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Il fiscal compact è una fregatura

di Roberto Riviello | 23 Marzo 2014

Basta andarsi a rileggere i 16 articoli del suddetto Trattato, per capire che sostanzialmente dalla sua entrata in vigore, il 1 gennaio 2013, l’ Italia ormai si troverebbe in una situazione non molto diversa da quella spesso richiamata della Germania all’ indomani degli accordi di pace di Parigi nel 1919

fiscalcompactSinceramente talvolta viene da chiedersi se i 216 senatori e i 368 deputati del nostro Parlamento che, tra il 12 e il 19 luglio del 2012, ratificarono l’ ingresso dell’ Italia nel Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità (meglio noto con il termine inglese Fiscal compact), per altro già approvato il 2 marzo dello stesso anno dagli Stati membri della Ue ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, fossero pienamente consapevoli di quello per cui votavano oppure, sotto sotto, pensavano che, vista la macroscopica assurdità ed evidente irrealizzabilità degli impegni sottoscritti, si trattava soltanto di fumo negli occhi e promesse al vento.

Eh sì, perché basta andarsi a rileggere i 16 articoli del suddetto Trattato, per capire che sostanzialmente dalla sua entrata in vigore, il 1 gennaio 2013, l’ Italia ormai si troverebbe in una situazione non molto diversa da quella spesso richiamata della Germania all’ indomani degli accordi di pace di Parigi nel 1919, che la obbligarono a pagare debiti di guerra agli anglo-francesi secondo un ritmo forsennato e che la portarono verso una crisi economica e sociale irreversibile le cui conseguenze furono una spaventosa disoccupazione, la perdita del potere d’acquisto dei salari e, dulcis in fundo, la salita al potere di un certo Adolf Hitler.

Quali sono i contenuti essenziali dei 16 articoli del Fiscal compact a cui il premier Monti ha apposto la sua firma e il Parlamento italiano ha dato il suo consenso? Tra i principali e più nefasti per tutti noi e i nostri figli, vorrei ricordare nell’ordine:
1) obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3,c.1)
2) obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL)
3) significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul PIL nell’arco di un ventennio (artt. 3 e 4)
4) impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6).
5) obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del Pil; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche.

Qui non bisogna essere economisti laureati, ma basta avere un pò di esperienza di un normale bilancio familiare per capire che, per risanare il nostro elevatissimo e ancora crescente debito pubblico, o cresce il Pil o si aumenta la tassazione. E visto che l’ economia italiana non cresce da anni e per il 2014 la stessa Commissione europea prevede una crescita inferiore all’ 1%, sembra chiaro a tutti che la Ue ci sta preparando il più grosso salasso fiscale della storia, dovendo noi pagare cifre da capogiro dovute agli interessi sul debito, che gli economisti del Sole 24ore hanno calcolato superiori ai 50 miliardi all’anno.

Altro che austerity, questa sarebbe la morte per asfissia della nostra economia.

Ma come vanno le cose in quel Paese, l’ Inghilterra, che ha fatto scelte ben diverse dalle nostre? Il ministro George Osborne ha recentemente presentato il piano finanziario per il 2014, secondo il quale il Regno Unito avrà un tasso di crescita del 2,7% che lo pone dunque in testa alla classifica dell’ Ocse. E, poiché il tasso di disoccupazione è sceso a quota 7,2, sembrano proprio confermarsi le previsioni che lo vedono superare la Germania entro il 2020.

Questo perchè David Cameron, che a suo tempo si rifiutò di firmare il Fiscal compact con le sue tappe forzate indicate in precedenza da frau Merkel, ha messo in atto una politica britannica di rigore e di riforme ma non di austerity alla tedesca, grazie alla quale la spesa pubblica è stata consistentemente tagliata (solo nel 2013 di 112,5 miliardi di sterline su un totale di 719), e al tempo stesso sono stati trovati soldi per erogare prestiti alle piccole e medie imprese, rilanciare i mutui e sostenere l’ export.

Allora non c’è alcun dubbio che siano queste le grandi battaglie che il nostro premier Renzi dovrà affrontare volente o nolente: spesa e pubblica e Fiscal compact. Ma potrà continuare a dire a cuor leggero che “dobbiamo smettere di considerare l’ Europa come la causa dei nostri mali” ?

Pubblicato in : Editoriale

Info Roberto Riviello

Insegnante, si è laureato in Filosofia nell’Università di Firenze nel 1978, risiede nel Valdarno fiorentino. Commenta la politica italiana su Pensalibero.it e scrive racconti per radio poi diventati sceneggiati e testi teatrali messi in scena come regista. Ha al suo attivo anche un film sulla vita di un grande poeta toscano poi finito in manicomio. Trascorre il suo tempo libero passeggiando in campagna. È appassionato di storia, arte e cucina.

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