
Ieri è stata data notizia di una recente analisi della banca olandese Triodos che stima che le ondate di calore e la siccità di questa estate possano sottrarre circa l’1% al PIL dell’Unione europea: all’incirca 180 miliardi di euro. Per l’Italia l’impatto stimato è ancora più pesante: 1,1 punti percentuali di PIL. In termini assoluti per noi vuol dire oltre 25 miliardi di euro.
Si tratta di una stima economica degli effetti del caldo estremo e della siccità sulla produzione che non rappresenta nemmeno il costo complessivo del cambiamento climatico, perché non comprende alluvioni, incendi, danni alle infrastrutture, effetti sanitari, erosione delle coste e molto altro. Quindi è soltanto una parte del conto.
Il meccanismo del calcolo è semplice. Con temperature estreme diminuisce la produttività del lavoro, soprattutto nei cantieri, nell’agricoltura, nella logistica e in tutte le attività svolte all’aperto. La siccità riduce i raccolti e rende più costosa l’irrigazione. I fiumi con poca acqua riducono la produzione energetica. Il caldo mette sotto pressione reti elettriche, ospedali e servizi pubblici.
Il Joint Research Centre della Commissione europea ha già rilevato quest’anno che le ripetute ondate di calore e la scarsità di piogge hanno ridotto le previsioni di resa di diverse colture estive, con cali particolarmente forti per mais e girasole.
Per anni ci hanno raccontato che la transizione ecologica “costa troppo”. Forse bisognerebbe capovolgere la domanda: quanto ci costa non farla?
Se una sola estate di caldo e siccità può bruciare in Italia più di 25 miliardi di ricchezza, allora investire nella riduzione delle emissioni, nell’efficienza energetica, nelle rinnovabili, nella tutela dell’acqua e del territorio, nel verde in città e nella mobilità pubblica, nella creazione di invasi e di sistemi efficienti di irrigazione per l’agricoltura, non è un lusso ambientalista ma la politica economica, industriale e sociale di cui c’è urgente bisogno.
Il governo Meloni ha prodotto piani, decreti, osservatori e protocolli, tanta carta per far credere di essere impegnato ma non ha messo i soldi; sul cambiamento climatico, infatti, continua a mancare una politica di investimenti pubblici all’altezza dei danni economici, sanitari e ambientali che il Paese sta già subendo.
Quello che ancora manca, secondo la stessa Commissione europea, è un investimento preventivo e continuativo dell’ordine di oltre 10 miliardi l’anno per rendere città, territorio, sistema sanitario, reti idriche e infrastrutture capaci di reggere al clima che sta cambiando.
Il cambiamento climatico non è una previsione per la fine del secolo. È già entrato nei bilanci delle imprese, nei conti pubblici, nei raccolti degli agricoltori, nelle bollette e nei salari.
Però, il costo del cambiamento climatico non si misura soltanto in miliardi
Uno studio di Nature Medicine ha calcolato che, nell’Europa degli ultimi anni, un solo grado in più nella temperatura media estiva è stato associato a circa 18.500 morti da caldo in più. E per l’Italia, se il riscaldamento globale arrivasse a 3 gradi, la mortalità annuale da caldo potrebbe quasi triplicare, passando da circa 10 mila a oltre 28 mila vittime.
Di fronte a questa situazione, il governo Meloni per il 2027 ha già previsto oltre 30 miliardi di spesa per la Difesa, più di 4 miliardi in più rispetto a quest’anno.
Inoltre, il ministro Giorgetti è appena andato in Parlamento a chiedere la possibilità di fare nuovo deficit per circa 22 miliardi entro il 2028.
Anche sulla riduzione delle cause del cambiamento climatico il governo è in ritardo. La Commissione europea segnala che l’Italia è tra i Paesi con il maggiore divario rispetto agli obiettivi 2030 sulle energie rinnovabili: il fotovoltaico cresce, ma troppo lentamente, l’eolico è sostanzialmente fermo e autorizzazioni e reti continuano a frenare gli investimenti. Anche qui molte dichiarazioni sulla transizione, ma una velocità di realizzazione assolutamente insufficiente che non consentirà di raggiungere l’obiettivo della produzione del 63 per cento di energia entro il 2030 derivante da fonti rinnovabili.
Anche verso famiglie e imprese il governo ha progressivamente indebolito gli incentivi e rinviato e persino contrastato alcuni degli obblighi che spingevano verso edifici più efficienti, auto meno inquinanti, stili di vita più appropriati. Invece di accelerare la trasformazione e di sostenerla in modo adeguato finanziando famiglie e imprese, il governo ha spesso scelto di rallentarla.
Meloni non mette soldi per difenderci dagli effetti del cambiamento climatico, procede troppo lentamente nel produrre l’energia pulita necessaria a combatterne le cause e non aiuta le famiglie e le imprese, ma trova i soldi per gli armamenti.
Contro il caldo, la siccità e le alluvioni, così come per la sanità, mancano sempre le risorse; per il riarmo, invece, il portafoglio dello Stato si apre senza esitazioni. È una questione di priorità, e le sue sono fin troppo chiare. Allineata al padrone americano Trump e a questa Europa nelle mani di una destra sempre più a destra.
La verità è che mentre discutiamo se possiamo permetterci la transizione ecologica, dovremmo domandarci se possiamo permetterci di continuare a rimandarla.
Enrico Rossi

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