
La politica è spesso affascinata dalle grandi opere, dalle riforme epocali, dagli scenari internazionali e dalle sfide del futuro. È giusto che guardi lontano.
Ma c’è una domanda che dovrebbe porsi con maggiore frequenza: chi si occupa della vita quotidiana dei cittadini? Perché il consenso non nasce soltanto dalle grandi scelte. Nasce soprattutto da quelle piccole che incidono ogni giorno sulla qualità della vita.
Gli italiani non chiedono miracoli. Non pretendono privilegi. Chiedono di poter prenotare una visita medica senza attese infinite, salire su un treno che arrivi in orario, trovare un ufficio pubblico capace di risolvere un problema invece di crearne uno nuovo. Chiedono regole comprensibili, procedure semplici e una burocrazia che aiuti, anziché ostacolare.
Eppure è proprio su questo terreno che lo Stato continua a mostrare le sue maggiori difficoltà. Da anni si parla di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Ma troppo spesso il digitale non sostituisce la burocrazia: si limita ad aggiungersi a essa. Moduli online che devono essere stampati, certificati che un’amministrazione chiede nonostante siano già in possesso di un’altra, procedure che obbligano il cittadino a fare da corriere tra uffici dello stesso Stato
È il paradosso di un Paese che investe nell’innovazione senza riuscire a semplificare davvero la vita delle persone. Il problema non è soltanto economico. È culturale. Ogni pratica inutile, ogni coda evitabile, ogni adempimento superfluo comunica ai cittadini un messaggio preciso: il loro tempo vale meno di quello della macchina amministrativa. Ed è proprio qui che la politica perde consenso. Perché mentre il dibattito pubblico si concentra su grandi progetti e annunci destinati a occupare le prime pagine, milioni di persone continuano a misurare l’efficienza dello Stato davanti a uno sportello, in una sala d’attesa, su una banchina ferroviaria o davanti a un sito internet che non funziona. È lì che si forma il giudizio sulle istituzioni.
Naturalmente un Paese ha bisogno di infrastrutture, di investimenti, di una visione strategica. Nessuno lo mette in discussione. Ma è difficile chiedere ai cittadini di guardare al lungo periodo quando il presente continua a essere complicato da inefficienze che sembrano irrisolvibili. Lo stesso vale per chi amministra i territori. Sindaci e amministratori locali rappresentano il primo volto dello Stato per milioni di cittadini. Se continuiamo a trasformarli nell’ultimo anello di una catena burocratica sempre più pesante, finiremo per indebolire proprio il livello istituzionale che più di ogni altro è chiamato a dare risposte concrete. C’è poi un tema che riguarda la qualità della nostra democrazia. Da troppo tempo gli elettori sono chiamati a votare liste costruite dalle segreterie dei partiti, senza poter scegliere direttamente i propri rappresentanti. Anche questa distanza contribuisce ad alimentare sfiducia e disaffezione.
La fiducia, però, non si ricostruisce con gli slogan. Né con una conferenza stampa ben riuscita. Si ricostruisce quando un cittadino entra in un ufficio pubblico ed esce con una soluzione, non con un nuovo modulo da compilare. Quando una regola è chiara. Quando una procedura è semplice. Quando lo Stato dimostra di rispettare il tempo delle persone. Perché, alla fine, i voti non si perdono soltanto nelle urne. I voti si perdono allo sportello.
Angelo Santoro

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