Dietro gli scontri crisi di crescita o errori cruciali?

La Nuova Turchia dei cosiddetti islamici moderati ha vinto la sfida della modernizzazione, si è imposta come un player politico-strategico dell’Asia Europea e mediterranea dopo che l’Europa e Sarkozy le avevano sbattuto la porta in faccia ma non ha saputo allentare le contraddizioni e le divisioni interne che opponeva Stato religioso e Stato laico inanellando una serie di errori interni ed internazionali che ha condotto Erdogan ad affrontare la sua prima vera grande crisi dopo dieci anni di potere assoluto.
Tra i passi falsi, la pretesa di costruire opere pubbliche mastodontiche, l’islamizzazione progressiva della società attraverso i divieti del consumo di bevande alcooliche e l’obbligo di foulard negli uffici pubblici per le donne, le crisi con Israele per ingraziarsi parte del mondo arabo, ma anche gli scontri al confine con il regime di Assad contro il quale ha finanziato i cosiddetti ribelli di orientamento fondamentalista, la solidarietà con la Grecia della crisi, ma anche la costante pressione su Cipro europea per determinare un nuovo status quo dell’isola.
I seicento alberi del Parco Gezi da abbattere per far posto a centri commerciali e moschee hanno fatto esplodere la gioventù turca come quelle del nord-Africa in forme asimmetriche. Mentre a Istanbul si lotta contro un regime democratico ed islamico per evitare il definitivo arretramento dell’impostazione secolare laica costruita da Ataturk, nelle piazze arabe si pensava di abbattere i tiranni per entrare dalla porta principale nella modernità occidentale e democratica e invece si sono ritrovati alle soglie di un possibile medio-evo culturale e sociale con economie che in questi due anni e mezzo, dalle cosiddette Rivoluzioni, corrono verso il precipizio economico.
La crisi turca potrebbe produrre ulteriore instabilità nell’area qualora Erdogan si incaponisse nel non comprenderne le ragioni e si attardasse, come pare abbia cominciato a fare, in giustificazioni dietrologiche, ora contro l’Occidente ora contro i suoi detrattori nel mondo arabo, che peraltro non mancano.
La modernità e lo sviluppo non possono mai essere sganciate dal rispetto del pluralismo politico, dei diritti e della democrazia, la modernità impone una capacità di ricambio delle classi dirigenti ed una comprensione dei nuovi fenomeni partecipativi di massa che imprimono la necessità di una democrazia deliberativa.
Se si vuole è una crisi di crescita della società turca, una società non dissimile dalle nostre e la sua secolarizzazione ha rappresentato un modello che il mondo arabo ha rifiutato e che guarda caso oggi andrebbe osservato con occhi meno pregiudizievoli per garantire il rispetto delle osservanze religiose e politiche in società plurali e complesse.

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