
Ancora una volta, Donald Trump mette Kyiv all’angolo. E lo fa a tre settimane dalle elezioni di metà mandato che rischiano di costare ai repubblicani il controllo del Congresso. “È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”, ha detto Trump, suggerendo al popolo del Paese in guerra contro la Russia di trovarsi un leader “capace di fare un accordo”, sostenendo che Volodymyr Zelensky avrebbe potuto farne molti e non ne ha mai concluso nessuno. Il plauso di Mosca è stato immediato. Kirill Dmitriev, principale negoziatore economico di Vladimir Putin, ha definito le parole del presidente Usa “iconiche e storiche”. A sua volta Zelensky ha ricordato che la scelta del leader “spetta alla società ucraina” e ha detto che, se Washington vuole davvero le elezioni “deve chiedere a Putin sessanta giorni di cessate il fuoco totale per organizzarle”. Non è stato l’unico attrito registrato tra Washington e Kyiv in settimana: sabato, dopo una telefonata con Putin, Trump ha annunciato forniture di milioni di tonnellate di gasolio russo agli Stati Uniti che saranno esentate dalle sanzioni di Washington fino ad aprile nell’intento di abbassare i prezzi dell’energia. La mossa – finalizzata a risollevare i consensi del presidente Usa in calo in vista, appunto, delle midterm – è stata accolta con gelo in Europa. L’Alta rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas ha detto che sollevare le sanzioni sul gasolio russo significa alimentare la guerra del Cremlino. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha chiesto più pressione su Putin, non meno. Domenica sera Trump ha cambiato ancora registro. Su Truth Social ha annunciato un “cessate il fuoco energetico” (non per la prima volta) in vigore da subito e concordato da entrambe le parti. Zelensky ha smentito e poco dopo un attacco russo ha colpito la centrale termoelettrica di Kharkiv.

Kyiv di nuovo sotto scacco
Quanto accaduto negli ultimi giorni ripiomba Kyiv a un doloroso déjà vu: quello successivo al burrascoso incontro tra Zelensky e Trump nello Studio Ovale lo scorso anno. Allora, come oggi, il presidente ucraino si è ritrovato pubblicamente sotto accusa nel mezzo di un negoziato. E il clima di fiducia con Washington, faticosamente ricostruito nei mesi successivi e culminato nell’incontro al vertice Nato di Ankara a luglio, sembra già lontano. È passato appena un mese da quando Trump ha detto all’Ucraina che “deve smettere di distruggere gli impianti in Russia”, sostenendo che sarebbe la guerra tra Russia e Ucraina, piuttosto che quella in Medio Oriente, a far salire i prezzi del gasolio negli Stati Uniti. Il quadro si complica ulteriormente se si guarda ai rapporti economici con Mosca. A inizio ottobre il New York Times ha rivelato che i colloqui sulla guerra si sono estesi all’operazione multimiliardaria di un conglomerato legato alla famiglia Trump intenzionato ad acquistare le attività petrolifere di un importante oligarca russo. Per l’Ucraina il rischio più concreto riguarda però le armi. Secondo il Financial Times, nel fine settimana gli Stati Uniti potrebbero sospendere la vendita delle armi destinate a Kyiv attraverso la Nato se l’Ucraina continuerà a colpire le raffinerie russe. Sul tavolo ci sarebbe anche la condivisione dell’intelligence, che resta il principale contributo americano alla conduzione della guerra.
E l’Europa?
La reazione europea è stata compatta. I leader di Ue, Regno Unito, Francia, Germania e Polonia hanno ribadito il loro sostegno a Zelensky. Il premier britannico Andy Burnham gli ha espresso “piena solidarietà” e ha promesso di mantenere la pressione su Mosca con il regime sanzionatorio più duro mai adottato dal suo Paese, ma senza criticare direttamente l’annuncio di Trump. Le minacce americane, infatti, non sono rivolte solo a Kyiv. Il meccanismo che Washington dice di potere sospendere è quello con cui gli alleati europei acquistano armi americane per l’Ucraina. La pressione passa quindi per gli alleati che pagano ma non controllano la fornitura. Sul piano delle sanzioni, poi, Bruxelles non ha le carte del tutto in regola. Zelensky ha criticato anche la recente decisione dell’Ue di togliere dalla lista due oligarchi russi, Alisher Usmanov e Mikhail Fridman, in cambio della proroga triennale delle misure contro altre figure. Un quadro a cui va aggiunto il fronte energetico. Dal primo gennaio 2027 dovrebbe scattare il divieto totale di importare gas naturale liquefatto (gnl) russo. Ma nella prima metà di quest’anno gli acquisti europei dall’impianto Yamal LNG, controllato dalla società russa Novatek, hanno toccato la cifra record di 9,89 milioni di tonnellate, il 18% in più rispetto al 2025. Secondo la ong Urgewald, il conto potrebbe aver raggiunto i 6 miliardi di euro. I principali acquirenti sono stati Francia, Belgio e Spagna. Nello stesso periodo le consegne verso l’Asia sono crollate del 74%: è la conferma di un paradosso in cui è l’Europa, oggi, a tenere in funzione il principale impianto di gnl della Russia, mentre la guerra contro l’Ucraina entra nel suo quinto anno.
Fronda interna contro Trump
È dal fronte interno, però, che arriva l’opposizione più insidiosa per la Casa Bianca. Almeno sei senatori hanno chiesto a Trump di revocare immediatamente l’accordo di acquisto di diesel russo. Sono sia repubblicani che democratici, e nella loro dichiarazione congiunta ricordano che nel 2022 il Congresso ha vietato le importazioni di energia da Mosca proprio per evitare che “i dollari dei contribuenti americani finanzino la guerra di Putin”. Contestano inoltre all’amministrazione di non aver consultato il Congresso né fornito alcuna giustificazione per la decisione, come la legge impone. Gli Stati Uniti, scrivono, non dovrebbero offrire a Putin “un’ancora di salvezza finanziaria” mentre la Russia continua a uccidere civili ucraini. Il senatore repubblicano Thom Tillis, in particolare, si era già spinto oltre, sostenendo che l’accordo potrebbe mettere a rischio vite americane, mentre alla Camera il suo collega di partito Brian Fitzpatrick, impegnato in una difficile corsa per la rielezione in Pennsylvania, ha annunciato che proverà a forzare un voto per bloccare qualsiasi acquisto di carburante russo. Se Trump è disposto a sfidare una parte del suo stesso partito è perché il vero fronte che lo preoccupa è un altro: quello iraniano. La guerra lanciata insieme a Israele contro Teheran ha fatto impennare il prezzo del gasolio, e gli Usa si trovano impelagati in un conflitto che ora si sta estendendo all’intera penisola arabica e che il presidente americano non riesce né a vincere né a risolvere.
Il commento
di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Co-Head, Russia, Caucaso e Asia Centrale
“Non è la prima volta che Trump attacca la legittimità politica di Zelensky: a dicembre scorso, per esempio, disse che l’Ucraina ‘aveva bisogno di nuove elezioni’, riproponendo un cavallo di battaglia della propaganda russa. E l’ultimo affondo potrebbe sicuramente essere letto come un velato avvertimento, insieme alle più concrete azioni già minacciate dal presidente americano (come lo stop alla condivisione di intelligence e il blocco del meccanismo Purl). Nel frattempo, l’ultimo voltafaccia degli Stati Uniti conferma all’Europa che Washington prioritizza i propri interessi (in questo caso, economici ed energetici) rispetto al sostegno all’Ucraina, e la costringe sempre di più a investire non solo nel supporto a Kyiv, ma anche nella propria autonomia commerciale e di difesa: a prescindere da come potranno evolvere le relazioni tra Usa e Ue in un’era post-Trump, la capacità dell’Unione di rimanere unita e di investire nella propria sicurezza resta ugualmente importante.”
Alessia De Luca

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