Noi esseri umani siamo davvero strani. Facciamo i botti per festeggiare un uovo anno e col rumore assordante ci facciamo pure male, ci intasiamo le orecchie, ci bruciamo la pelle, ci facciamo amputare pezzi di mano, rischiamo di perdere un occhio o un orecchio.
Noi esseri umani siamo davvero strani: abbiamo bisogno di silenzio e cerchiamo il frastuono, abbiamo bisogno di abbracci e ci rifugiamo nella solitudine, siamo tutti pezzi unici e cerchiamo l’omologazione, un qualcosa, un dove, un quando, un perché che vada bene a migliaia, a milioni di noi. E poi ci riscopriamo infelici, insoddisfatti, malcontenti. E pure depressi.
E basterebbero dieci minuti di silenzio, pensando ai pensieri, per trovare un vicolo di serenità, per scorgere un angolo di armonia, per riconoscere uno scorcio di consapevolezza. Viviamo di troppo rumore, cerchiamo continuamente suoni e ritmi forse per coprire il brusio del nostro pensiero o del nostro cuore, che qualcuno chiama coscienza, qualcun altro chiama anima, qualcun altro chiama io profondo.
Un brusio, quello del pensiero, che potrebbe essere più impegnativo o più fastidioso di una distrazione ad alto volume, di un aereo che ti passa sulla testa, dello sferragliare di un treno troppo puntuale al binario dell’addio, e che tuttavia ogni tanto potrebbe essere utile, opportuno, consigliabile per restare in compagnia di sé sessi. E pensarsi un po’, e scoprirsi un po’ e capirsi un po’.
Vi ricordate quando, da piccoli e da piccole, ci dicevano prima della confessione fate l’esame di coscienza? Era già una specie di piccola seduta di psicoterapia gratis. Il silenzio aiutava a mettere in fila non solo i peccati da dire al prete ma anche le azioni che avevi e non avevi fatto, i pensieri che avevi o non avevi fatto. Poi il problema era trovare le parole giuste. Mica poco.
Un discreto esercizio per affrontare il gradino successivo della meditazione. Già, meditare. E chi lo fa più? In questi giorni e in queste ore che segnano il passaggio da un anno vecchio a un anno nuovo, da un decennio che si chiude ad un decennio che si apre, si è portati a fare bilanci e a tirare le somme, a mettere in fila quel che si è raggiunto e parallelamente a fare l’elenco degli insuccessi, delle delusioni, dei fallimenti, delle criticità.
Non sarebbe male farlo in silenzio. Proviamo a farlo in un silenzio profondo e ci capiterà di trovare sensazioni e pensieri che consideravamo sepolti. Il silenzio davanti ad un orizzonte, il silenzio davanti a un quadro, il silenzio davanti ad uno sguardo, il silenzio su un cappuccino, il silenzio di un labiale, il silenzio di un sussurro, il silenzio di un telefono, il silenzio di un aquilone lontano, il silenzio di un passo vicino, il silenzio su una frase che vi fa ridere o piangere: sono prove che possiamo fare tutti.
Troppo facile fasciarsi di cuffie con musiche e canzoni a decibel esagerati, troppo scontato fare botti e tuoni quando si deve celebrare qualcosa, molto più difficile ma anche molto più umano fasciarsi di silenzio e lasciare libero di comunicare il soffio bisbigliato del pensiero. Possono essere utili anche le cuffie stereo: rigorosamente spente.
Fabrizio Binacchi

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