
Netanyahu sale sul podio di marmo verde dell’Assemblea generale al Palazzo di Vetro e parla da uomo in guerra, non da oratore. Ripete una condizione senza margini: Israele è pronta a deporre le armi se Hamas si arrende, consegna tutto l’arsenale, accetta una smilitarizzazione verificabile del territorio, lascia il controllo dell’area e libera immediatamente tutti gli ostaggi. Non una parte, tutti, vivi e morti. Solo così il fuoco si spegne e si apre la porta stretta della politica. Prima si neutralizza la minaccia, poi si discute del dopo.
Dal suo discorso emerge un secondo punto, altrettanto netto. Netanyahu non contempla la creazione di uno Stato palestinese. Non soltanto per l’assenza di interlocutori credibili, ma perché, nella sua lettura, la retorica dei movimenti islamisti prevede la nascita di quel presunto Stato sulle ceneri di Israele. Se l’orizzonte dichiarato è la cancellazione di Israele, il riconoscimento unilaterale e lo slogan “due popoli, due Stati” diventano un trucco semantico. Prima si estingue la minaccia, poi eventualmente si parlerà d’altro.
Sul fronte più ampio Israele rivendica una campagna di lungo periodo contro l’asse iraniano. L’obiettivo è logorare il regime teocratico di Teheran sul piano operativo, tecnologico e logistico: colpire le filiere delle armi di precisione e dei droni, sabotare infrastrutture a uso civile e militare, rendere incerti e costosi i corridoi che alimentano le milizie dal Levante allo Yemen. Non è la guerra dei riflettori, è una guerra di attrito che cambia gli scenari, non le chiacchiere.
Con i proxy iraniani la musica non cambia. Con Hamas il traguardo è smontare catena di comando, arsenali, tunnel e finanza clandestina, fino a ridurre il gruppo a irrilevanza militare. Con Hezbollah si lavora su interdizione e deterrenza, accorciando la profondità di fuoco e alzando il prezzo di ogni escalation sul confine nord. Con gli Houthi il bersaglio è la triangolazione missili, droni, navi che minaccia le rotte commerciali vitali per il Mediterraneo e per l’Europa. Stesso disegno, stesso principio: togliere ossigeno operativo alla rete iraniana finché tenerla in vita costa più del beneficio.
C’è poi il capitolo scomodo, detto a voce alta. Israele sostiene di fare anche un lavoro oscuro per la tenuta dell’Occidente. Ogni convoglio fermato, ogni deposito svuotato, ogni tratta chiusa significa città europee e americane più sicure. In questa chiave si inserisce l’idea di una normalizzazione ordinata dei movimenti migratori di matrice islamica verso l’Occidente. Meno valichi clandestini nelle mani di reti ostili, più capacità degli Stati di distinguere chi cerca futuro da chi porta guerra. Sicurezza e migrazioni non sono capitoli separati, sono lo stesso fascicolo visto da due lati.
La scena in aula fa rumore. Mentre parla, e in parte anche prima, si alza un’onda di sedie vuote. Lasciano l’aula delegazioni da decine di Paesi, in gran parte arabi e musulmani, diversi africani e alcuni europei, per un totale stimato di oltre cento diplomatici. Stati Uniti e Regno Unito restano ai loro posti con personale non apicale. In assenza di un elenco formale resta l’immagine delle sedie vuote. Una fetta di mondo sceglie il dissenso fisico, non il silenzio. Israele tira dritto: il messaggio, dice, arriverà comunque anche agli assenti.
Il punto politico torna all’inizio. Israele depone le armi se Hamas depone le sue, se il territorio viene davvero smilitarizzato e se gli ostaggi tornano a casa. Finché dall’altra parte l’orizzonte è la cancellazione di Israele e non una coesistenza reale, ogni scorciatoia diplomatica è fumo. La realtà si piega quando smetti di alimentarla con la forza, non quando la incarti con formule.
Chi vuole una tregua vera deve fare spazio a una resa vera. Chi cerca stabilità nel Mediterraneo deve togliere le chiavi del motore alle milizie che campano di disordine. Chi vuole che l’Occidente resti in piedi deve accettare che parte della difesa si gioca lontano da casa, nei nodi dove passano armi, soldi e uomini. Se arrivano resa, disarmo, smilitarizzazione verificabile e liberazione totale degli ostaggi, le armi israeliane tacciono. Altrimenti la storia, che non fa sconti, presenta il conto.
Piero Terracina

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