Passa il cencio con metodica lentezza. Sciacqua (strizza) e ripassa. Transita di fronte a noi, tra una vetrata e l’altra. Sguardo basso. Fare silenzioso. La riunione ha il suo ritmo, lei il suo. In comune una porzione di spazio. Per il resto: due mondi. Mi sono distratta pensando alla sua esistenza. Probabilmente un figlio, una figlia (forse due). Gente che lavora in un bar, oppure studenti universitari, casomai brillanti ricercatori negli States o disoccupati che l’aspettavano a casa per vedersi recapitare il piattone (fumante) di pasta al pomodoro. Figli amorosi che le mandavano soldi o degenerati che la insultavano se la camicia non fosse stirata a dovere.
Transita oltre, scompare. Riprendo in mano le carte sul tavolo. Riprendo anche il filo della discussione. Se mi trovo lì, è perché la mia società tiene a quel cliente e perché io sono subentrata alla bonazza che lo aveva in carico prima di me. Tutti sapevano della (innocente) debolezza del “cummenda” per le signore e le signorine. Una debolezza innocua e ben arginata, che trovava la sua massima realizzazione quando il “cummenda” si mostrava in giro con qualcuna per generare (almeno) l’equivoco: l’immagine è tutto.
Nel mio caso, sfruttava la pausa pranzo per stiparmi sulla sua sportivona infossata (quella che tirava su la gonna e lo stomaco fino al collo) e portarmi in qualche buon ristorante. Sempre affollato. A seguire i suoi baldanzosi collaboratori. Talvolta, anche i figli (i “pirla”).
L’anno scorso, in azienda, ho conosciuto la moglie. Il suo commento è stato quello tipico di una alle nozze d’oro: “Signorina, non si preoccupi, non gli tira più!”. Tranquillizzante.
Ora, in riunione, si parla di contabilità e di una piccola acquisizione. A sufficienza per andare a far buio. La donna delle pulizie, quella del cencio, ci aveva trovato (ancora) al lavoro alle otto di sera. Mi aveva distratta. Aveva un aspetto esile. Di carnagione chiara. Bionda. Sessant’anni passati. Mi ero immaginata cos’avesse avuto sotto quel grembiule azzurro, liso. Forse un maglione di flanellina (vecchio). Un paio di pantaloni comodi (da lavoro). Un paio di mutandone di cotonazzo, belle larghe, dagli elastici stanchi, cedevoli, usurati. Contro i miei succinti slip di pizzo nero, non avrebbero avuto partita. Neppure contro quelli del nostro avvocato, sicuramente modaioli ed attillati, da palestrato (novanta euro a paio). Oppure, nulla contro le mutande del vecchio, secondo me grandi come una casa ma intonse, nuovissime, morbidissime, pulitissime, stiratissime. Le mutande del vecchio saranno state sicuramente comprate dalla moglie. Avrà speso bene i soldi, comprando non solo quello che meno infastidivano le sue (laconiche) parti basse, ma anche l’attrezzo meno sexy che offrisse il mercato. Così, per stare sicura che calandosi le braghe avrebbe fatto solo ridere. Mentre non credo che l’avvocato avesse lasciato alla moglie il compito di scegliere le sue (di mutande). Le avrebbe sicuramente scelte lui. Forse per comodità. Sicuramente per sexytudine (non si mai). Le mie le ho scelte con la stessa logica dell’avvocato. Non sono una così masochista da indossare un ridicolo perizoma un giorno di lavoro, ma neppure così masochista da indossare braghe buone per correre. Non si mai (appunto).
Tutta questa complicazione, la donna delle pulizie non l’aveva. O forse si. Forse, si era preoccupata anche lei di quello che avrebbe visto suo marito una volta a casa. Forse, si era posta il problema, ma non aveva avuto nodo di risolverlo. Forse, il marito non lo aveva più. Viveva sola. La verità è che qualche minuto prima mi aveva distratta ed ora, in questa riunione, non mi è possibile sapere nulla di lei, né di quale vita l’avrebbe attesa di lì a poco. Di certo, non riesco a modificare quella sanzione che si prova di fronte a certe donne: ci si sente delle stronzette. Delle vere stronzette con ancora tutto da imparare.
Così ieri. Così oggi a casa, ripensandoci
Il gioco delle quattro mutande
L’anno scorso, in azienda, ho conosciuto la moglie. Il suo commento è stato quello tipico di una alle nozze d’oro: “Signorina, non si preoccupi, non gli tira più!”. Tranquillizzante.

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