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Il dilemma della Cina post pandemia

Nel corso dl 2023 vedremo se le promesse di “opening up” sono reali. Nel frattempo l’ Unione Europea, gli Stati Uniti e tutte le democrazie del mondo devono tenere i riflettori ben accesi  su tre indicatori strettamente  intrecciati  della politica cinese

di Marco Mayer | 30 Gennaio 2023
Kubilayaxun, CC BY-SA 4.0, attraverso Wikimedia Commons

Negli ultimi tempi in  Cina si sono verificate tre novità importanti. Grandi manifestazioni di piazza contro il lock down (come in Cina non se ne vedevano da decenni), conseguente e improvvisa eliminazione – dopo 3 anni – della ossessiva e ossessionante politica dello “Zero Covid”, autorizzazione ad alcune banche estere (statunitensi  in primis)  a comprare e controllare società finanziarie cinesi. 

L’informazione su cosa accade veramente nel “Dragone” resta ancora  limitata, ma questi tre fatti meriterebbero molta più attenzione dei media e dell’opinione pubblica. 

 Come ha autorevolmente osservato Francesco Sisci  in Cina il COVID 19 é stato affrontato con un approccio  troppo ideologico e nazionalista che mal si addice ad una lotta contro un virus da pandemia.   Perché per combattere un virus  non avvalersi della cooperazione medico-scientifica internazionale, vaccini compresi?

Qualcuno si ricorderà che nei primi mesi drammatici della pandemia le delegazioni dei virologi cinesi hanno espresso giudizi sprezzanti sul nostro sistema sanitario; peccato – come si é potuto constatare negli anni successivi –  la Cina non é stato certo in grado di dare lezioni al resto del mondo. Anzi. 

Negli ultimi tempi il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso critiche severe alla gestione  della pandemia in Cina  in palese contrasto con la sudditanza verso il Dragone che  lo stesso Tedros Adhanom Ghebreyesus aveva platealmente manifestato nei primi mesi del 2020.  

Non c’é dubbio che la scarsa trasparenza e la “ideologizzazione” della leadership nella gestione del  Covid hanno diminuito la fiducia del mondo nei confronti della Cina. 

Questo per quanto riguarda l’esterno fuori dai confini cinesi, ma la perdita di fiducia ha riguardato anche il fronte politico interno. 

La vastità delle proteste popolari  in tutte le principali città cinesi ha interpretato i sentimenti di decine e decine di milioni di cittadini esasperati dando luogo ad una mobilitazione ben più ampia e capillare rispetto alle vicende di piazza Tiennamen.  

Poche settimane dall’inizio delle proteste il Governo ha colto la profondità del dissenso ed in particolare i pericoli per la stabilità politica del regime. Da un giorno all’altro la rigida e ottusa politica  “zero Covid” è stata abolita. 

Se questo  ha dimostrato una buona capacità della leadership di cogliere prontamente – per usare una espressione di Niccolò Machiavelli – gli “umori del populo”, dall’altro lato non si deve dimenticare il tema della repressione.

Nessuno conosce il destino dei organizzatori delle proteste  arrestati  con il supporto della sofisticata sorveglianza tecnologica di massa di cui possono avvalersi le forze di sicurezza e il Partito Comunista Cinese –  come ha dimostrato  ampiamente il caso di Hong Kong. 

La repressione poliziesca é un’ altra rilevante zona d’ombra che incrina la fiducia internazionale nel regime.  

Il terzo elemento di novità a cui ho accennato all’inizio é l’aperura agli investimenti finanziari stranieri, statunitensi in primis. 

L’autorizzazione a  JP Morgan   Pechino a corto d’ossigeno. Ora la Cina abbraccia la finanza estera – Formiche.net (e ad altri istituti finanziari internazionali) di operare autonomamente nel mercato finanziario cinese rappresenta una grande novità.

Sinora, infatti, le società estere potevano detenere soltanto  pacchetti azionari di minoranza all’interno di joint  ventures in cui chi contava veramente erano erano gli esponenti del PCC e/o altri soggetti cinesi. 

Questa decisone dimostra quanto la Cina abbia bisogno di investimenti finanziari stranieri, ma nel contempo sconta anni di diffidenza per la scarsa trasparenza, per le interferenze indebite e per la corruzione politica che sinora hanno impedito la realizzazione di un mercato finanziario fondato su concorrenza leale e su adeguate regole di controllo e trasparenza. 

Senza libertà di informazione questo diventa impossibile perché si torna al tema cruciale  della fiducia.  

Il fatto che la Consob cinese abbia consentito a  JP Morgan Asset Management (JPMAM)  – di assumere il controllo della società  China International Fund Management (CIFM) e di integrarla nel modello operativo di JP a livello globale  é una novità assoluta. 

Tuttavia di per sé non basta. Quali saranno  gli effettivi margini di libertà di cui potrà disporre Eddy Wong ( oggi a capo di CIFM) nonché  futuro amministratore delegato di JP Asset Management China? 

Wong ha dichiarato di essere felice che la società che dirige entri nella famiglia JP Morgan.  Appartenere alla famiglia JP Morgan di per sé non garantisce che in Cina si formi  un mercato finanziario  in linea con gli standard internazionali, in termini di libertà, compliance, controllo e trasparenza. 

In questo momento la leadership cinese sembra fare sul serio in tema di opening up sul fronte economico. 

Tuttavia é difficile sapere se vorrà (o  sarà in grado)  di mantenere   davvero le sue promesse di apertura. Quel che é certo che deludere  gli investitori stranieri  per la Cina sarebbe  un boomerang terribile . Dopo le esperienze passate nessuno ci crederà più.  

Per una autocrazia monopartitica consentire una maggiore libertà di informazione é una grande montagna difficile da scalare. Ma la fiducia é un fattore chiave e  se non c’é un minimo di trasparenza la fiducia é destinata a svanire. 

La  Cina – anche per uscire dalle sue notevoli difficoltà economiche contingenti – soprattutto in campo immobiliare e bancario –  deve attrarre consistenti investimenti finanziari stranieri integrandosi maggiormente con il sistema finanziario internazionale. 

Per raggiungere questo obiettivo é indispensabile  offrire  ai risparmiatori e agli operatori finanziari un quadro attendibile del proprio paese. 

In Cina viceversa  ci sono  ancora troppi misteri.   Un paese che viene  redarguito dalla OMS perché nasconde i dati sul COVID e/ sulle campagne di vaccinazione  rischia di perdere la sua credibilità. 

E lo stesso discorso vale sul piano politico-simbolico e della comunicazione politica.

Mi riferisco ad   episodi spesso difficili da decifrare, ma proprio per questo destinati ad alimentare diffidenza dei potenziali investitori, dei risparmiatori e dei governi stranieri verso la Cina.   

Nell’ottobre le  immagini dell’ex Presidente Hu Jintao  prelevato (di forza?)  dai banchi del XX congresso hanno fatto il giro del mondo.  E’ naturale che tutti si chiedano cosa é successo? In questo campo il silenzio e/o la reticenza non hanno pagato e non pagheranno in futuro.  

La Cina di oggi ha di fronte a sé un bivio che si riassume nella formula “opening up” ovvero aprirsi o non aprirsi al mondo?

Nel corso dl 2023 vedremo se le promesse di “opening up” sono reali. Nel frattempo l’ Unione Europea, gli Stati Uniti e tutte le democrazie del mondo devono tenere i riflettori ben accesi  su tre indicatori strettamente  intrecciati  della politica cinese:  A) andamento della pandemia e cooperazione sanitaria internazionale;  B) capacità di attrazione di capitali  stranieri e integrazione nel sistema finanziario internazionale; C) allentamento della repressione e della censura. 

Marco Mayer

Pubblicato in : EditorialeTag: amministratore delegato, anni, banche, censura, cina, dichiarato, direttore generale, discorso, espressione, futuro, governo, informazione, integrazione, leadership, massa, mercato, mondo, opinione pubblica, regime, sanità, stati uniti, stranieri, unione europea

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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