
La storia di come il dollaro ha salvato l’America e della sua preminenza a livello mondiale la si conosce abbastanza bene dal 2016 cioè da quando un giornalista di Bloomberg ha costretto il tesoro americano a dichiarare chi deteneva i titoli di stato (Treasury) a dieci anni che determinano il costo del denaro. E’ venuta fuori tutta la storia del dollaro e dei petrodollari che nel 1974 hanno evitato il default degli Stati Uniti. Nel 1974 William Simon allora Segretario al Tesoro degli Stati Uniti della presidenza di Nixon ha creato un progetto per fermare il crollo degli Stati Uniti con l’inflazione al 12% che stava divorando la ricchezza e il benessere dei cittadini. Nixon, per alleggerire la pressione verso una svalutazione del dollaro, aveva provato a sganciarlo dall’oro ma questo aveva avuto l’effetto anche psicologico di identificare il dollaro come carta straccia che il Tesoro batteva ma senza avere alla base una reale ricchezza.
- Protezione in cambio di petrodollari
Il Sig. Simon ha proposto a Nixon e Kissinger quello che gli Stati Uniti hanno sempre fatto: obbligare il suo suddito più ricco, l’Arabia Saudita, a pagare il conto: “gli Stati Uniti si impegnano a proteggere e garantire la sopravvivenza della famiglia Saud ma le transazioni verranno fatte solo in dollari e con una parte rilevante dei dollari incassati dovete comperare titoli del Tesoro a prezzi politici” . Protezione in cambio di soldi. In questo modo il Tesoro stampava dollari, che continuava a non avere un ancoraggio alla ricchezza nazionale, ma che veniva , e per certi versi ancora succede, comprato da chi deve acquistare petrolio dai paesi petroliferi, compreso la Russia, che a loro volta li riportano negli Stati Uniti per acquistare titoli di stato. Perché questa cosa non uscisse e permettere alle petromonarchie di acquistare miliardi di titoli di stato e continuassero a finanziare chi sosteneva Israele il Tesoro americano truccò le aste del debito pubblico facendole inserire in un registro dove non comparivano le intestazioni delle banche centrali delle petromonarchie. Simon, Nixon e gli Stati Uniti avevano fatto bingo.
In sol colpo avevano: rivalutato il valore del dollaro che da carte straccia nel corso degli anni è diventato il superdollaro; trovato generosi acquirenti dei titoli del Tesoro a prezzi più bassi ; erano entrati nelle vite e nell’economia di tutto il mondo che consuma petrolio.
Per ogni litro di petrolio acquistato gli Stati Uniti incassano una tangente. Questo da 50 anni. Gli Stati Uniti producono carta, i dollari, che scambiano con beni che importano dal resto del mondo e che servono anche per pagare il petrolio e che a sua volta in parte ritornano negli USA come Titoli del Tesoro. Qualche economista ha fatto un calcolo è ha fissato in 1000 miliardi all’anno il vantaggio per gli USA forse la valutazione più corretta è di 600 miliardi. Vantaggi economici che fino al 2008 sono stati distribuiti in parte rilevante sui cittadini americani con tassi di interessi artificiosamente più bassi, costi dell’energia per privati e aziende più bassi rispetto alle altre economie.
- Il superdollaro drogato ha danneggiato irreparabilmente l’economia americana
Purtroppo per loro, gli Stati Uniti, questa economia, con un superdollaro drogato, nel tempo, come previsto da premi Nobel come Stiglitz, Krugmann e Samuelson, si è ritorto contro di loro perché i prodotti americani risultavano troppo costosi per il resto del mondo. Dall’acciaio all’alluminio alla manifattura alla cantieristica all’ automobile tutto risultava eccessivamente costoso non solo per il resto del mondo ma anche per gli stessi cittadini americani che hanno preferito prodotti asiatici o europei. Il petrodollaro ha contribuito a spostare l’economia statunitense dalla manifattura alla finanza e ai servizi. Dopo la crisi delle banche americane, esportato nel resto del mondo del 2008, si è incominciato a capire che non si poteva più continuare a fare debito, perché i titoli del Tesoro americano detenuti dai sauditi , dalla Cina e da altri sono un debito, che ad oggi ammonta a 39000 miliardi di dollari. Come uscire da questa spirale. Se gli USA dovessero per qualche motivo riuscire a bloccare le importazioni, la macchina si incepperebbe perché chi esporta negli USA non incasserebbe dollari per comprare petrolio e le petromonarchie non avrebbero più i dollari per acquistare titoli del Tesoro americano e il debito esploderebbe con ricadute molto negative per gli USA e l’intera economia mondiale.
Se ci fosse ancora qualche credulone che parla di democrazia e libertà, di sicurezza ecc. avrebbe dovuto capire che tutte le guerre fatte e perdute dagli USA negli ultimi 50 anni, e l’attenzione spasmodica di Trump per il Venezuela, l’Iran e la Nigeria, sono state per il petrolio e per perpetuare il sistema dei petrodollari senza il quale gli Stati Uniti, e in parte del resto dell’Occidente, crollerebbero in una settimana. La determinazione a collocare Israele al centro del gioco di tutto il medioriente prima con gli accordi di Abramo quindi con le bombe è finalizzato a quel tipo di progetto. Senza petrodollari e senza la deterrenza militare futuro problematico per gli USA Gary Clyde Hufbauer del Peterson Institute ha fatto una similitudine molto corretta: “siamo destinati al default che produrrà una tragedia sociale. Per ordine: acquistiamo al supermercato sotto più di quello che ci possiamo permettere, e chiediamo al proprietario del negozio di bilanciare, con una tassa, il fatto che pago dollari in cambio di beni, ad un certo punto capendo che questa tassa si ritorce contro con l’aumento del costo dei beni si rivolge al Presidente che permette solo al 50% dei clienti di continuare ad acquistare perché gli ha abbassato le tasse mentre il restante 50% dei clienti che non può più permetterselo o mangia meno o non consuma energie elettrica o non utilizza la macchina o si trova un discount più a buon mercato. Finirà malissimo” .
- Sia il Venezuela che l’Iran accettavano pagamenti in yuan
Dopo il Venezuela, che accettava lo yuan per il pagamento del petrolio, ora sarebbe toccato all’Iran che però rischia di buttare all’aria tutti i progetti di Trump, e che minaccia, con notevole anticipo rispetto a quanto previsto da Gary Hufbauer, di accelerare la de-dollarizzazione del petrolio. L’Iran ha dichiarato che dalla Cina come da altre nazioni asiatiche accetterà solo pagamenti in yuan, la moneta cinese, e minacciato che senza un accordo globale tutte le navi che transitano per Hormuz dovranno avere pagato il carico in yuan. Il giro è semplice: i produttori di petrolio, che ricevono pagamenti in yuan, si recano presso la borsa di Shanghai e convertono lo yuan in oro fisico che mettono nei loro caveau al posto dei titoli di stato americani. L’ oro che è l’asset più sicuro al mondo perché non può essere congelato dal Tesoro americano né può essere creato artificiosamente da alcuna banca centrale.
I pagamenti in yuan sono esplosi. Questo è come uno stiletto che entra nella carne viva del sistema finanziario americano perché fa’ a meno del dollaro per acquistare petrolio e non transita dal sistema Swift controllato dagli americani. E sta per arrivare la “madre” di tutte le martellate al sistema imperiale americano. Si chiama Project camBridge è una piattaforma blockchain collaborativa o consortile per pagamenti transfrontalieri creata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) insieme alle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia, EAU e Arabia Saudita più una ventina di altre banche centrali e organizzazioni internazionali che partecipano in qualità di osservatori.
Il sistema utilizza le Valute Digitali delle Banche Centrali (CBDC) per azzerare i tempi e tagliare i costi dei trasferimenti internazionali. Siamo arrivati al nocciolo del conflitto, che non è per l’uranio dei persiani, ma sulla continuazione, la persistenza del dollaro nelle transazioni petrolifere. I presupposti per una catastrofe già ci sono. Rarefatta la presenza militare in tutto il medioriente e minato il dominio del dollaro come moneta di scambio del petrolio Trump vorrebbe chiudere al più presto tutta la questione ma i sionisti che lo circondano alla Casa Bianca e Netanyahu non sono d’accordo.
Fulvio Rapanà

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