C’è un mistero che potremmo definire buffo se non condizionasse pesantemente la vita degli Italiani: le loro tasche ed il loro diritto di muoversi liberamente. Nelle festività pasquali tutti i giornali ne hanno parlato, riferendo che, rispetto all’anno scorso, un pieno per l’automobile costa a noi tutti ben dieci euro in più.
E’ il mistero della lievitazione del costo del carburante. A sentire i giornali, i produttori, le autorità governative, sembra impossibile stabilire quali ne siano le cause. In un Paese che ha creato Autorities in quantità industriale, non è dato sapere se le compagnie petrolifere agiscano scorrettamente dando vita a trust. E nessuno sa rispondere ad una semplicisssima domanda: perché se sale il costo del greggio i rincari si riflettono immediatamente alla pompa, cioè sulle nostre tasche e se invece il greggio scende, i prezzi al consumo tardano a calare e non lo fanno mai in maniera proporzionale al calo che si registra alla fonte.
Perché mai, ad esempio, quando il greggio era quotato 140 dollari al barile, la benzina alla pompa costava 1 euro e 52 centesimi ed ora che il greggio supera di poco gli ottanta dollari al barile il prezzo della benzina è di 1 euro e 42 centesimi? Non c’è proporzione.
Il fatto che la materia prima, cioè la quotazione della benzina una volta uscita dalla raffineria, pesi per poco più del 30% sul cosiddetto prezzo alla pompa, che il 60% sia divorato dal fisco che addirittura tramite l’IVA sulle accise tassa le tasse, ed il 10% sia riservato a tutto il resto (stoccaggio, distribuzione, commercializzazione ) spiega la rigidità del sistema, ma non gli abusi che si consumano nel silenzio generale.
Ed è proprio questo silenzio a fornire la spiegazione di quanto avviene a nostro esclusivo danno.
L’auto ed il carburante sono il formidabile collante di interessi privati e pubblici che si intrecciano sulla pelle dei cittadini. Basti pensare che lo Stato preleva da quello che noi paghiamo attraverso quattro diverse forme di tassazione: accisa, Iva sul prezzo, Iva sull’accisa (una tassa sulla tassa!) e tassazione dei profitti delle compagnie. I petrolieri, dal canto loro, ricavano profitti immensi che investiti in altri settori, compresi i giornali, conferiscono loro un potere enorme.
Un potere politico debole, come quello che abbiamo, potrebbe fare poco, ammesso che volesse fare qualcosa. Ma non vuole perché ciò significherebbe rinunciare a entrate indispensabili ed inimicarsi la più agguerrita delle lobbies e pressochè tutta la stampa che da esse dipende direttamente o indirettamente per le cospicue entrate pubblicitarie.
Riflettere sul prezzo della benzina e del gasolio può fare comprendere che le battaglie per una buona politica, per avere parlamentari che siano eletti e non nominati, dunque che rispondano ai cittadini, non sono poi tanto astratte. Condizionano le tasche di noi cittadini.
Nicola Cariglia

Ma c’è di più e peggio. Il rincaro del carburante è fatto sulla previsione di aumento del greggio da qui a tre mesi. Infatti il gasolio e la benzina che consumiamo ora è statocomprato e pagato tre o più mesi fa.
Dunque doppi e tripli guadagni dei petrolieri senza che siano interventi delle autorità che pur non potendo intervenire direttamente possono (potrebbero) dissuadere.
Marcello
Caro Matteo,
è vero, la perdita di valore dell’euro rispetto al dollaro e ad altre monete ha avuto come conseguenza i rincari.
Ma il rproblema è proprio questo: perchè quando il rapporto euro dollaro era di uno a uno e cinquanta, l’apprezzamento della nostra moneta non aveva prodotto diminuzione del prezzo del carburante?
Vorrei ricordare ai lettori che parallelamente all’aumento del prezzo del greggio, quotato in dollari, l’euro ha perso potere d’acquisto sul dollaro (fino alle ultime quotazioni di circa 1,33 € contro $) e su tutte le principali valute estere (real brasiliano, dollaro australiano, ecc.). Parte dell’aumento del prezzo alla pompa dei carburanti benzina (ma anche di materie prime in generale, oro, ecc. tutte quotate in $) è da imputare alla svalutazione competitiva dell’euro sul dollaro. D’altronde gli US devono rifinanziare quest’anno un debito pubblico ingente e condizione necessaria per attirare gli investitori è quella di un temporaneo rafforzamento del dollaro. La svalutazione competitiva può far comodo nell’immediato agli esportatori europei (imprese) anche a costo di importare inflazione da aumento dei prezzi delle materie prime (tanto gli effetti dell’aumento dei prezzi li paghiamo, da subito, come consumatori).
Per avere un’idea completa ed obiettiva sarebbe interessante individuare le quote parte di accise e tasse, costi di produzione, di distribuzione ed effetto cambio sul prezzo finale dei carburanti.
Un cordiale saluto.
Matteo
giustissimo, forse dovremmo combattere per ottenere che si facciano dei distributori di benzina “autonomi” ,scusa non so come si chiamino , ma so per certo che già ci sono in diverse città, e farli nascere anche a Firenze . E non danno il permesso neppuure di metterli nei Grandi Magazzini proprio perché ci sono troppi interessi personali…é sempre la solita minestra!