
“La scuola eleatica ha dimostrato razionalmente che c’è solo l’essere e che il divenire non esiste.
Dopo Parmenide i filosofi greci (e i greci hanno sempre ragionato per opposti!) dovranno risolvere una questione essenziale: come “salvare i fenomeni” (cioè la molteplicità del mondo che tutti viviamo) ridotti a mera opinione fallace o illusione? Parmenide non pensa che la molteplicità sia inesistente, ma appunto: in quanto esistente, la via della verità consiste nella consapevolezza che la verità è l’apparire di un’unità, mentre la via dell’opinione (armata della logica separatrice e quindi del linguaggio) isola i fenomeni, separa la verità dell’apparenza dal fondamento del suo dispiegarsi” (http://scuolapopolaredifilosofiamacerata.blogspot.com/2014/12/27-novembre-2014-lezione-04-parmenide-e.html?m=1 ).
Tra l’essere e il non essere della tradizione accademica, da Platone in poi, riemerge costantemente una sorta di “terza via” che diciamo è la via dell’essere di Parmenide. In anticipo su tutti i filosofi della tradizione, Parmenide confuta innanzitutto il principio del terzo escluso attinente alla costruzione logico-aristotelica e fondamento dell’intera tradizione platonico-pitagorica che segue. “Dato che tutte le cose si chiamano tenebra e luce, ciascuna secondo efficacia di queste sull’una o sull’altra, tutto (l’universo) è pieno egualmente di luce e notte invisibile, entrambe alla pari, nulla pertiene ne’ all’una ne’ all’altra (G. Cerri commenta: “cioè, nessuna cosa può appartenere a qualche ulteriore area semantica che non abbia nulla a che fare ne’ con la ‘luce’ ne’ con la ‘tenebra’, ma dovrà necessariamente essere concepita o come parte dell’area semantica della ‘luce’ o come parte dell’area semantica della ‘tenebra’ o come mescolanza quantitativamente determinata dell’una e dell’altra”)”. Così che, nel Frammento 9 citato dell’opera di Parmenide, l’uso quantitativo del termine “efficacia” permette di legare le cose – indissolubilmente e quindi a differenza della logica identitaria e non contraddittoria aristotelica in modo non separato – alle forze o “potenze” (che per Platone saranno le “idee”) che agiscono nella realtà e cioè operano esse stesse sia in modo che diciamo consapevole che inconsapevole. In ordine all’uomo, tutto ciò accade nella complessità del rapporto che l’uomo medesimo intrattiene con l’intero cosmo. Questa complessità e in definitiva incertezza, per l’uomo, di ogni situazione determina comunque, in ogni caso, ciò che è “efficace”; altresì orientando la scelta dell’uomo piuttosto “al meno peggio”, così come ne parla E. Morin nel suo discorso laico “della perdizione”. Tutto ciò che “è“ è efficace e dimostra così che “l’essere è e non è possibile che non sia e il non essere non è e non è possibile che sia” (Parmenide). Ha scritto J. Monod: “L’etica della conoscenza non si impone all’uomo; al contrario è l’uomo che se la impone, facendone assiomaticamente la condizione di autenticità di qualsiasi discorso o di qualsiasi azione (…) Il discorso autentico fonda a sua volta la scienza e rimette nelle mani dell’uomo gli immensi poteri che oggi lo arricchiscono e lo minacciano, lo liberano ma potrebbero anche renderlo schiavo”. Ed è ciò che, per l’appunto, E. Morin ha chiamato “il vangelo della perdizione”. In generale, alla stessa stregua di quanto già anticipato anche da K. Lorenz: “La possibilità di uno sviluppo superiore, di un impensato e prima mai esistito sviluppo superiore, è altrettanto aperta che la possibilità che l’umanità si sviluppi verso una società di termiti della peggior specie”. Attraverso il perenne dominio di un’esistenza umana incerta ma (che si rivela) altrettanto “efficace”, così che “allora di via resta soltanto una parola che: è” (Parmenide).
Angelo Giubileo

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