Il labirinto del silenzio è il film che la Germania ha scelto per l’Oscar al film straniero e anche se non è entrato nella cinquina dei finalisti, è un film che ha dei meriti. Ricciarelli, regista alla sua prima prova, nato a Milano vive e lavora in Germania e racconta una storia che parla del silenzio a proposito dell’olocausto
Il procuratore Johan Radmann viene casualmente a conoscenza di quello che era accaduto al tempo del nazismo in Germania e nei vari campi di concentramento aperti nei territori occupati; durante una festa conosce un pittore Simon, sopravvissuto ad Auschwitz dove però aveva perso le due figlie, dopo averle affidate al dottor Mengele.
“le colpe dei padri ricadono sempre sui figli”, per evitare questo Radmann comincia ad indagare fino a far aprire gli archivi, entrare nelle stanze che custodiscono i segreti e scoprire l’indicibile e l’incredibile. La storia inizia nel 1958, quando appunto Radmann inizia la sua ricerca, fra l’ostilità o l’indifferenza dei colleghi, spalleggiato e sostenuto solo dal procuratore generale Fritz Bauer e la prima scoperta è quasi allucinante per lo spettatore: il procuratore ignora tante cose e i giovani tedeschi, a più di dieci anni dall’arrivo delle armate sovietiche nel campo di Auschwitz, non conoscono l’orrore che si nascondeva dietro la scritta “ Arbeit macht frei” non conoscono cosa succedeva a Birkenau e Dachau, non hanno mai sentito parlare della “soluzione finale”, soprattutto non sanno che nei campi di sterminio erano stati marchiati con un numero, torturati e uccisi circa sei milioni di ebrei.
Congiura del silenzio? Voglia di dimenticare? Colpiscono nel film l’arroganza e il silenzio dei nazisti rintracciati e interrogati. Nessuno di loro mostra un minimo accenno di pentimento, A tutto questo fa da contraltare il pudore dei sopravvissuti, quasi vergognosi di essersi salvati dall’inferno.
Ancora una volta va ribadita la necessità della memoria, del ricordo, perché abbiamo ancora bisogno di imparare, sapere, capire e, perché no, mettere a tacere i tanti “negazionisti”. Anche se ormai troppo spesso si sente ripetere, purtroppo a vuoto “mai più” l’odio razziale, l’antisemitismo, continuano ad ammorbare il mondo.
Non si ferma davanti a niente, nessun ostacolo frena Reidmann che è talmente sconvolto da ciò che sta scoprendo negli incartamenti raccolti in metri e metri di scaffalature , da pensare di poter portare alla sbarra anche Mengele che invece, coperto da connivenze potenti, non verrà mai catturato e processato. Chiede anche l’aiuto e la collaborazione del Mossad, Radmann, ma i servizi segreti israeliani a caccia di criminali nazisti una volta rintracciato Eichmann in Argentina, lo portano segretamente a Gerusalemme dove verrà processato e condannato a morte.
A questo proposito un film che andrebbe visto è lo splendido film di Margarethe von Trotta “Hannah Arendt” rimasto nelle nostre salesolo per troppo poco perché tutti potessero vederlo.
Mengele, nel frattempo ha fatto perdere le sue tracce in Perù. “…è un dottore, ha fatto un giuramento…”, ripete più volte Radmann, quando si ostina a voler portare al processo anche Mengele, più colpevole rispetto agli altri. Ricciarelli racconta con l’entusiasmo del neofita lasciando sempre fuori campo ciò che possiamo vedere in tanti film e documentari sull’Olocausto, pur riportando sempre con esattezza i fatti.
Il film può sembrare a tratti ingenuo e didascalico ma ha un doppio pregio: far conoscere una storia che ha dell’incredibile (il silenzio della Germania che cercava di risorgere senza riconoscere l’orrore del nazismo) e riabilitare quella legge che tutto aveva cercato di coprire. Bastano la volontà e l’ostinazione di una sola persona a permettere quel cambiamento necessario che porta alla verità, alla civiltà, alla ricerca del bene comune.
Ed è quindi una pagina della storia recente della Germani quella che il procuratore Johan Redmann riesce a scrivere con il processo che portò alla sbarra 22 criminali nazisti abbattendo così il muro di omertà.

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