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Il coraggio della responsabilità: memoria e lascito di Renata Fonte

Edito da RomaTre-Press, è uscito il volume collettaneo Il coraggio della responsabilità. Renata Fonte, a cura delle professoresse Emilia Fiandra e Francesca Rispoli. La raccolta di saggi nasce dall’intitolazione dell’Aula magna del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre a Renata Fonte, assessora alla cultura del Comune di Nardò in Puglia, nonché esponente di spicco del PRI, che venne assassinata da mandanti mafiosi nella sua terra d’origine per aver difeso la riserva naturale pugliese di Porto Selvaggio contro la speculazione edilizia. Moriva vicino alla sua abitazione, tra il 31 marzo e il 1° aprile 1984, dopo una seduta del Consiglio comunale: aveva 33 anni.

di Alessia Mesiti | 5 Maggio 2026

Edito da RomaTre-Press, è uscito il volume collettaneo Il coraggio della responsabilità. Renata Fonte, a cura delle professoresse Emilia Fiandra e Francesca Rispoli. La raccolta di saggi nasce dall’intitolazione dell’Aula magna del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre a Renata Fonte, assessora alla cultura del Comune di Nardò in Puglia, nonché esponente di spicco del PRI, che venne assassinata da mandanti mafiosi nella sua terra d’origine per aver difeso la riserva naturale pugliese di Porto Selvaggio contro la speculazione edilizia. Moriva vicino alla sua abitazione, tra il 31 marzo e il 1° aprile 1984, dopo una seduta del Consiglio comunale: aveva 33 anni.

La cerimonia si è tenuta il 21 marzo 2024, in un’atmosfera di profonda e sentita commozione. Questo gesto istituzionale si inserisce nel novero dell’iniziativa “Roma Tre contro le mafie” promossa dall’Ateneo in collaborazione con l’associazione Libera, al fine di intitolare tredici aule nei vari Dipartimenti ad altrettante vittime delle mafie. La prima è proprio quella dedicata a Renata Fonte, la cui targa commemorativa vuole rappresentare «una sorta di ‘pietra di inciampo’», come scrive il Rettore dell’Università Massimiliano Fiorucci nella prefazione al volume. Questa dedica – continua Fiorucci – intende «rendere la memoria storica viva e radicata nel contesto quotidiano, una memoria ‘operante’, invitando le persone a non dimenticare la necessità di mantenere viva l’attenzione sulle mafie». In linea con quanto affermato dal Rettore, il volume si colloca nel quadro di una riflessione collettiva che esula dall’angusta narrazione della vittima, dalla retorica commemorazione o da una defilata dimensione locale, per restituire all’immagine di Renata Fonte lo stratificato spessore del profilo politico e umano.

Le curatrici dell’opera motivano nell’introduzione l’attribuzione della targa commemorativa, affermando che tale intitolazione «significa non soltanto riconoscere all’università il suo ruolo di presidio della cultura democratica e della legalità, ma anche assumere la storia e l’esistenza stessa di Renata come fulcro di un incontro disciplinare, nel quale confluiscono le categorie fondamentali delle scienze politiche».

La Fondazione Ugo La Malfa ha messo a disposizione di Antonio D’Alessandri, docente di Storia dell’Europa orientale presso la stessa Roma Tre, le fonti d’archivio conservate presso la sua sede. Il saggio del professore, dal titolo Fonte, Ingusci, Spadolini e la cultura politica mazziniana, compare nella seconda parte del volume. D’Alessandri, che si è avvalso in particolare dei ritagli della rassegna stampa de «La Voce Repubblicana» – organo ufficiale del PRI – custoditi all’interno del fondo del Movimento Femminile Repubblicano, ha dedicato grande attenzione a un appunto manoscritto di Giovanni Spadolini rinvenuto fra le carte della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia di Firenze, probabilmente una minuta del discorso funebre del leader repubblicano tenutosi a Nardò. Come riporta D’Alessandri, Spadolini si concentra con forza su «la figura pubblica e privata» dell’assessora, mettendo in rilievo l’eredità politica mutuata dallo zio Pantaleo Ingusci, noto antifascista repubblicano e sindaco di Nardò nel 1945-1946. La battaglia per la difesa di Porto Selvaggio rientra proprio in questo lascito, di cui abbiamo traccia in uno scritto dello stesso Ingusci che «assunse per la pronipote un valore di testamento spirituale».

Fino a poco tempo prima della tragica scomparsa, Renata Fonte si occupò della sistemazione delle carte dello zio, il cui modello fece proprio. Furono entrambi prosecutori di un «filone laicamente sacerdotale del mazzinianesimo», prendendo ancora una volta in prestito le parole del manoscritto di Spadolini.

L’efferato omicidio dell’assessora, di matrice politica, si colloca a tragico epilogo delle sue lotte contro la speculazione edilizia nella riserva naturale pugliese e fra le pagine degli anni di piombo. Nell’accorato discorso funebre, Spadolini ammoniva sulla deriva d’odio, intolleranza e disprezzo che da tante parti stava abbattendosi sull’Italia repubblicana, invitando a raccogliere e protrarre il senso dell’impegno civico di Renata Fonte, il cui sguardo puntava sempre verso «un’umanità affratellata nel rispetto, nella tolleranza, nella democrazia, nella libertà e nella pace».

A più di quarant’anni dalla scomparsa, il lascito di Renata, e con lei quello di Ingusci, esempio dell’impegno concreto e quotidiano a tutela della legalità, continua a fare rumore e a parlare alle orecchie di chi resta. Ma soprattutto, continua a proporsi come irrinunciabile antidoto a quegli stessi mali che ancora corrodono le fondamenta della nostra società e che ognuno è chiamato a fronteggiare con il medesimo coraggio.

Alessia Mesiti

da Fondazione Ugo La Malfa

Pubblicato in : Editoriale

Info Alessia Mesiti

Alessia Mesiti è laureata in Lingue e civiltà orientali presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, con specializzazione in Lingua e cultura giapponese. Nello stesso Ateneo, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche, con indirizzo in Storia contemporanea. Attualmente collabora con la Fondazione Ugo La Malfa e approfondisce i suoi studi storici. Sulla rivista scientifica Nuova Storia Contemporanea è stato pubblicato un suo articolo intitolato: “Oltre la cortina di bambù. Il ChinCom e il ruolo del Giappone nel CoCom (1952-1957)”.

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