C’è un gran bisogno di geografia. Non solo per sapere le capitali di un Paese e i capoluoghi di un territorio o la lunghezza di un fiume ma anche e soprattutto per studiare e capire le identità sociali, le culture di una popolazione, le tappe di una evoluzione. Sembra roba astratta ed invece è esigenza realissima e quotidiana. Già sarebbe importante non confondere Rieti con Chieti, il Cilento col Salento, Viareggio con Correggio, ma la geografia ci dice tanto anche di noi, del nostro passato e del nostro domani.
C’è un gran bisogno di geografia per innescare e accompagnare la cosiddetta transizione ecologica e cioè trasformare le nostre pratiche e i nostri lavori da strumenti di inquinamento e distruzione ambientale in attività blu e verdi, come vengono definite oggi, e cioè di risparmio energetico ed ambientale, di costruzione e ricostruzione compatibile e sostenibile con l’aria e l’acqua, con le risorse che il mondo ci lascia a disposizione.
Geografia come strumento di sviluppo e di equilibrio. Vi ricordate le carte geografiche appese al muro delle nostre aule alle elementari o alle medie? C’era la carta d’Italia della geografia fisica dove scoprivi le Alpi e gli Appennini, i laghi e i fiumi, le valli grandi e piccole e, di solito, accanto c’era la carta di geografia politica con i confini nazionali e regionali.
Oggi, anche con l’aiuto delle tecnologie digitali, potremmo approfondire, studiare e capire la geografia sociale ed umana, la mappa delle povertà e delle ricchezze, le strade del futuro. La geografia per aiutare a capirci e allearci ben sapendo, come il clima nazionale attuale ci insegna, che le diversità e le differenze sono un punto di forza. Come ha ricordato il presidente Draghi prima del senso di appartenenza deve venire il senso di cittadinanza. C’è un gran bisogno di geografia per amministrare con maggiore incisività.
Sta succedendo nell’ambito delle misure contro la pandemia: non si può pensare che le stesse misure restrittive, ad esempio, possano avere lo stesso effetto nel quartiere affollato di una metropoli e in una zona di campagna rarefatta e quasi disabitata. La geografia sociale ci può aiutare per risolvere i problemi più incisivamente e oserei dire più armonicamente.
Per stare nel nostro Paese dobbiamo prendere atto che ogni valle ha la sua cultura, che ogni borgo pensa di essere il borgo più bello, che ogni campanile suona le propria campana, che accanto all’unificante lingua italiana le lingue e i linguaggi locali sono uno strumento per capirsi più profondamente e per sentirsi parte di una comunità di cui spesso è necessario tener conto per risolvere i problemi.
C’è un gran bisogno di geografia per non sbagliare città o paese, luoghi e destinazioni. Come si diceva non è così raro sentir confondere Rieti con Chieti, il Salento col Cilento e pensare erroneamente che il Molise sia ancora un pezzo dell’Abruzzo. Ricordo ancora la curiosa domanda di un amico: scusa per andare a Vercelli devo passare per Sondrio. Ho cercato di rispondere con saggezza. “Dipende da dove parti”, gli dissi. E lui mi ringraziò.
C’è chi mi ha confessato che riteneva Novara una provincia della Lombardia solo perché vicino a Milano e che sentendo parlare di San Vito Lo Capo pensava a Città del Capo. Le sorprese possono essere tante e variegate. Non è raro trovare chi va in crisi alla richiesta di collocare Pordenone o Teramo nella regione giusta o di elencare le regioni confinanti con le Marche. Accanto ad una buona lettura quotidiana sarebbe necessario, direi buono e utile, ripassare almeno a livello settimanale elementi di geografia, per non sbagliare direzione e per capire la complessità delle relazioni. Geografia è nozione e orientamento ma anche ragionamento e strumento di lavoro e di costruzione politica, sociale, economica.
La geografia sociale ci può aiutare molto a capire e governare la trasformazione agendo sulla forza delle varie culture. Una popolazione si spende meglio e investe di più se sente che è rispettata e compresa la propria cultura, valorizzata la propria radice, potenziata la propria identità nel rispetto dell’identità vicina.
Conoscere e riconoscere sono le virtù della geografia.
Faccio qualche esempio pratico per dire quanto è concreto e attuale questo problema. L’annosa questione dell’industria e dell’ambiente a Taranto non può essere affrontato come si fosse ad Alessandria o Gela. La pesca al largo di Mazara del Vallo non è la stessa che si può fare al largo di Chioggia. Le strade dell’Aspromonte non solo le strade delle Dolomiti. In val Gardena parlano un ladino diverso da quello della val di Fassa e diverso ancora da quello della Val Badia. In una zona la casa è “ciasa” nell’altra “cesa”. In Friuli in val Resia c’è una comunità che ha tradizioni e radici profondissime e si riconoscono nel mondo.
Quando ho detto ad una studentessa di giornalismo che conoscevo il suo piccolo paese di origine in provincia di Enna ha avuto uno sbalzo di sguardo, si è illuminata negli occhi. E’ così. Noi siamo identità, la geografia ci aiuterà a comprenderci per trasferirci tutti in un nuovo mondo blu e verde a patto che saremo in grado di capire quel che la geografia sociale ci insegna ogni giorno.
Fabrizio Binacchi

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