
Buona domenica, cari lettori,
siamo ormai quasi al termine delle ferie e c’è da commentare, a ragione, come il caldo torrido di questa estate non abbia risparmiato nessuno. E mentre gli italiani cercavano refrigerio tra ventilatori, condizionatori e qualche bagno al mare, la politica italiana dava l’idea di aver deciso di trasformare agosto in una gigantesca grigliata. Le braci ardono a Destra come a Sinistra e, a giudicare dalle scintille, l’autunno potrebbe essere ancora più caldo dell’estate. Giuseppe Conte, da una parte, ormai ha acceso i razzi e punta dritto verso le primarie, convinto di vincerle e di essere lui a guidare l’armata politica per battere la Destra alle prossime elezioni politiche. Il problema, per lui, sarà convincere anche gli alleati che l’armata esista davvero e che non sia soltanto una formazione virtuale, di quelle che sembrano numerose nei sondaggi e poi, al momento del voto, diventano improvvisamente molto più piccole. Vannacci, dall’altra, è mimetizzato nella boscaglia politica, in attesa che arrivi il momento giusto per catturare la Lega e annettere ciò che rimane dopo quarant’anni di onorato servizio come satellite di Futuro Nazionale, creando non pochi grattacapi alla premier Meloni, che il 4 settembre taglierà il traguardo del governo più longevo della Repubblica. Un traguardo importante, certamente, ma che potrebbe trasformarsi in una corsa a ostacoli se tutti gli alleati decidessero di correre contemporaneamente verso il traguardo, possibilmente nella direzione opposta. Tajani, da parte sua, pare sempre più confuso nelle sue performance repubblicane, nelle quali cerca di spiegare a se stesso come si sia acquisito il diritto di diventare italiani nel 1861, in attesa delle conferme di Crozza. Una sorta di lezione di storia patria in versione estiva, dove il Risorgimento rischia di diventare una materia da ripassare sotto l’ombrellone, magari con un buon libro di storia accanto alla crema solare. Per Lupi sembrano non essere ancora finiti i tempi cupi e sarà difficile che la quarta zampetta del Centrodestra riesca a tonificare i muscoli rattrappiti per presentarsi alle elezioni in modo più battagliero. Il Centro, del resto, continua a essere quel luogo misterioso della politica italiana dove tutti dichiarano di voler andare, ma nessuno riesce a trovare il parcheggio. La Schlein, dopo le vacanze, speriamo che abbia recuperato le forze per poter affrontare con maggiore decisione i suoi detrattori all’interno del partito e, insieme, ridimensionare un Conte scatenato, che pare si stia già allenando a suonare la campanella in un prossimo, immaginario Consiglio dei ministri, guardando al futuro come in un film di fantascienza. Resta da capire chi sarà disposto a consegnargli la campanella e, soprattutto, chi gli permetterà di suonarla. Nel frattempo, gli elettori osservano questo spettacolo dalla distanza di sicurezza. Sempre più svogliati e annoiati nel vedere e rivedere i cortometraggi televisivi che parlano di migranti e della guerra in Ucraina, intervallati dalle performance di Israele, non ridono più nemmeno delle battute comiche di Trump. A forza di assistere allo stesso spettacolo, rischiano di chiedersi se il problema non sia proprio il pubblico televisivo, che continua a essere trattato come se avesse bisogno, ogni sera, di una nuova puntata della stessa interminabile serie. E così gli italiani si preparano a fare quello che sanno fare meglio quando la politica comincia a bruciare: osservare, lamentarsi e, quando arriva il momento, spegnere la televisione. Qualcuno vestirà i panni del pompiere, qualcun altro quelli del piromane, mentre i partiti continueranno a cercare di convincere gli elettori che l’incendio sia colpa degli altri. Forse, però, sarebbe sufficiente che qualcuno si ricordasse che fuori dai palazzi esiste un Paese reale. Un Paese che lavora, che aspetta risposte, che paga le tasse, che guarda con preoccupazione al futuro e che, soprattutto, avrebbe bisogno di una politica capace di discutere meno di poltrone e più di soluzioni. Perché il caldo, prima o poi, passerà. Gli incendi politici, invece, rischiano di restare. E se a settembre i nostri politici non troveranno qualche secchio d’acqua, potrebbero scoprire che gli elettori, stanchi di fare i pompieri, hanno deciso semplicemente di lasciare che le fiamme consumino tutto ciò che ormai non serve più. Con la speranza, naturalmente, che dall’incendio possa nascere qualcosa di nuovo. Possibilmente senza bisogno di altri razzi, campanelle, satelliti e primarie. E magari con qualche politico finalmente disposto a parlare agli italiani non soltanto quando servono i loro voti.
Angelo Santoro

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