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Il “Renzismo” alla prova del governo e delle riforme

di Vincenzo Caciulli | 8 Giugno 2014

I primi passi del governo Renzi non sono stati sicuri né ben orientati. Il tono con il quale ha affrontato la conferenza stampa successiva al clamoroso successo elettorale ispira invece più fiducia. Pacato, misurato, conscio delle difficoltà e del lavoro da fare.

governorenziCon le elezioni europee si è chiuso il ciclo, iniziato con le primarie di Italia Bene comune nel novembre 2012, che ha portato Matteo Renzi in poco più di un anno, dopo l’iniziale sconfitta, alla guida del PD prima e del governo poi. Un ciclo breve ma di portata storica, nel corso del quale si è nuovamente terremotato il quadro politico e istituzionale. Un ciclo nel corso del quale Renzi è riuscito a imporre nuovi linguaggi, slogan efficaci e azioni a forte impatto simbolico. Di fronte alla speranza di un cambiamento che il paese nutre, quel mix di parole ha funzionato così bene da offrire al premier, attraverso il risultato elettorale, un tempo di libertà d’azione e una forza politica consistente. D’ora in poi, quindi, Renzi potrà e dovrà confrontarsi con il governo dei problemi reali apparecchiando un insieme di riforme coerenti con le suggestioni che ha evocato e con le necessità reali dell’Italia. Potrà e dovrà abbandonare quella semplificazione populista (gli 80 euro, l’abolizione delle province, i 150 milioni sottratti al bilancio RAI), utile a vincere le elezioni ma non a cambiare il destino dell’Italia. Riforma istituzionale e costituzionale, pubblica amministrazione, fiscalità, semplificazione, giustizia e via elencando gli innumerevoli dossier da aprire. Capitoli di un unico racconto e cioè la trasformazione del sistema paese in una reale e concreta democrazia di tipo europeo e occidentale. Fino ad ora, nei pochi giorni del nuovo governo, gli atti compiuti non autorizzano facili ottimismi. La bozza di legge elettorale, la proposta di modifica del Senato e l’abolizione degli organi elettivi delle province sono un insieme di provvedimenti incoerenti che non prefigurano un sistema logico, funzionale, di check and balance utile all’equilibrio dei poteri. Se poi, i tempi sono maturi per fuoriuscire da un sistema parlamentare perché non imboccare decisamente la strada di un sistema presidenziale? Che fine ha fatto l’idea del sindaco d’Italia? Mancano ancora molti tasselli per costruire la seconda repubblica e dargli il respiro di qualche decennio almeno. Gli 80 euro, di là dalle polemiche spicciole che appassionano i media (coperture finanziarie, esiguità, platea), hanno un difetto di fondo costituito dall’idea che si possa dare così capacità di spesa ai cittadini e alle famiglie per trasformare la spesa in volano di ripresa. Per liberare capacità di spesa in chi un reddito ancora ce l’ha occorrono operazioni di ben altra portata a partire dal liberare risorse confiscate dalle inefficienze del sistema. Se gli italiani pagassero le assicurazioni auto e i conti correnti bancari, l’energia e il gas (dove versano l’IVA sulle accise), le spese notarili, quanto gli altri europei, probabilmente si troverebbero in tasca ben più dei 1000 euro l’anno derivanti dal bonus governativo. E, sempre probabilmente li impiegherebbero per l’acquisto di beni utili a far girare il mercato interno. Ovviamente, questo vale anche per le aziende, vessate da costi burocratici significativi sottratti agli investimenti. Altri due provvedimenti del governo Renzi suscitano più di una perplessità. La riduzione degli stipendi degli alti funzionari e dei dirigenti della burocrazia, giusta in comparazione con gli omologhi europei e per la sua natura di riequilibrio, nasconde però l’insidia dell’una tantum da offrire in pasto alla pubblica opinione. Insieme alla riforma del funzionamento della PA, il governo dovrebbe, via negoziale, in accordo o in conflitto con il sindacato, ridiscutere l’intero contratto della dirigenza inserendo quelle idee manifestate verso il mercato delle competenze, la licenziabilità, verifica e controllo, commisurazione degli stipendi ai risultati. Il prelievo dei 150 milioni (per l’esattezza il mancato versamento) dal bilancio RAI, assolutamente lecito e condivisibile in sé e propedeutico alla revisione del rapporto tra governo e tv nazionale, è reso sospetto dal suggerimento di vendere RAI WAY, la società che gestisce la rete di distribuzione del segnale. Sarebbe una privatizzazione ancora più scellerata di quella fatta da Prodi e D’Alema di SIP-Telecom. In nessun paese è buona regola vendere le infrastrutture (di valore strategico) per tenersi in casa i servizi che i privati possono gestire con maggiore efficienza. Insomma, dopo aver evocato per oltre un anno un’Italia diversa, più europea e moderna, non dominata dalle corporazioni e dagli interessi organizzati, Renzi ha l’occasione di mettere in campo le giuste azioni. I primi passi del suo governo non sono stati sicuri né ben orientati. Il tono con il quale ha affrontato la conferenza stampa successiva al clamoroso successo elettorale ispira invece più fiducia. Pacato, misurato, conscio delle difficoltà e del lavoro da fare. Ora ha il tempo per farlo e cerchi le competenze necessarie allo scopo. E magari dia una calmata agli ultras vecchi e nuovi che, per essere troppo zelanti, rischiano di eclissare parte del consenso conquistato. D’altronde Renzi stesso, incontrando i candidati sindaci del PD, appena venti giorni or sono, li aveva invitati a non circondarsi di gente incapace di dire dei no.

Pubblicato in : Editoriale

Info Vincenzo Caciulli

Vincenzo Caciulli. Dottore di ricerca in Crisi e trasformazione sociale si è occupato a lungo di ricerca storica e sociale presso università italiane e straniere. E’ stato consigliere regionale e membro dell’Autorità per le Comunicazioni della Toscana. Da oltre dieci anni lavora nella comunicazione con esperienze di amministrazione di società editoriali. Collabora con vari periodici tradizionali e online. Fa parte della Direzione nazionale del PSI.

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