
Non è una fantasia od uno scherzo: il primo aprile Nelson Mandela era a Palazzo Medici Riccardi; lo ha portato Alessandro Lo Presti, facendolo uscire vivo e pulsante dalle pagine del suo nuovo libro “ Il Guerriero Guaritore”.
Quando Alessandro parla, puoi anche correre felicemente il rischio di non ascoltare quello che dice, ma solo essere affascinato dalla serenità dello sguardo e dal sorriso che accompagna il suono delle sue parole. Questa volta però le parole pesavano molto, portavano inciso il segno di una volontà ispirata dall’amore: e questo segno si chiama riconciliazione.
Su questo concetto Mandela ha fondato il processo storico che ha permesso alla sua Nazione di raggiungere un livello democratico evitando il rischio di una guerra civile.
Come ha fatto? Semplice: ha applicato o meglio è riuscito ad applicare ed a far applicare il principio etico contenuto nel concetto di riconciliazione.
E per arrivare a questa sublimazione filosofica prima e sociale poi, ha dovuto subire oltre 27 anni di carcere che però non sono stati spesi invano. E’ stato appunto durante la sua cattività che ha maturato l’idea del conseguimento della giustizia attraverso la riparazione dai torti e non con la vendetta o comunque con un equivalente retributivo.
Per Alessandro appare agevole fare proprio il principio secondo cui la sofferenza e la solitudine servono anche ad esaltare lo spirito e ad arricchire l’uomo; è nel suo DNA e nella sua ispirazione religiosa e filosofica; il suo buddismo gli consente appunto di trasformare il veleno in medicina; come a Mandela di trasformare la sua lunga detenzione in un salvifico progetto di giustizia riparativa.
Insomma superare i torti, qualunque tali, in una ecumenica riconciliazione.
Questa parola contiene tutte le sfaccettature del concetto: la premessa storica è la sussistenza di un contrasto: esisteva nei confronti della popolazione di colore una assoluta segregazione, l’apartheid; mentre Madiba soffriva in carcere dell’apartheid, pensava appunto alla riconciliazione.
Il secondo passaggio è la fattuale realizzazione del processo storico di riconciliazione: dare valore estintivo al riconoscimento di responsabilità con risarcitoria tacitazione a tale riconoscimento. In altri termini Mandela ha avuto il grande pregio di trasferire su un piano ecumenico il semplice principio di commissione di un illecito e di successiva estinzione degli effetti dannosi; ciò è potuto avvenire per costruttivo intervento del danneggiante da un lato e per conseguita soddisfazione dello stesso danneggiato dall’altro.
Questo è stato il grande valore etico e storico di Mandela: malgrado le persecuzioni subite, il carcere, la segregazione, mai ha pensato alla vendetta, si è rivolto invece alla riconciliazione; ed è riuscito infatti a ricostituire tra i suoi concittadini un senso sociale civico ed umano: gli aguzzini di un tempo hanno riconosciuto i loro errori ed hanno fatto ammenda; i perseguitati sono riusciti a trovare, in tale riconoscimento di responsabilità, l’elemento compensativo alle loro sofferenze; in termini di squallido diritto civile, oggi si direbbe il giusto risarcimento. Ma la cosa bella è che questa combinazione di equilibri ha assunto un valore ecumenico, ha coinvolto prima la sua Nazione e poi, chiaramente, tutto il mondo civile.
Il nostro ospite di Palazzo Medici Riccardi dovette però impegnarsi molto per conseguire i risultati conciliativi: costituì un tribunale speciale nominato Truth and Reconciliation Commission: lo scopo era di pubblicizzare le responsabilità degli “afrikaner” colpevoli, per poi concedere loro una forma di amnistia; insomma conciliare l’applicazione di un metodo non violento con la tradizione tribale africana di umanità verso gli altri ( prende il nome di “ubunto”). Fu questo il più importante esempio di applicazione del principio di “giustizia riparativa”, che comunque non fu esente da pesanti critiche, rivolte queste a optare per l’applicazione di forme di giustizia retributiva od ostativa; le stessa Corte Penale Internazionale non si astenne da critiche.
Lo Presti però, è stato ancora più bravo: oltre ad aver goduto della presenza di Mandela, ha stimolato gli altri ospiti ad affrontare la questione della giustizia riparativa anche sotto altro profilo; oltre alla “amnistia” per i persecutori ed alla loro reintegrazione, era molto importante esaltare e riconoscere le sofferenze delle vittime, dei perseguitati e dare loro un giusto valore. Sarebbe però stato difficile dare ai torti subiti un controvalore materiale; ecco dunque l’opera d’arte di Mandela: una giustizia riparativa, intendendo per riparazione l’attivazione di “un processo nel quale tutte le parti che hanno un interesse ad affrontare gli effetti che derivano dalla commissione di un reato si riuniscono per gestire collettivamente tali conseguenze e le loro implicazioni per il futuro” ( Tony Marshall), facendo comunque in modo che la “ giustizia riparativa rinuncia ad aggiungere male al male per destinare ogni energia utile alla reale tutela delle vittime, attraverso un percorso di riparazione” ( Martin Wright).
Il libro di Alessandro Lo Presti dice tante altre cose; sono occorsi dei relatori del calibro di David Ermini, Federico Gianassi, Rossella Giazzi e Simone Stefani per rendere giustizia, questa volta non riparativa, all’autore; il sabba della giustizia intorno al quale gli illustri relatori si sono raccolti e confrontati, sta ancora bollendo e tenta di portare a cottura tanti argomenti coriacei e contraddittori. Non sussiste assolutamente il rischio che il Nostro si ritiri nelle sue meditazioni esoteriche; si confida invece che dia energico seguito alla proposta cosi delicatamente presentata, e stimoli nuove opportunità di dialogo e di approfondimento; per esprimere un concetto che farebbe morire di invidia Jacques de la Palice ( se non fosse, appunto, già morto), direi che la Giustizia è l’unico argomento utile che abbiamo contro l’ingiustizia.
Consiglio di leggere l’opera di Alessandro.
Carlo Eugenio Casini
Avvocato in Firenze

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