Nell’Introduzione di Herta von Dechend a Il mulino di Amleto, la questione prioritaria, che emergerà via via nel corso dell’opera, riguarda lo smarrimento, e non la perdita definitiva, dell’antico patrimonio di conoscenza posseduto da coloro che Aristotele chiama “i nostri più antichi progenitori” e che gli Autori fanno risalire al tardo Neolitico. Ma, la datazione esatta non può che dipendere dalle scoperte della paleontologia che continuamente sono destinate a rincorrersi.
Ma, che cosa esattamente avrebbero posseduto questi nostri antichi progenitori? Condividendo il pensiero di Aristotele, il “fatto noto che gli dei erano originariamente astri, anche se successivamente la fantasia popolare aveva offuscato tale verità”, nel brano di riferimento, Aristotele aggiunge anche che indubbiamente debba trattarsi di un linguaggio per così dire metaforico, ovverossia: in senso generale, traslato o anche sostitutivo di un termine proprio con uno figurato. Esempio: “gli antichi pitagorici, nel loro linguaggio cifrato, chiamavano le due Orse ‘mani di Rea’”. E dunque un linguaggio, quello del Mito, come peraltro tutti i linguaggi antecedenti e conseguenti, rappresentativo di ciò che intende descrivere ma che non può ripetere, s’intende esattamente, secondo numero peso e quindi misura.
E pertanto, ciò che per i molti sarebbe andato perduto, ma noi grazie soprattutto agli Autori riteniamo solo smarrito, è il significato di ciò che il linguaggio, ovverossia il discorso del mito, descrive per mezzo delle sensazioni e dei pensieri dei nostri più antichi progenitori. Così che, nient’affatto per caso, Heidegger parla di pensatori “iniziali”, e in particolare di Parmenide. Così che, qual è dunque il processo che consente a Parmenide di descrivere l’essere, che, com’egli dice: “è”?
Prima di tutto questo, ritengo però che sia utile approfondire il legame esistente, nell’antichità, e invece diversamente ricompreso nell’attualità, tra “iniziati” e “pensatori iniziali”.
Chi sarebbero gli “iniziati”?
A tale proposito, prendo spunto dal fatto che gli Autori dicono che Newton sia stato considerato dal più noto economista del secolo scorso, John Maynard Keynes, “l’ultimo dei maghi”, e che comunemente sia invece ancora oggi ritenuto “un fisico sperimentale”. Ma, a dispetto dell’episodio figurato e così ampiamente trasmesso della caduta della mela sulla sua testa, pare che Newton traesse piuttosto ispirazione dall’interno della sua stessa testa, da ciò che chiamiamo mente, ritenendo che “l’enigma si sarebbe svelato all’iniziato mediante l’applicazione del pensiero puro e della concentrazione mentale” (Keynes, 1947, p. 29).
Così che, dovremmo considerarlo anche noi piuttosto un ”mago” e non viceversa un fisico “sperimentale”.
E invece, chi sarebbero i “pensatori iniziali”?
Alla stregua di Heidegger: i fisici greci della più antica tradizione, e tra questi, più di tutti, ripetiamo: Parmenide. Ma, li potremmo definire, loro stessi, fisici “sperimentali”? E, se invece no, quale aggettivo viceversa dovremmo piuttosto usare? Per contrasto, potremmo definirli fisici “teorici”? E, sostanzialmente, in cosa sarebbe la differenza?
Sul punto in questione, non c’è dubbio che la differenza consiste nell’uso – privilegiato – della matematica, che altro non è che (l’)arte della misura, che consente alla branca della fisica teorica, a partire dall’assunzione di ipotesi, di svilupparle fino a giungere alla formulazione di leggi in forma di equazioni. Così che, leggendo anche le testimonianze, pur se poche, dei più antichi fisici dell’epoca, così come a partire da Anassimandro, sarebbe assolutamente stupido concludere che costoro prescindessero dall’esperienza, pratica. Così che, è invece vero il contrario, e cioè che il loro pensiero e il loro discorso trae fondamento proprio dall’esperienza quotidiana, anche o innanzitutto personale, vissuta.
Concluderei quindi che “iniziati” siamo in vero tutti noi che, da piccoli, siamo per così dire “iniziati” dall’esperienza della vita; e, poi, anche per così dire da grandi, ne siamo in qualche modo testimoni, usando un linguaggio, più o meno appropriato, che cioè in qualche modo serva a raccontarla. Così che, gli “iniziati” e i “pensatori iniziali” finiscano per rincontrarsi sulla stessa via o percorso necessario dell’inizio. E quindi, in malora il “complesso di Parsifal”: “a costui infatti la madre Herzeleide aveva insegnato fin da piccolo a non chiedere assolutamente mai ‘perché?’”.
Lo stesso Gorgia, anch’egli discepolo di Empedocle, avrebbe ripetuto che la verità non esiste, e se anche esistesse non sarebbe conoscibile, e se anche fosse conoscibile non sarebbe comunque trasmissibile. Si, ma in qualche modo era occorso che egli stesso lo dicesse. E allora, quale sarebbe il metodo o il linguaggio o il discorso migliore? Senz’altro quello che più di tutti avrebbe mantenuto un più stretto legame con l’osservazione e il pensiero dell’“ente” (ciò che è), che accade.
Ma, ciò che accade: accadeva da sempre e sarebbe accaduto per sempre? Questo sarebbe stato impossibile dirlo, tranne che non si voglia dare credito definitivo, per così dire, alla ripetizione degli e-venti che si erano manifestati, si manifestavano e si sarebbero presumibilmente manifestati nelle “profondità dell’oceano celeste”. Così che, insieme alle storie delle due Orse, il linguaggio del mito – a differenza di ogni altro linguaggio futuro – ci avrebbe meglio raccontato le storie, al nord, della Signora del Cielo ruotante, dei cani di Persefone, della regina degli Inferi, etc. e, al sud, le storie della nave Argo e della sua stella Pilota, “mentre la Galassia era il ‘ponte’ che conduceva fuori del Tempo”.
Fuori del Tempo?
Certo, se il Tempo non avesse avuto un inizio e non avesse una fine, che senso avrebbe parlare di una Galassia come “ponte che conduce fuori del Tempo”? Se tutto è parte dell’esperienza che noi viviamo – caro Parsifal perché pensare il contrario?, infatti così direbbe Parmenide, che ciò sia ed è impossibile -, come potrebbe esserci alcun’altra esperienza che possiamo conoscere e trasmettere: “Aristotele era fiero di affermare come fatto noto che gli dei erano originariamente astri, anche se successivamente la fantasia popolare aveva offuscato tale verità”.
Angelo Giubileo

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