
La chiusura dell’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, piegato dall’offensiva missilistica dei ribelli Houthi, segna una svolta drammatica nel conflitto in Medio Oriente. Non siamo più di fronte alla consueta, seppur tragica, guerra di logoramento asimmetrica confinata ai confini yemeniti o alle rotte marittime del Mar Rosso. La devastazione che ha sventrato i terminal dello scalo della capitale, provocando un bilancio provvisorio di 14 morti e oltre 300 feriti, proietta lo scontro direttamente nel cuore strategico ed economico del Regno Saudita.
Questa nuova ondata di raid incrociati non colpisce soltanto una fondamentale infrastruttura civile, ma demolisce l’illusione di un’inviolabilità territoriale che Riad ha cercato a lungo di proteggere.
L’attacco sferrato dalle milizie yemenite filoiraniane si inserisce in un disegno geopolitico di eccezionale gravità. Colpire sistematicamente l’hub aeroportuale di Riad – paralizzandone i voli per l’intera settimana – e associare a questo bersaglio i terminali energetici della Aramco a Shugadam e Tanajib, nonché lo scalo di Dammam, risponde a una precisa logica di asfissia economica.
Gli Houthi stanno dimostrando di poter interdire non solo il transito delle merci via mare, ma anche i cieli della prima economia del Golfo. La reazione di Riad, che ha intensificato i bombardamenti di rappresaglia sullo Yemen, non fa che alimentare una spirale di violenza in cui i civili, dai passeggeri in coda per l’Umrah a Riad alla popolazione yemenita stremata, pagano il prezzo più alto.
L’escalation impone una riflessione profonda sul ruolo delle grandi potenze regionali e globali in questa crisi geopolitica:
Le dure dichiarazioni di Donald Trump, che ha definito l’attacco “inaccettabile” aprendo esplicitamente all’ipotesi di un intervento militare diretto degli Stati Uniti, rischiano di gettare benzina sul fuoco. Una risposta bellica occidentale diretta potrebbe trasformare definitivamente lo Yemen nel detonatore di un conflitto regionale totale.
L’offerta di mediazione giunta da Teheran si muove sul filo del cinismo geopolitico. L’Iran si propone come pompiere in un incendio appiccato dalle sue stesse milizie per procura, cercando di capitalizzare la vulnerabilità saudita per ridefinire i rapporti di forza regionali.
L’estensione della chiusura del King Khalid International Airport fino al 17 ottobre e la massiccia cancellazione dei voli da parte delle principali compagnie internazionali sono il sintomo plastico di una fiducia interrotta. La stabilità del Medio Oriente e la sicurezza delle grandi rotte di comunicazione globali non possono più tollerare l’irrisolta questione yemenita, declassata per anni a crisi secondaria.
Senza un’immediata inversione di rotta diplomatica che neutralizzi la proliferazione missilistica degli Houthi e fermi la rappresaglia della Coalizione, il rischio non è solo il blocco di un aeroporto, ma il definitivo tracollo di quel poco che resta dell’ordine mediorientale.
Non illudetevi che il fuoco di Riad sia una bega lontana. Questa non è una crisi regionale, è la Guerra Santa che vi sputa in faccia la sua verità, mentre voi, nel vostro comodo Occidente, fate finta di dormire per non perdere il sonno. Quando i missili del fanatismo sventrano i terminal civili, il tempo delle parole è finito: la Jihad non si placa con le ipocrite mediazioni diplomatiche, né con le paure dei codardi che non sanno più difendere la propria civiltà. Se continuerete a tacere per convenienza o cecità, preparatevi. Perché la fiammata che oggi spegne i cieli del Golfo, domani divorerà le vostre rotte, le vostre certezze e le vostre case. Il fanatismo non si negozia. Si subisce, o si combatte.
Giuseppe Basilico

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