E’ in una cornice di un dolce ma ancora caldo settembre ad accogliere a Roma, nella magnifica Villa Celimontana, il Festival della Letteratura di viaggio, uno degli eventi più interessanti per chi è appassionato di viaggi ed è continuamente sintonizzato sulla dimensione Mondo. Quattro giorni dedicati alla letteratura di questo tipo tra incontri, dibattiti e confronti con ospiti illustri come Corrado Formigli, Letizia Battaglia, Paolo Rumiz, non mancando meravigliose mostre su Giappone, Malta, Papua Niugini, Azzorre e Basilicata.
Il tema portante quest’anno non poteva non essere quello sui migranti e su questo triste argomento le narrazioni sono state ampie ed intense. Dalle testimonianze dirette di Nawal Soufi e Mohamed Keita e del giornalista e portavoce Unicef Andrea Iacomini, alla visione globale del fenomeno da parte dell’antropologo Marco Aime e dei giornalisti Alessandro Leogrande e Shady Hamadi.
Più voci più visioni, dunque, che hanno avuto un epilogo commovente nel conferimento del premio Società Geografica Italiana La Navicella d’Oro 2016 al dr. Pietro Bartolo, protagonista del film Fuocammare di Gianfranco Rosi, che ha illustrato con video e foto il suo operato quasi trentennale nel dare soccorso ai sopravvissuti che giungono sulle coste di Lampedusa.
La nuova letteratura di viaggio non può non raccontare questa dimensione, con una prospettiva completamente diversa, in quanto si racconta il viaggio di altri, l’esodo disperato, e spesso senza speranza. E’ la narrazione di sfollati, che come dice il termine stesso sfuggono alla folla ed alla follia di certe parti del mondo. E’ racconto di vita perchè chiunque viaggi va incontro ad essa, lascia una parte di sè, si sottrae ad un luogo per donarsi e prendere energia in un altro. Come la storia di Maxima, la bimba protagonista del libro Solo la luna ci ha visto passare di Francesca Ghirardelli, presentato al Festival. Maxima, partita da sola, ora vive in Francia. Un viaggio, che come rivela lei stessa, è stato la più bella esperienza della sua vita, non riportando le enormi difficoltà vissute, dai barconi all’approdo a Lesbo, seguito dal viaggio, nascosta, nella carcassa di un tir. Maxima, che ricorda sorprendentemente la meraviglia di quando, costretta a guardare solo in alto nel barcone, perchè schiacciata dagli altri, vede e scruta la luna nel firmamento mentre naviga in mare.
I quattro giorni romani hanno messo in luce come non si possa non fare i conti con questa umanità, il non senso di questa ondata di neotribalismo che dilaga sempre più verso un forte arretramento culturale, così lontano dall’anelito di mondializzazione che caratterizzava, al contrario, lo spirito intellettuale e globale degli anni 60.
Ma il Festival è stato anche altro: interrogarsi sul senso e sul modo di raccontare ancora oggi il viaggio. Una letteratura di viaggio del terzo tipo, lontana dai modelli passati dei grandi racconti di viaggi ed avventure, che parte da un’esigenza di umiltà e dall’esigenza di raccontare l’invisibile che è nei luoghi che ci accolgono. E’ necessario camminare, muoversi a piedi, usare il proprio corpo e logorarsi, entrare nella Natura, commuoversi in essa. Entrare nelle persone che ci ospitano e che si incontrano, come ha raccontato Riccardo Carnovalini del suo lungo viaggio a piedi nel suo libro Paspartu. E’ ancora viaggio incontrare e raccontare le meravigliose persone della Calabria grecanica narrate da Patrizia Giancotti nel libro Filoxenia, mostrate nelle loro rugosità, simile a quella della loro terra, nei suoni delle campane appese al collo delle capre, la cui accordatura è un vero e proprio mestiere, dei più nobilitati. Cosi come avviene dall’altra parte del mondo, attraverso il Sahel, nel viaggio, tra i nomadi Wodaabe, di Elena Dak che ce ne racconta la magia nel suo racconto Io cammino con i nomadi presentato al festival.
Tanti viaggi raccontati, partendo dalla terra calpestata con umiltà insieme agli altri, con la capacità di cattura dell’impalpabile che ci donano determinati luoghi, che assurgono a veri protagonisti e motori di storie di magie ed incanti. Dal Festival è trapelata molto forte questa esigenza da parte di chi racconta e si fa promotore della condivisione delle storie, di essere tutt’uno nei territori in cui si accede e non uno straniero. Una frontiera liquida che si sposta, in pratica, in ogni ambito umano, con la mancanza di confine, a piedi, in bici, con la fantasia e giocando come nell’esilarante e delizioso libro di Gianluca Caporaso, Appunti di Geofantastica, che partendo dai nomi delle città e viaggiando tra le parole costruisce percorsi e situazioni di meraviglia, non trascurando al contempo realtà sociali più drammatiche.
Concludo, citando doverosamente Gianni Celati, che più di tutti, negli anni si è posto la perplessità su come poter ancora oggi raccontare i luoghi, affermando: “Le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo. Il mondo esterno ha bisogno che lo osserviamo e raccontiamo per avere esistenza. E quando un uomo muore porta con sé le apparizioni venute a lui fin dall’infanzia, lasciando gli altri a fiutare il buco dove ogni cosa scompare”.
Sabrina Maio

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