(pensieri, poetica, meditazioni, memorie)
Credo che l’autentico mezzo, per praticare un annientamento ri-costruttivo dell’elaborazione ideologica della politica, sia il recupero/attuazione della parola (quindi autenticamente rivoluzionario – rivoluzionario: per il tema e nel tema, nell’accezione etimologica, pura, di “rivolgere”-).
Nel suo processo significante.
Indicativo e comunicativo sia delle vicende del vissuto -con le sintesi emotive da queste provocate-, sia nelle interrelazioni ambientali -finanche cosmiche- che l’inindagata sintesi delle attività bio/chimiche del cervello ci induce a sospettare, per connessioni infinite e diverse.
Voglio dire –ancora,a distanza di anni- che per ri-costruire un linguaggio idoneo a insistere e manifestare i tempi della socialità –le sue proprie propensioni- occorrerebbe instaurare (recuperare/elaborare/ri-inventare) un metodo linguistico di “poetica della politica”.
Sostituire, con le vibrazioni della passione, della compassione, della irripetibilità -finanche del silenzio- quelle indicazioni di prospettive e di progetto che si esauriscono, nel loro farsi e concretizzarsi, per una abiezione del vago, inconcludente.
Vago della ripetitività ammaestrativa.
Questa, forma di violenza condizionante; presuntuosa del niente oltre essa.
Pubblicità dell’uniformismo e dell’acquiscenza alla facilità del prezzo convenuto.
“Poetica della politica”. Che scardini i frastuoni, ossessionanti, di ogni cialtroneria utilitaristica o intellettualistica.
Vorrei percepire, in attimo, solo un attimo, nelle parole politiche, l’ansia della donna all’esattezza del conto -per essere nella condizione di pagare- ; o l’ossessione alla inutilità della vita di un giovane; o, ancora, la disperazione di uno sfrattato su letti di basalto. Tra moti di onde di traversata dei carghi, o odori di stoppie, o sterilizzanti di ospedali.
Vorrei che la “poetica della politica” ci portasse ad infrangere la liturgia dei feudatari e dei vassalli del nuovo feudalesimo. Cui si da credito e forza acquistando le formule del niente: “contratti di durata più lunga”, “governo per la riforma elettorale”, “interventi strutturali”, “la nuova frontiera meridionale d’Europa”, “rimettere in moto il meccanismo della crescita”.
Vorrei che la pratica della “poetica delle politica” riconducesse agli addii degli esiliati, dei martiri, dei “2 soldi” di Conselice; alle paure degli emigranti, dei contadini dei latifondi, delle febbri; alle intelligenze dimenticate o represse; alle creatività mistificate o disperse.
Sempre ammoniti e ammonendo: “dire quel che si fa e fare quel che si dice”.
franchini
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postfazione

Piaghe. Della solitudine. Dei rancori. Delle soggezioni.
Ma, non è qui la gravità dei fatti. La destinazione dei percorsi.
Non è, nemmeno, nell’arroccamento dei nuovi feudatari. Perseguito. Procacciato. Né, la disperazione che verrà.
Il male sarà l’asservimento della scienza. E non ci saranno memorie ad essere salve. Si prepara il tempo di una apocalisse. Che non conosciamo. Finanche come paura libresca.
Decido di testimoniare. La mia vita. Il niente.

Allontanamenti dalla vita. Tradimenti. Corrosioni di braccia e di menti.
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