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Il Crocifisso nelle scuole pubbliche?

di Fabrizio Amadori | 23 Ottobre 2023
Stefan-Xp, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Purtroppo, che l’Italia sia diversa da altri paesi evoluti è una triste realtà. 

Ad esempio, molti, troppi italiani non capiscono che non esiste alcuna ragione per tenere un crocifisso in un luogo pubblico. E’ più forte di loro, non ci arrivano, e questo non depone a favore della reale diffusione della cultura liberaldemocratica nel nostro paese. Perché, non ce lo dimentichiamo mai, quando si parla di questioni religiose bisogna avere sempre quest’ultima cultura come stella polare, e chi fa finta che non sia necessario usa, evidentemente, il fenomeno religioso per attaccare, non difendere, delle libertà. 

In tal senso, gente come Salvini fa bene ad andare in giro baciando santini e crocifissi, se questo è il prezzo per togliere spazio ai liberali che, più dei musulmani, sono il suo reale avversario in vista della scalata, e del potenziamento nelle sue mani, del potere in Italia. Chi, come lui, ancora oggi usa la religione per fare propaganda vuole evidentemente seguire l’esempio di Putin e di Orban, campioni di liberticidio non a caso molto stimati dal leader leghista. Ma se a Salvini piace Orban significa che gli piacciono i tiranni. E le conseguenze risultano, per chi scrive, facili da tirare rispetto al suo progetto politico più inconfessabile. Che mi fa tremare i polsi a pensarci.

Ma, per tornare al tema principale dell’articolo, molti italiani, ad esempio, non arrivano a capire che un crocifisso è simbolo di una religione che è stata protagonista in Europa, sì, ma nel bene e nel male. Il crocifisso è il simbolo di qualcosa che, in troppi casi, non ha dimostrato alcun tipo di superiorità, se non quella legata alla violenza e alla prevaricazione, ribadita una volta di più, ebbene sì, dalla scelta di imporlo a tutti nelle scuole. Ecco, il crocifisso è una imposizione religiosa, che mostra la sua violenza agli occhi di chi non ci crede. Dato che non è normale credere per chi non crede, non è normale neppure vedere un simbolo religioso esposto in un luogo in cui è costretto a stare come la scuola pubblica. Infatti, se la scuola è obbligatoria, non è obbligatorio costringere chi non crede a trovare normale credere, e, di conseguenza, vedere esposto un simbolo fondamentale di tale credenza. Cosa c’è di difficile da capire? Per molti non credenti credere è una cosa sbagliata, per non dire infantile. Questo non viene mai sottolineato. Per carità, niente guerre di religione, sia chiaro, ma per molti non credenti è davvero troppo accettare che un errore sia esposto come fosse un trofeo. Del resto, si sa, la liberaldemocrazia è tale quando difende le minoranze, non le maggioranze. Se la minoranza non vuole un crocifisso in un luogo pubblico dove – occorre sottolinearlo – non è necessario, come non lo è in una scuola pubblica, pur accettando ovviamente che chiunque possa portare un simbolo religioso sulla propria persona, come in una catenina o su una maglietta, allora lo Stato, se è laico, deve tenerne conto, e agire di conseguenza. 

Fabrizio Amadori

Pubblicato in : OpinioniTag: europa, italia, Liberali, putin, religione, scuola, scuola pubblica, usa

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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