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Il Convegno di Arezzo su Mazzini.

Come annunciato su queste pagine, si è tenuta ad Arezzo la manifestazione su Mazzini. Pubblichiamo integralmente il pensierop del suo organizzatore Renato Traquandi

di Renato Traquandi | 4 Giugno 2005

Quarantotto ore; sono trascorsi due giorni dalla manifestazione che si è tenuta per commemorare il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini, nella Sala Comunale intitolata alla memoria del sindaco Ducci, ad Arezzo.

Per la festa della Repubblica siamo stati in altre cose affaccendati, chi al mare, chi nella tradizionale gita fuori porta, chi ha presenziato alle manifestazioni prefettizie.

A distanza di due giorni dalla commemorazione, dagli aretini dedicata al bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini, scrivo queste note, al fine di rendere testimonianza di quello che abbiamo fatto, visto e sentito.

Dico subito che non sono contento; no, amareggiato no, dal momento che, per chi come me percorre questi sentieri, e, in queste terre, aride di etica e di buoni costumi, è preparato ai sacrifici e all’ignavia della gran parte dei suoi concittadini, ebbri di calcio, di messe e di tutt’altro genere di impegni, lontano dalla storia del repubblicanesimo, dalla percezione dell’etica, del dovere compiuto al fine di ottenere diritti, del sacrificio, dell’impegno morale e umanitario, profuso al di fuori di prebende e tornaconti.

Dopo aver correttamente e prontamente preparato il convegno, cui l’Amministrazione comunale ha contribuito in modo concreto e solidale (lo devo riconoscere), spedito centinaia di inviti, i manifesti affissi e i mass media avvertiti; quando, assieme agli altri relatori, sono arrivato, puntuale, nella sala, ho costatato l’amara realtà.

Le poche decine di spettatori presenti rendevano ampia e documentata testimonianza dello scarno interesse nutrito da una cittadina che sfiora i centomila abitanti, per i temi del repubblicanesimo storico, del Risorgimento laico, della testimonianza mazziniana.

A posteriori, proprio mentre butto giù queste note, faccio a me stesso una domanda che qui di seguito riporto per la vostra attenzione.

Dopo aver rivolto un caloroso, dovuto e sentito, ringraziamento a quel esiguo gruppo di intervenuti, i quali, hanno compiutamente e seriamente seguito, addirittura sottolineato con vari battimani, i nostri intereventi, perché questa cittadina, che a suo tempo lo stesso Alighieri definì di botoli ringhiosi, mette il disdoro sulle tematiche che a me stanno più a cuore?

Sarà colpa della monarchia sabauda? Questa dinastia di origine francese, che ha avuto il destro di regnare sulla penisola, imponendo con la diplomazia e con l’esercito un predominio dispotico e arrogante, con il primo Re dell’Unità d’Italia che volle continuare a chiamarsi Secondo, un altro che ordinò alle sue truppe di sparare sugli operai e un altro ancora che pavidamente assecondò il Fascismo. E’ vero che quella monarchia collocò Giuseppe Mazzini nel Phanteon, acconsentì che a lui venissero intitolate strade e piazze, riuscendo a trasformarlo per l’opinione pubblica in icona santificata, senza permettere alcuna diffusione o studio approfondito del suo pensiero e delle sue numerose opere letterarie, lettere e articoli di giornale.

Una seconda ipotesi, almeno a livello locale, è quella che il mazzinianesimo aretino è mal rappresentato, non essendo io parte della riconosciuta cultura locale; il diploma di ragioniere, decenni di lavoro in banca e per giunta di pessimo carattere non mi hanno certo giovato.

Tante sono state le occasioni nelle quali ho pervicacemente sostenuto che l’Arezzo del Petrarca, di Pier della Francesca, del Vasari, di Pietro Aretino, di Francesco Redi, di Michelangelo e di Cesenate, da più di due secoli è immersa nel buco nero cosmico della mediocrità, della superficialità, della pochezza intellettuale; che dal periodo dell’Illuminismo non ha prodotto altro che la reazione cattolica del Viva Maria, antifrancese, del 1799; dal Risorgimento nazionale la mancata accoglienza di Garibaldi in fuga con Anita da Roma, dando alle guerre di Indipendenza uno scarno contributo di risorse, sia umane che materiali.

Dobbiamo arrivare alla seconda metà degli anni cinquanta, dello scorso secolo, per trovare nomi aretini inseriti nella storia nazionale, con Amintore Fanfani e Brunetto Bucciarelli Ducci, degne persone emerse nel periodo del politichese e della partitocrazia, ma non certo degli intellettuali, anche se il politico Fanfani faceva pagare, per i prodotti del suo dopo lavoro pittorico, cifre importanti.

Una città di origine etrusca, laboriosa e impegnata nell’arte della produzione artistica del vasellame nel periodo romano, protagonista in Centro Italia nel Medio Evo e nel Rinascimento, che non ha oggi una sua Università cittadina, se non corsi di laurea mutuati dalla vicina Siena; due quotidiani, uno fiorentino e uno perugino, che hanno in città gli Uffici di Cronaca locale, con redattori che giudicar mediocri significa volare alto; alcune emittenti televisive locali gestite da commercianti in radiotelefonia, con in redazione ingrigiti paladini del volontariato social politico clericale e arcimondaiolo. Un’altra di queste emittenti funziona da pulpito di un sacerdote, bravo a batter cassa quanto a recitar rosai e messe sul palinsesto.

Questa città ha avuto gli onori della cronaca, oltre vent’anni fa, anche per loschi episodi che sembra abbiano messo in luce trame eversive di carattere socio economico politiche, che hanno coinvolto le sfere più elevate della Massoneria italiana, che ne ha sofferto e soffre ancora.

Le vicende di Licio Gelli, però, hanno nel contempo innestato in Arezzo un fenomeno di dilagante presenza di famiglie massoniche, le quali, mano a mano che andavano costituendosi, si facevano impegno di avere una rappresentanza aretina.

Resiste, stoicamente vegliarda e immersa in gloriose vestigia, una rappresentanza aretina del Grande Oriente d’Italia, a cui l’invito è stato spedito, assieme alle altre centinaia; ma, per quanto ne possa sapere, anche questa emerita categoria di personaggi, almeno quelli che agiscono alla luce del sole, non si sono fatti vedere alla celebrazione del bicentenario della nascita di Mazzini; e dire che mi risulta per certo una delle loro Officine essere intitolata al politico genovese, alla memoria del quale molti massoni italiani risorgimentisti erano molto legati.

Come non si sono fatti vedere dal Provveditorato agli Studi; e i presidi e i professori degli Istituti superiori, e molte delle personalità pubbliche, istituzionali e del mondo civile, che l’invito lo avevano ricevuto, per tempo.

Devo prenderne atto, anche tra gli iscritti alla sezione aretina del Partito Repubblicano Italiano, per Mazzini Giuseppe l’interesse è scarso, dal momento che diversi tra loro non sono venuti alla celebrazione.

Pensare che dalla non tanto vicina Forlì, l’amico esponente repubblicano Valbonesi ci ha gratificato con la sua importante e significativa presenza.

Questo detto, per la cronaca relativa all’evento oggetto di queste note, il mio ringraziamento particolare è diretto a Finelli, il giovane ricercatore e divulgatore mazziniano, che ha tenuto una relazione dotta e compiuta, rispondendo al tema proposto, sul perché ci si professa tali, così come ha egregiamente fatto il mio fraterno amico Scioscioli, con la bravura che lo contraddistingue.

Come sempre, sopra le righe, eccellente e ed esaustiva, la relazione conclusiva del professor Ceccuti, che, da par suo, ha tracciato il filo logico della contemporaneità dell’etica propugnata da Mazzini, del suo contributo ai valori dell’uomo, del patriottismo, delle necessità di Italia ed Europa; temi che hanno affascinato uomini lontani, in continenti lontani, i quali hanno voluto, nelle loro costituzioni patrie, riferimenti mazziniani, così come la nostra Costituzione Repubblicana, figlia ed erede di quella romana del 1849.

E per fortuna che so per certo di non essere un paranoico, pedante, forse, e foss’anche rompiscatole; tuttavia, almeno fino ad ora, non ho mai sofferto di mania di persecuzione…… anche se, adesso, un unico manifesto, visto tra i tanti appositi spazi dell’Ente che gestisce le affissioni, e il fatto che le due redazioni locali dei quotidiani sopra citati, nonché le emittenti televisive prima ricordate, in gran parte non hanno citato l’evento tanto a me caro, o, come nel caso de La Nazione, hanno pubblicato uno stitico, piccolo comunicato, nella edizione della vigilia, potrebbero farmelo pensare, in alternativa ad un boicottaggio sistematico.

Tutto bene, quindi…….. tutto valido…… testimonianza positiva, questa di Arezzo!

Sono nato di luglio, segno zodiacale Leone, sono un po’ vanitoso anche, e, se pur scontento della poca attenzione aretina, ho il pregio di ritenermi soddisfatto, per essere stato protagonista di una ulteriore, valida testimonianza di amore al mazzineanesimo, così come mi è stato insegnato, per aver vissuto molti anni accanto a Randolfo Pacciardi.
Renato Traquandi

Pubblicato in : Primo piano

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Mirco Giubilei

    25 Giugno 2005 alle 16:07

    Il problema, caro Renato, è che ormai Mazzini non lo insegnano neanche più nelle scuole. Mazzini, fin da quando era in vita, è stato sempre un personaggio “scomodo” per il semplice fatto di essere libero da ogni pregiudizio e da ogni idea preconfezionata. Riportare oggi Mazzini nelle scuole e nel dibattito politico è un impegno necessario e coinvolgente. Le iniziative del bicentenario possono essere un punto di partenza importante.

    Rispondi

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