine. Pensa a come l’individuo di Palazzo Chigi difende con le unghie e coi denti la sua dimora lussuosa, e a come all’occorrenza ritorna sul luogo del delitto. Ieri al Piccolini ha iniziato barando la sua campagna a favore del “ sì “ al referendum costituzionale di ottobre. Dico barando perché il nostro abilmente dà ad intendere che quanti dicono “ sì “ dicano un sì all’Italia, e quanti dicono “ no “ sono per un no all’Italia, sono contro l’Italia. Si può barare di più? E la chiave di tanta disonestà non sta nel lusso non murario in cui l’inquilino di Palazzo Chici s’infilò velocemente insieme ai suoi accoliti? Come vedi Nicola, non tiro il diavolo per la coda, il discorso sul lusso non può fermarsi ai suoi effetti ultimi e più appariscenti quali le dimore. ma coinvolge tutto un processo dissolutivo se è vero che il lusso è sempre servito a truccare i mutamenti sociali della storia. Non è un caso che pure Genova, a sua volta espressione della sinistra arricchita, sia in gara con Firenze, anche se Firenze con meno della metà degli abitanti di Genova, richiede una lettura particolare e deve assumere il fenomeno del numero abnorme delle dimore lussuose a principio interpretativo d’un problema di ben diverso dalle tasse sulle abitazioni. La questione è importante, non per imbastire un processo savonaroliano contro il lusso, ma per capirne matrice e metastasi, che in fin dei conti sono i diverticoli dell’intelligenza anche quando a Palazzo Chigi sarà messo un altro comico.