L’obsolescenza dell’organizzazione istituzionale del capitalismo pone la necessità della sua correzione attraverso la progettualità dei partiti politici.

Si tratta, per un pensatore marxista, di una posizione sui generis; perché, come osserva Donald Sassoon, essere storico e comunista non è un fatto eccezionale, lo è invece rimanere fino alla fine un comunista non pentito. Ma che tipo di comunista è stato Hobsbawm? La risposta all’interrogativo l’ha data lui stesso. Egli è appartenuto alla generazione per i cui componenti la speranza di “cambiare il mondo” era così forte che abbandonare il Partito comunista era come cedere alla disperazione. Ma deve averci seriamente pensato, se si considera che, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, non ha esitato assieme ad altri intellettuali comunisti britannici a denunciare i crimini dell’URSS e la falsa visione dei fatti sino ad allora condivisa sul conto del comunismo sovietico. Tuttavia, Hobsbawm, già prima del 1956, aveva smesso di ammirare la società sovietica e le burocrazie pseudo-comuniste delle Repubbliche popolari dell’Est europeo. Hobsbawm è stato quindi un comunista, ma non uno “storico comunista”, nel senso che la sua produzione scientifica ha ben altro significato rispetto a quella di molti “storici comunisti organici”.
Per Hobsbawm, Karl Marx e il marxismo, affrancati dalle strumentalizzazione, hanno ancora molto da dire; soprattutto nel momento in cui la crisi iniziata nel 2008 sta sconquassando le economie di tutto il mondo, sebbene Marx e il marxismo del XXI secolo assumano un significato assai diverso da quello del XX secolo, maturato però successivamente alla morte di Marx. Le idee marxiane, afferma Hobsbawm, esulano dal raggio del marxismo del XXI secolo basato su valutazioni postume e revisioniste dei suoi scritti.
In realtà, quello che Marx ha affermato non è che il capitalismo avesse raggiunto il limite della sua sopravvivenza, ma che il ritmo col quale procedeva nella sua espansione era caratterizzato di continuo da crisi di sovrapproduzione che si sarebbero dimostrate incompatibili con il suo modo proprio di funzionare; crisi che potevano essere rimosse solo con un’organizzazione socialista della società. Per questo motivo, afferma Hobsbawm, non deve sorprendere che il socialismo “fosse il fulcro dei dibattiti e delle valutazioni del XX secolo su Karl Marx”; non tanto perché il progetto di un’economia socialista fosse specificamente marxista, e in effetti non lo era, ma perché tutti i partiti progressisti, d’ispirazione marxista e non, condividevano questo progetto, mentre i Partiti comunisti affermavano l’avvenuta sua realizzazione all’interno della Russia post-rivoluzione.
A fronte degli esiti catastrofici del modo proprio di funzionare del capitalismo mondiale, malgrado i fallimenti dei progetti socialisti, nella versione comunista, ma anche in quella socialdemocratica, “numerosi aspetti centrali dell’analisi di Marx – afferma Hobsbawm – rimangono validi e rilevanti”. Perché, nella condizioni del mondo attuale, il ritorno al pensiero marxiano per criticare il capitalismo ed anche i suoi “sacerdoti”, gli economisti, che non hanno saputo prevedere quali sarebbero stati gli esiti di una globalizzazione delle economie nazionali unicamente sorretta dalla mano invisibile del mercato come invece aveva previsto Marx nel “Manifesto del Partito comunista” sin dal 1848. Ma anche perché a, fronte della crisi attuale, osserva Hobsbawm, il mercato autoregolato non ha risposte, come non le ha avute alla vigila dell’”Età della catastrofe” di fronte agli esiti della grande crisi della fine degli anni Venti; il mercato regolato unicamente dalla mano invisibile riesce solo a far conseguire una crescita economica illimitata, a scapito però del fattore più debole della produzione, il lavoro, alimentando una crescete disoccupazione strutturale che nella fase attuale appare irreversibile.
L’obsolescenza dell’organizzazione istituzionale del capitalismo pone la necessità della sua correzione attraverso la progettualità dei partiti politici; questi, allargando la considerazione del numero delle variabili sociali influenti sul funzionamento del sistema economico, come suggerito da Marx, devono promuovere un processo co-rivoluzionario, nel senso in cui l’ha inteso lo studioso marxista David Harvey in “L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza”. Il processo co-rivoluzionario dovrebbe avere come obiettivo la creazione ordinata di una nuova forma di organizzazione sociale, nella quale la valorizzazione del capitale cessi di essere l’unico motivo ispiratore del governo del sistema sociale. A tal fine, l’obiettivo non può essere perseguito con la distruzione delle istituzioni sociali ed economiche plasmate dall’umanità per fare fronte ai propri stati di bisogno, ma attraverso la creazione di un nuovo ordinamento sociale ed economico. In tal modo, il riformismo politico cesserebbe di proporre continuamente “provvedimenti-tampone welfaristi”; il suo compito diverrebbe invece quello di governare un processo evolutivo del sistema sociale che risulti a misura delle aspirazioni di tutti, per permettere a ciascuno di conseguire, in condizioni di certezza e stabilità esistenziali, il proprio progetto di vita.

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