Firenze col suo panorama, non meno di altri gioielli italiani avvelenati dal mito ottocentesco della sintesi aerea e dell’addio, è stata fatalmente arruolata nei secoli a scenario dei ceti arricchiti e indolenti.

Il problema allora è comprendere di quale bellezza si parli, ossia quale bellezza sia capace di interloquire con le necessità politiche del nostro tempo, di rigenerare la politica e esserne rigenerata. Uno dei lacci in cui Firenze fu presa, ma lo stesso vale per Napoli o Roma, o qualsiasi altra città del pianeta degna di memoria, è stato il panorama, insistito e invogliato dall’orografia a anfiteatro e quindi dalla fitta residenza collinare, presunta elitaria. Il panorama della città, sublimato poi da Giuseppe Poggi, espropria la stessa dall’essere “polis”, incarta il tessuto urbano in un gioiello personale non più vissuto ma contemplato in pubblica intimità la cui visione ci balza agli occhi costantemente e affoga il morto vissuto in atteggiamento, sia del turista beota, sia degli indigeni solleticati all’alienazione di farsi turisti svagati del proprio habitat. Perché l’innesto e l’adesione alla pubblica intimità comporta sempre un ossequi collettivo, comunque servile e acritico.
L’atteggiamento insito nella pubblica intimità del panorama è di per sé negazione della politica, la stessa concezione del panorama di una città è contro la città intesa come “polis” e rischia piuttosto d’essere il fondamento della peggiore politica, sia che si manifesti nel becero cercato alla Benigni, sia nella posa dell’antiquario dandy raffinato e trafficone. In quanto malata di atteggiamenti, ossia d’una bellezza isterilita in icone senza rilevanza politica, Firenze col suo panorama, non meno di altri gioielli italiani avvelenati dal mito ottocentesco della sintesi aerea e dell’addio, è stata fatalmente arruolata nei secoli a scenario dei ceti arricchiti e indolenti, sognatori del nuovo che di per sé dovrebbe garantire crescita di libertà. Ma nell’addio non c’è il nuovo. Senza perdersi in meandri a Firenze si riaffacciano a ritmo costante come un orologio i cascami del neoplatonismo, che era già atteggiamento pagato a caro prezzo dai martiri della congiura degli Orti Oricellari, ma che nel tempo è assurto a emulazione di posa esclusiva e gratuita, una garanzia di superiorità verginale fino agli attuali scempiati del caravan serraglio d’una città piccola che imita quartieri di megalopoli mediorientali, con conseguente contraccolpo di code e liste d’attesa per salire agli insediamenti collinari. Il povero Garin si rivolterà nella tomba, ma anche il mito della moda si nutre alla lontana dei cascami del neoplatonismo ridando ogni anno voce al peccato originale della bellezza tradita, totalmente svincolata dalle esigenze della “polis” perché vorrebbe addirittura negarle. Se il panorama organizzato da Poggi e bevuto come assenzio dai contemplanti in villa fece di Firenze una moda, non ci si può stupire che Firenze così adulata s’inorgoglisca d’essere passata da moda della città a città della moda, cioè d’essere stata soffiata nella inconsapevole caricatura di sé.
Qua si riallaccia il discorso di Renzi, il quale non può certo amministrare andando troppo per il sottile e deve pur sfruttare le onde favorevoli all’impatto economico e d’immagine. Però a insistere troppo nel relegare le idee all’astrattezza in nome delle urgenze concrete, si rischia di dimenticare che esiste anche un’esattezza delle idee oltre all’esattezza dei conti, e che l’esattezza delle idee viene da molto, molto lontano, e non può essere messa in un angolo se non col pericolo d’inaridire anche l’esattezza dei conti da cui non ci si riprende più e da cui si è ricattati.
Renzi aspira a ben altre cariche dopo il mondato di sindaco di Firenze. Consideri allora che se Monti crede di eludere l’esattezza delle idee con l’esattezza dei conti, le idee gli presenteranno presto un conto salatissimo. Ma Monti non ha la fortuna di Renzi, ossia potersi allenare in una palestra da rieducare come Firenze, per sottrarre la politica all’atteggiamento e risanarla in un pensiero coerente, prima locale poi nazionale.

Per rieducare lo spazio si dovrebbe rieducare un vissuto secolafre, il che è impossibile. Però farebbe già bene a Firenze che gli indigeni smettessero di dirle addio ora dopo ora, giorno dopo giorno.
Nel paesaggio collinare fiorentino sta forse una finzione bella e ormai secolare che l’ha reso esteticamente attraente e ha confinato nella marginalità quella che tu chiami la “polis”.Mi chiedo e ti chiedo se vada rieducato prima lo” spazio” per ” rieducare ” Firenze.