Il vice-sindaco di un comune della provincia di Torino ha proposto di legalizzare la prostituzione selezionando e destinando al mestiere più antico del mondo luoghi e spazi opportuni e ‘contrattualizzando’ le ‘lavoratrici’ al servizio del comune stesso.
Insomma: le prostitute verrebbero stipendiate da un datore di lavoro, il comune, che a sua volta incasserebbe il ricavato delle prestazioni professionali delle lavoratrici stabilendo un preciso tariffario.
Come dire che un comune assolverebbe al ruolo che, ante-Merlin, veniva egregiamente svolto dalla ‘matresse’ e oggi, sulle strade, dallo sfruttatore di turno…
Immagino che forse anche qualche donna in condizioni di disagio economico che tuttavia non avrebbe mai pensato a prostituirsi per strada, potrebbe pensare di ‘impiegarsi’ alle dipendenze del comune vendendo se stessa!
Codice Penale alla mano, il comune dovrebbe fare i conti con due possibili reati: sfruttamento e induzione alla prostituzione…
Credo che un paese civile debba porsi il problema della prostituzione: per esempio opponendosi fermamente allo sfruttamento e alla ‘tratta’ di tante giovani donne ma consentendo, quando la prostituzione è invece il risultato di una libera scelta personale, di esercitarla ‘legalmente’, in spazi e luoghi in cui sia possibile condurre controlli medici e sanitari. Non credo che sarebbe male riconoscerla anche ‘fiscalmente’, come un mestiere qualsiasi, al fine di poter impiegare per la collettività una parte del lucroso giro d’affari del mercato del sesso.
Magari i comuni stessi potrebbero selezionare e attrezzare delle aree del loro territorio, organizzare i controlli sanitari e percepire direttamente l’aliquota fiscale versata.
C’è differenza tra pragmatismo e sfruttamento…
Rosita Bimbi

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