
La guerra tra Hamas e Israele aumenta i rischi per le rotte marittime del commercio e dell’energia, già sfidate dai ripetuti attacchi di matrice iraniana alle petroliere in transito fra Stretto di Hormuz, Golfo dell’Oman e Mar Arabico settentrionale. Infatti, se anche il conflitto rimanesse geograficamente confinato tra Israele e territori palestinesi, il rischio marittimo – in termini di libertà di navigazione e sicurezza dei porti commerciali – persisterebbe. A fare la differenza sono infatti due fattori: il ruolo delle milizie filo-iraniane nella regione e, nell’ombra, le possibili mosse asimmetriche dell’Iran.
L’interdizione dello Stretto di Hormuz rimane un’ipotesi estremamente remota, mentre attacchi e azioni di disturbo contro obiettivi marittimi, soprattutto israeliani e statunitensi, sono opzioni più plausibili. Intanto, le navi commerciali che si recano in Israele vengono invitate ad assumere adeguate misure di protezione anti-missilistica e verranno compensate dal governo qualora dovessero subire danni in acque territoriali israeliane. E le petroliere dirette in Israele si avvicinano adesso con i transponders di tracciamento spenti per evitare di essere intercettate.
Dopo il 7 ottobre: commercio, porti e missili
Dopo il 7 ottobre, Hamas ha più volte lanciato, anche dal sud del Libano, razzi a lungo raggio verso le città costiere di Haifa (nord di Israele) ed Eilat (nel sud), ma anche verso le città mediterranee di Ashkelon e Ashdod, a due passi dalla Striscia di Gaza. Da subito, Israele ha chiuso il porto di Ashkelon, principale ingresso per il petrolio nel Paese, a causa degli attacchi aerei; l’attività del vicino porto di Ashdod, che esporta potassa per fertilizzanti e bromo, si è significativamente ridotta.
In questo contesto, numerose navi commerciali con destinazione Israele vengono reindirizzate verso il porto settentrionale di Haifa. Il ruolo della città meridionale di Eilat diventa sempre più strategico: affacciata sul Golfo di Aqaba, Eilat offre infatti a Israele una rotta alternativa, quella del Mar Rosso, rispetto alla sponda orientale del Mediterraneo in prossimità di cui infuria la battaglia aerea. Tuttavia, anche Eilat è oggetto di attacchi e non solo da parte di Hamas. Dallo Yemen nordoccidentale, gli houthi (che ricevono aiuto militare dall’Iran e dagli Hezbollah) hanno già sferrato e rivendicato tre attacchi con droni e missili in direzione del sud di Israele. Minacce concrete contro le quali Tel Aviv ha rafforzato anche la difesa marittima nel Mar Rosso.
Choke-points: volumi e rotte
Nell’attuale contesto di crisi, tutti gli stretti marittimi del Medio Oriente sono “osservati speciali”: Suez (compreso il tratto del Golfo di Suez nel Mar Rosso), Hormuz (di fronte all’Iran), nonché il Bab el-Mandeb (vicino ai territori yemeniti controllati dagli houthi). Seppur non vi siano, al momento, minacce dirette ai choke-points, la disputa indiretta fra Iran e Stati Uniti – ben visibile nella guerra tra Hamas e Israele – potrebbe riverberarsi sulla sicurezza delle vie marittime e delle tante infrastrutture, anche energetiche, del quadrante mediorientale.
Da Suez transitano giornalmente 3,6 milioni di barili di greggio. La pipeline Sumed collega il Golfo di Suez con il Mediterraneo e l’Europa: l’80% del petrolio esportato da Medio Oriente e Golfo passa da qui. Dallo Stretto di Hormuz viaggiano 21 milioni di barili al giorno e più di un quarto del commercio internazionale di gas naturale liquefatto (Gnl). Oltre 6,2 milioni di barili di greggio e raffinati petroliferi attraversano giornalmente il Bab el-Mandeb, ovvero il 9% del petrolio commerciato via mare.
Per i Paesi europei, il Bab el-Mandeb è ancora più strategico di Hormuz in termini di import petrolifero. Infatti, dei 6,2 milioni di barili di greggio in transito giornaliero per lo stretto, 3,6 milioni sono diretti in Europa, i restanti 2,6 milioni in Asia; diversamente, il 76% dei barili di greggio che passano per Hormuz è destinato ai mercati dell’Asia.
Hamas, Hezbollah, Houthi: la dimensione navale delle milizie filo-iraniane
Negli anni, le milizie filo-iraniane del cosiddetto asse della resistenza (contro Israele e Stati Uniti) hanno sviluppato anche delle unità navali, con il sostegno determinante di Teheran. Oltre al possibile utilizzo di missili e droni contro target marittimi, Hezbollah può contare infatti su un’unità navale di poche centinaia di miliziani ma dotata di missili anti-nave (soprattutto di fabbricazione russa e cinese), sottomarini e navi iraniane (“Ghadir”; “Zulfiqar”), più un commando per operazioni marine (incursioni, esplosivi, mine).
Anche Hamas e Jihad Islamica (palestinese) stanno rafforzando, entrambe con il sostegno attivo di Teheran, le unità navali. Hamas e Hezbollah stanno inoltre sperimentando sottomarini a controllo remoto capaci di colpire giacimenti offshore e gasdotti. Già nel 2018, Israele aveva bombardato una base navale di Hamas nella Striscia di Gaza, distruggendo “armi marittime avanzate”.
Nel 2021, Hamas aveva tentato di colpire il giacimento gasifero offshore israeliano di Tamar con una dozzina di razzi, protetto però dal sistema di difesa anti-missilistica Iron Dome. Prima dell’accordo di demarcazione marittima fra Israele e Libano (ottobre 2022), Hezbollah aveva più volte minacciato di attaccare i giacimenti israeliani off shore, lanciando nel luglio 2022 tre droni verso Karish (campo gasifero conteso fra israeliani e libanesi), intercettati da Israele.
Fin qui, i più attivi in termini di naval warfare sono stati però gli houthi che, nel quadro del conflitto in Yemen, hanno più volte colpito navi militari e commerciali nel Mar Rosso, mediante l’utilizzo di droni marittimi (noti anche come unmanned surface vehicles e water-borne improvised explosive devices-WBIED), nonché di mine marittime. Il principale target è stata fin qui l’Arabia Saudita: nel 2020, l’impatto di un’imbarcazione-drone contro una petroliera provocò un’esplosione nonché la chiusura temporanea del porto di Jedda.
Sicurezza marittima: le aree (già) critiche
La nuova guerra mediorientale si inserisce in uno scenario marittimo impegnativo. Prima dell’inizio del conflitto tra Hamas e Israele, la sicurezza di alcune vie marittime era già vulnerabile. Infatti, dal 2019, episodi di warfare asimmetrico (attacchi con missili, droni e imbarcazioni-drone contro navi civili in navigazione o infrastrutture economiche, energetiche, portuali; mine marittime; sabotaggi; sequestri), si sono verificati con frequenza tra Golfo dell’Oman, Mar Arabico e Mar Rosso meridionale, da parte dell’Iran e delle milizie alleate, come gli houthi.
La ripresa della relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023 non ha infatti migliorato la libertà di navigazione tra Hormuz e Golfo dell’Oman, dove sono continuati gli attacchi e i sequestri di petroliere. Dal 2021, l’Iran ha attaccato, sequestrato o tentato di colpire circa venti navi commerciali secondo il Pentagono. Nessun episodio è stato segnalato dal 7 ottobre. Solo da un paio d’anni, la tregua nazionale in Yemen fra gli houthi, il governo riconosciuto dall’ONU e la Coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, ha invece ridotto l’insicurezza nel Mar Rosso meridionale. Ma la tregua non è più stata rinnovata dall’ottobre 2022 e gli scontri si stanno riaccendendo, anche al confine saudita.
Interessi regionali e globali
La stabilità delle rotte marittime del commercio e dell’energia è una priorità per le monarchie del Golfo, nonché per i players globali. Per l’Arabia Saudita e le altre monarchie, i processi di diversificazione economica post-idrocarburi, come Vision 2030, puntano molto su export e infrastrutture, necessitando quindi di vie marittime sicure: solo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno però la possibilità di aggirare Hormuz, con rotte alternative. I sauditi, che proprio dal 2022 hanno incrementato l’export di petrolio verso l’Europa via Sumed, possono contare sul terminal di Yanbu, nel Mar Rosso, da cui passa l’80% del greggio esportato dai sauditi verso i Paesi europei; gli emiratini oltrepassano Hormuz attraverso il porto di Fujairah, situato nell’emirato più orientale della federazione, geograficamente a est di Hormuz.
L’Asia, a cominciare da Cina e India, non può prescindere poi dalla sicurezza marittima degli snodi che circondano Penisola Arabica e Golfo: metà dell’import di greggio di Pechino e di New Delhi proviene dal Golfo. Ora che la guerra infuria tra Hamas e Israele, l’invio di un sottomarino a propulsione nucleare in Medio Oriente da parte degli Stati Uniti è l’ennesimo messaggio di deterrenza verso l’Iran e i suoi alleati. A evidenziare che la posto in gioco è, per tutti, troppo alta, e che nessun ragionamento circa la stabilità regionale può prescindere dalla sicurezza marittima.
Eleonora Ardemagni
Ispi Senior Associate Research Fellow Medio Oriente e Nord Africa

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