Mentre Jafar Panahi è ancora in carcere, era stato arrestato il 2 marzo con la moglie, la figlia e il gruppo di amici che si trovavano in casa sua, (moglie e figlia sono state liberate qualche giorno fa), esce nelle nostre sale Women whitout Men (Donne senza uomini) della video artista iraniana Shirin Neshat, Leone d’argento al festival di Venezia 2009.
La regista, durante il giro promozionale per la presentazione del film ha dichiarato:
“So che il governo iraniano è capace delle peggiori atrocità nei confronti dei detenuti e che vuole mettere il bavaglio alla cultura. La comunità internazionale potrà aiutare Panahi e gli altri artisti detenuti spingendo i propri governi a intervenire sul nostro. Ahmadinejad non si interessa ai media, ma ascolta i leader occidentali: Berlusconi, Sarkozy o Hillary Clinton potrebbero fare molto a livello diplomatico”.
Queste sue parole ci hanno ricordato l’emozione dell’ingresso in sala, a Venezia, della delegazione iraniana. La regista vestita completamente di verde (il colore della protesta in Iran) e uomini e donne con la sciarpa verde al collo, intorno alle spalle, drappeggiata in mille modi ma sempre ben visibile. Emozione che ci ha accompagnati durante la proiezione del film e che è esplosa in pieno al momento della dichiarazione dei vincitori dei Leoni.
Shirin Neshat vive negli USA e ha girato il film a Casablanca perché ovviamente non poteva girare in Iran. I suoi lavori fotografici, le sue installazioni video sono ignorate in Iran, il libro omonimo di Shahrnush Parsipur è molto conosciuto in Iran, ma la scrittrice vive negli USA; tutto questo ci dice chiaramente che il popolo iraniano può manifestare le proprie idee solo stando all’estero. Chi ha il coraggio e la forza per restare corre lo stesso pericolo di Panahi e dei tanti non famosi che protestano a proprio rischio e pericolo.
Ma torniamo al film che ci fa conoscere una pagina di storia poco nota che però spiega l’attuale situazione in Iran.
Nel 1953 un colpo di stato organizzato dalla CIA e appoggiato dalla Gran Bretagna, destituì il primo ministro, democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq restaurando il potere dello Scià.
E’ in questo momento storico che Shirin Neshat inserisce la storia di quattro donne, di diversa estrazione sociale e del loro viaggio che le porterà a confluire verso lo stesso giardino.
Il giardino visto come luogo di isolamento, di riflessione, di riposo, di rinascita, nella pace della terra, accanto a fiori, alberi, acqua. Luogo quasi sacro nella cultura persiana, Pieni di giardini curati dalle donne sono i paesi che a lungo hanno unito le loro conoscenze a quelle della dominazione araba, Spagna e Sicilia su tutti.
Giardino quindi simbolo di tutto il film, una sorta di Eden per le quattro donne con storie pesanti alle spalle.
Zarin la prostituta fugge quando si accorge di non vedere più il volto degli uomini che abusano di lei e rappresenta tutta la sua sofferenza, la difficoltà ad accettare il suo corpo, nella scena del bagno quando si strofina a sangue, quasi volesse cancellare non solo le troppe mani che l’hanno toccata, ma anche lo stesso corpo che si è fatto maneggiare così a lungo.
Munis, rinchiusa in casa dal fratello/padrone che le impedisce perfino di ascoltare alla radio gli appelli ad un Iran libero, ha una sola possibilità di libertà, di raggiungere il giardino, come si vede dalle scene iniziali e sarà nel film l’emblema di Neda, la giovane donna uccisa perché manifestava contro i presunti brogli elettorali che hanno portato alla rielezione di Ahmadinejad.
Faezeh, amica di Munis sogna di sposare l’uomo che ama…il fratello di Munis, che sposerà, invece, la cugina.
Fakhiri, un’ex attrice sposata senza amore ad un generale, incontra, a distanza di molti anni, l’amore della sua vita, prende il coraggio e lascia il marito. Sarà lei a comprare la grande casa , circondata dal giardino, lontana dagli orrori della città, dove troveranno rifugio le altre donne., che però verranno raggiunte anche lì dall’orrore che pensavano di aver abbandonato.
La scelta degli attori è stata lunga e difficile: non potevano partecipare al film attori residenti in Iran quindi si è cercato fra gli attori di seconda generazione residenti all’estero. Da sottolineare che Fakhiri è un’amica della regista, che ha lavorato spesso con lei, lasciandosi fotografare per la raccolta “Donne dell’Iran” e la tenutaria del casino in cui lavora Zarin è la stessa autrice del libro da cui è stata tratta la sceneggiatura del film.
Un film duro, difficile, accompagnato da una fotografia che alterna, secondo le scelte della regista, il più crudo bianco e nero alla profusione dei colori. Un film bello, doloroso, che ci aiuta a capire la tragedia di un popolo privato della libertà, della cultura, della tradizione.
Maria Rita Monaco

Lascia un commento