
L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran non è conforme al diritto internazionale così come lo abbiamo conosciuto fino al 24 febbraio 2022.
Da allora, dopo l’aggressione russa all’Ucraina e il tentativo di rovesciare un governo democraticamente eletto, il diritto internazionale è stato progressivamente sostituito da una prassi fondata sull’uso della forza.
Questo non significa che prevalga automaticamente il “diritto del più forte”. L’Ucraina dimostra il contrario: la resistenza di un governo legittimo e di istituzioni democratiche ha messo in crisi la presunta superiorità militare di una dittatura criminale.
Il caso iraniano parte però da presupposti opposti. Qui sono due governi democraticamente eletti — seppur guidati con metodi spicci e tendenze autocratiche — a tentare un cambio di regime contro una dittatura sanguinaria. La speranza di tutti i democratici è che il regime degli ayatollah crolli e che l’Iran possa finalmente diventare uno Stato democratico e laico.
Ma questo non riduce i rischi enormi delle azioni belliche unilaterali. Se il conflitto non dovesse concludersi rapidamente e con un chiaro successo, si aprirebbe una fase di disordine internazionale che finirebbe per indebolire proprio le democrazie e i fondamenti della società aperta.
Un segnale inquietante viene dagli Stati Uniti stessi: secondo rivelazioni di ProPublica, https://www.propublica.org/…/election-denier-summit…, autorevole media, alti funzionari dell’amministrazione Trump avrebbero discusso in segreto la possibilità di proclamare lo stato di emergenza per alterare le regole delle elezioni di midterm e garantire la vittoria dei candidati trumpiani.
È questo il punto cruciale: la guerra permanente all’esterno tende a produrre regressioni democratiche all’interno.
Per questo è essenziale che i paesi democratici dell’Unione Europea e le altre democrazie nel mondo sappiano misurare questi rischi e organizzare un’azione comune per contenerli, prima che diventino irreversibili.
Marco Taradash

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