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Il dilemma di Firenze tra politica e panorama

di Marzio Siracusa | 18 Marzo 2012

Firenze col suo panorama, non meno di altri gioielli italiani avvelenati dal mito ottocentesco della sintesi aerea e dell’addio, è stata fatalmente arruolata nei secoli a scenario dei ceti arricchiti e indolenti.

Su “Pensalibero”, solitamente favorevole a Matteo Renzi, ho criticato il sindaco di Firenze soprattutto per dire a nuora perché suocera intenda, nel senso che non sta alcuna prevenzione contro Renzi, quanto piuttosto la presa di distanza da un appoggio acritico e incondizionato. Oltre un mese fa, nell’ultima manifestazione di Pitti Moda, Renzi affermò che l’evento era “ una catapulta per Firenze “. Se da una parte è ovvio che il sindaco si sforzi di valorizzare le opportunità, sembra però che la questione della buona politica per la città riporti al nodo di un’incomprensione antichissima di cui Renzi non è certo responsabile. Si tratta dello strabismo insito nella volontà di ricavare un’indicazione politica dalla difesa dei valori storici, culturali e estetici della città. Questi valori sono preservati dalle sovrintendenze, dagli organismi deputati alla conservazione, musei, biblioteche, università e istituzioni varie. A sua volta il Comune  opera per la buona immagine, per sviluppare le diverse aree in armonia col contesto e incentivare le opere relative, come la mobilità con tutti i problemi ben noti. Poi sta il vissuto della città, la sua fruizione culturale che è diventata soprattutto fruizione scenica e qua il discorso è più complesso, perché innesta l’urgenza politica con l’immagine, il problema della politica in scambio e mutuo soccorso con l’estetica.

Il problema allora è comprendere di quale bellezza si parli, ossia quale bellezza sia capace di interloquire con le necessità politiche del nostro tempo, di rigenerare la politica e esserne rigenerata. Uno dei lacci in cui Firenze fu presa, ma lo stesso vale per Napoli o Roma, o qualsiasi altra città del pianeta degna di memoria, è stato il panorama, insistito e invogliato dall’orografia a anfiteatro e quindi dalla fitta residenza collinare, presunta elitaria. Il panorama della città, sublimato poi da Giuseppe Poggi, espropria la stessa dall’essere “polis”, incarta il tessuto urbano in un gioiello personale non più vissuto ma contemplato in pubblica intimità la cui visione ci balza agli occhi costantemente e affoga il morto vissuto in atteggiamento, sia del turista beota, sia degli indigeni solleticati all’alienazione di farsi turisti svagati del proprio habitat. Perché l’innesto e l’adesione alla pubblica intimità comporta sempre un ossequi collettivo, comunque servile e acritico.

 L’atteggiamento insito nella pubblica intimità del panorama è di per sé  negazione della politica, la stessa concezione del panorama di una città è contro la città intesa come “polis” e rischia piuttosto d’essere il fondamento della peggiore politica, sia che si manifesti nel becero cercato alla Benigni, sia nella posa dell’antiquario dandy raffinato e trafficone. In quanto malata di atteggiamenti, ossia d’una bellezza isterilita in icone senza rilevanza politica, Firenze col suo panorama, non meno di altri gioielli italiani avvelenati dal mito ottocentesco della sintesi aerea e dell’addio, è stata fatalmente arruolata nei secoli a scenario dei ceti arricchiti e indolenti, sognatori del nuovo che di per sé dovrebbe garantire crescita di libertà. Ma nell’addio non c’è il nuovo. Senza perdersi in meandri a Firenze si riaffacciano a ritmo costante come un orologio i cascami del neoplatonismo, che era già atteggiamento pagato a caro prezzo dai martiri della congiura degli Orti Oricellari, ma che nel tempo è assurto a emulazione di posa esclusiva e gratuita, una garanzia di superiorità verginale fino agli attuali scempiati del caravan serraglio d’una città piccola che imita quartieri di megalopoli mediorientali, con conseguente contraccolpo di code e liste d’attesa per salire agli insediamenti collinari. Il povero Garin si rivolterà nella tomba, ma anche il mito della moda si nutre alla lontana dei cascami del neoplatonismo ridando ogni anno voce al peccato originale della bellezza tradita, totalmente svincolata dalle esigenze della “polis” perché vorrebbe addirittura negarle. Se il panorama organizzato da Poggi e bevuto come assenzio dai contemplanti in villa fece di Firenze una moda, non ci si può stupire che Firenze così adulata s’inorgoglisca d’essere passata da moda della città a città della moda, cioè d’essere stata soffiata nella inconsapevole caricatura di sé.

 Qua si riallaccia il discorso di Renzi, il quale non può certo amministrare andando troppo per il sottile e deve pur sfruttare le onde favorevoli all’impatto economico e d’immagine. Però a insistere troppo nel relegare le idee all’astrattezza in nome delle urgenze concrete, si rischia di dimenticare che esiste anche un’esattezza delle idee oltre all’esattezza dei conti, e che l’esattezza delle idee viene da molto, molto lontano, e non può essere messa in un angolo se non col pericolo d’inaridire anche l’esattezza dei conti da cui non ci si riprende più e da cui si è ricattati.

Renzi aspira a ben altre cariche dopo il mondato di sindaco di Firenze. Consideri allora che se Monti crede di eludere l’esattezza delle idee con l’esattezza dei conti, le idee gli presenteranno presto un conto salatissimo. Ma Monti non ha la fortuna di Renzi, ossia potersi allenare in una palestra da rieducare come Firenze, per sottrarre la politica  all’atteggiamento e risanarla in un pensiero coerente, prima locale poi nazionale.

Pubblicato in : Primo piano

Info Marzio Siracusa

” Studiato ho, ahimè, filosofia / studiato ho legge e medicina / e purtroppo anche teologia / intensamente, con aspra fatica! / Eccomi or qui, povero stolto, / senza aver nulla risolto / “

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    15 Marzo 2012 alle 00:42

    Per rieducare lo spazio si dovrebbe rieducare un vissuto secolafre, il che è impossibile. Però farebbe già bene a Firenze che gli indigeni smettessero di dirle addio ora dopo ora, giorno dopo giorno.

    Rispondi
  2. paolo borsi

    14 Marzo 2012 alle 18:37

    Nel paesaggio collinare fiorentino sta forse una finzione bella e ormai secolare che l’ha reso esteticamente attraente e ha confinato nella marginalità quella che tu chiami la “polis”.Mi chiedo e ti chiedo se vada rieducato prima lo” spazio” per ” rieducare ” Firenze.

    Rispondi

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