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Il dopo Gaza…

La fragile tregua a Gaza e il giusto sollievo per la liberazione degli ostaggi non devono anestetizzare la nostra capacità critica. In queste settimane, accanto al dolore per le vittime e alla speranza di una pace possibile, si va infatti delineando con preoccupante lucidità un’idea di gestione post-bellica che rischia di trasformare la tragedia in paradigma.

di Riccardo Bruno | 21 Ottobre 2025

La fragile tregua a Gaza e il giusto sollievo per la liberazione degli ostaggi non devono anestetizzare la nostra capacità critica. In queste settimane, accanto al dolore per le vittime e alla speranza di una pace possibile, si va infatti delineando con preoccupante lucidità un’idea di gestione post-bellica che rischia di trasformare la tragedia in paradigma.

Donald Trump, con le sue dichiarazioni solo in apparenza grottesche e con il suo ormai famigerato post sulla “Gaza Riviera”, ha offerto un assaggio, a tratti distopico, di quella che potremmo chiamare una governance della pacificazione: un modello in cui la democrazia viene aggirata in nome della funzionalità, i processi partecipativi sono sostituiti da logiche di mercato e i territori martoriati trasformati in vetrine di capitalismo applicato.

Sauro Mattarelli su Articolo21 e Monica Maggioni su La Stampa hanno colto con acutezza questo slittamento semantico e politico: non si parla più di autodeterminazione, ma di “riorganizzazione” tecnocratica; non si progettano istituzioni, ma “board”; non si fonda la pace sul diritto, ma sulla redditività dell’investimento.

A questa narrazione si aggiungono i soliti facili entusiasmi del popolo della destra, sempre pronto ad abbracciare semplificazioni rassicuranti, soprattutto se offerte dalla maggioranza e con la convinzione che la pace sia ormai già raggiunta e conclusa. Questo semplicismo, pericolosamente, rischia di anestetizzare la capacità critica dei cittadini. Una tendenza che, sommata alla fuga dalle urne e all’inconsistenza di una vera proposta di governo alternativa, apre inquietanti prospettive per il futuro democratico del paese.

I problemi della politica, e ancor più quelli della pace, non si risolvono con scorciatoie tecnocratiche. E la pace, pur restando l’auspicio comune di tutti, non può mai essere imposta come un prodotto di mercato o calata dall’alto come governance “neutrale”.

È un cambio di paradigma radicale che, sotto l’illusione di un’efficienza finalmente possibile, cela una visione profondamente antidemocratica. Una “democrazia funzionalistica”, come la definisce Mattarelli, in cui il cittadino cessa di essere tale e diventa utente, cliente, “risorsa”. Un contesto in cui la cittadinanza non si esercita, ma si consuma, in cui il dissenso è inefficienza e l’etica un intralcio.

E purtroppo non si tratta di una provocazione, ma di un progetto che, peraltro, sta già attecchendo.

Non è un caso che a destra, anche in Europa, queste proposte vengano accolte con entusiasmo. Non serve più l’onere della costruzione politica, basta affidarsi alla promessa di ordine, sicurezza e “performance”.

È la tentazione di una pace calata dall’alto, gestita da esperti, regolata da algoritmi, garantita da capitali. Ma se questa è la “pace”, allora rischiamo di scambiare il silenzio del dominio per il frutto della convivenza.

La retorica della governance neutrale, del board internazionale e della “ricostruzione” come occasione di investimento ci riporta alla mente le peggiori esperienze coloniali, stavolta rielaborate in chiave postmoderna: non più soldati in divisa, ma funzionari, CEO e sistemi di intelligenza artificiale.

E in questo scenario la politica scompare, anzi viene neutralizzata, perché la politica, quella vera, è fatta di conflitto, di confronto, di lentezze necessarie. È fatta di parole, di negoziati, di rappresentanza, di errori e correzioni. È umana. Il modello che oggi viene teorizzato, invece, punta al superamento della politica. Ed è proprio questo il punto da denunciare: non si tratta di un’utopia tecnocratica, ma di una dismissione consapevole della democrazia.

In un contesto in cui l’Occidente fatica a riconoscersi nei propri valori fondativi (la centralità della persona, la separazione dei poteri, la sovranità popolare), questo nuovo modello si insinua come soluzione “tecnica” a un problema “morale”. Ma ciò che viene presentato come inevitabile è, in realtà, una scelta, e come ogni scelta può (e deve) essere contrastata.

Per questo credo che il nostro compito di repubblicani oggi sia questo: non lasciarsi abbagliare dal falso mito dell’efficienza, ma restare ancorati a quella idea di democrazia che è prima di tutto coscienza condivisa.

Come ricordava Ugo La Malfa, “una democrazia è viva solo se vive nella coscienza dei cittadini”. Custodire quella coscienza, che significa coltivare senso critico, pluralismo, partecipazione, diritti, è oggi un atto di resistenza, ma è anche il più alto contributo che possiamo offrire per non lasciare il futuro in mano ai mercanti della semplificazione.

Perché la pace, se non nasce dalla giustizia e dal rispetto della dignità umana, non è che una tregua. E la democrazia, se non è condivisa, è solo un simulacro.

Riccardo Bruno

(direttore “La Voce Repubblicana”)

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: europa, gaza, ISLAM, Onu, Trump, usa

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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