
Circa 60 Paesi sui quasi 190 membri delle Nazioni Unite sono oggi coinvolti in un conflitto armato, interno o internazionale. Un dato che da solo basterebbe a certificare il fallimento dell’organizzazione nata nel 1945 con l’obiettivo solenne di prevenire nuove guerre mondiali. I caschi blu, simbolo per decenni di interposizione e speranza, appaiono sempre più come una presenza passiva: vincolati da mandati limitati, privi di reale capacità d’intervento e spesso ridotti a una funzione burocratica più che operativa. La pace quando arriva non è merito dell’ONU; quando manca, l’ONU si limita a registrarla. A rendere l’istituzione strutturalmente inefficace è soprattutto il Consiglio di Sicurezza dominato da cinque membri permanenti dotati di diritto di veto. Un meccanismo pensato per garantire equilibrio che oggi produce paralisi. Due di queste potenze non rappresentano più la realtà economica e politica globale, ma continuano a bloccare decisioni cruciali trasformando il multilateralismo in un esercizio di retorica. Anche il ruolo del Segretario Generale si è progressivamente svuotato. Da Kofi Annan, ruandese nominato dopo uno dei genocidi più sanguinosi del Novecento, fino ad António Guterres, la funzione si è ridotta a quella di testimone morale: appelli, dichiarazioni, ammonimenti. Tutti necessari, ma drammaticamente insufficienti. A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale lo slogan “mai più” suona come una promessa tradita. L’ONU non è riuscita ad adattarsi a un mondo frammentato, multipolare e dominato da interessi nazionali sempre più aggressivi. Forse è proprio questo che Guterres lascia intendere nel suo linguaggio misurato: che l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è più il luogo dove si decide la pace, ma quello in cui si certifica il fallimento della politica internazionale.
Angelo Santoro

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