
Come è noto, nella Striscia di Gaza esiste una rete sotterranea di tunnel ramificati progettata con metodo. L’ordine di grandezza è di centinaia di chilometri, con una rivendicazione pubblica che supera i cinquecento chilometri. Le profondità operative tipiche vanno da dieci a trenta metri, con settori che scendono più in basso, fino a cinquanta o sessanta metri. Non sono cunicoli di fortuna: in più punti compaiono tratti in cemento armato e acciaio, ventilazione forzata, alimentazione ridondata, cablaggi, paratie e pompe di drenaggio. In alcuni nodi ci sono camere di sosta, depositi, postazioni di tiro e micro officine. È un ambiente operativo, non un rifugio.
Gli accessi sono la leva tattica di Hamas. Nella prima fase della campagna terrestre del 2023 sono state rese pubbliche cifre nell’ordine delle centinaia di bocche individuate, intorno a ottocento. Gli ingressi, mimetizzati in edifici e spazi pubblici, compresi ospedali, garantiscono mobilità coperta a chi difende e impongono a chi attacca limiti d’impiego per la prossimità a infrastrutture civili. Il sottosuolo accorcia le distanze, riduce l’efficacia della superiorità aerea, restringe le finestre d’ingaggio e allunga la catena decisionale: un’unità può emergere, colpire, rientrare in pochi minuti e riapparire a qualche centinaio di metri.
Il contrasto efficace segue una sequenza lineare ma impegnativa: mappare, interdire, bonificare, presidiare. Mappare significa usare sismica, radar a penetrazione del suolo e conferme dal terreno per individuare dorsali e nodi. Interdire vuol dire chiudere le bocche e troncare i tronchi portanti, sapendo che un sigillo non verificato nel tempo è solo temporaneo. La bonifica richiede squadre specializzate e robot, cariche mirate, allagamenti controllati o schiume, e in alcuni contesti munizioni ad alto rendimento, con limiti operativi e legali chiari. Il presidio del terreno sopra i tunnel è ciò che rende irreversibile la bonifica; senza presidio la rete si ricostruisce più in fretta di quanto si distrugga.
Il rapporto costi benefici favorisce chi scava. Con manodopera, cemento e copertura si riaprono metri a costi contenuti; neutralizzare in modo duraturo gli stessi metri costa tempo, rischio e capitale. Per questo la metrica che conta non è il numero di crateri, ma la funzionalità residua della rete: quanti nodi vitali restano attivi nel tempo, quanto dura la riapertura degli accessi sigillati, quanta capacità di comando e rifornimento sopravvive nel sottosuolo, se i flussi di cemento, acciaio, cavi e ventilatori continuano ad arrivare, se il presidio di superficie tiene nei quartieri chiave. Quando questi indicatori si muovono nella direzione giusta, il valore strategico del sottosuolo cala anche senza azzerarlo.
La densità urbana è una variabile operativa. In una Striscia così compressa la compenetrazione tra spazi civili e militari è strutturale, sopra e sotto. Non assolve e non condanna nessuno in automatico, ma spiega perché la neutralizzazione richieda tempo e perché l’uso della forza debba essere calibrato alla scala di isolato: ogni ingresso vicino a case, scuole o ospedali alza il prezzo operativo di ogni errore e incide sulla legittimità percepita della campagna, che a sua volta condiziona la libertà di manovra.
All’8 novembre 2025 circola un totale di morti superiore a sessantanovemila, comunicato dal ministero della Sanità di Gaza, struttura sotto controllo di Hamas, e amplificato da Al Jazeera, network qatariota che sostiene da anni la lotta armata palestinese. Queste cifre non sono verificate in modo indipendente e i media le riportano con attribuzione alla fonte. Presentarle come “settantamila civili” è falso. Esistono anche stime israeliane su migliaia di combattenti di Hamas uccisi, ma sono dichiarazioni di parte e non hanno validazione terza. Dal 2024 a Gaza si è passati in prevalenza a elenchi nominali, scelta che riduce i doppioni ma può sottostimare i corpi sotto le macerie. La lettura corretta è distinguere il totale dalla sua composizione e dichiarare apertamente che la ripartizione civili combattenti non è documentata in modo indipendente. La caricatura di Israele “genocida” e “mangiabambini” è propaganda: nasce da comunicati di parte e viene amplificata da canali schierati; non è una statistica.
Il punto di arrivo è operativo. Finché la rete conserva mobilità, sorpresa e rifornimento, la campagna di superficie è necessaria ma non sufficiente. Il cambio di fase arriva quando i nodi portanti restano inutilizzabili per mesi, i tempi di riapertura superano le settimane e i flussi di materiali cessano: allora la città sotto la città smette di dettare il ritmo della guerra. Si tratta di una guerra lunga e dura, proprio per ottenere il massimo risultato, cioè l’eliminazione di Hamas, con il minor numero possibile di morti civili. Non facciamo i moralisti della domenica: la guerra è guerra.
Piero Terracina

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