
Milano, Stazione Centrale. Il posto dove s’incrociano treni, valigie e fantasmi del Novecento. C’è un gruppo di ragazzi ebrei ortodossi americani — cappelli neri, riccioli laterali, visi gentili — che guardano il tabellone dei treni come fanno tutti. Poi arriva un venticinquenne di origini pachistane, pieno di sacro furore e slogan prefabbricati: «Massacro di bambini! Palestina libera!»
Nessuno gli aveva chiesto niente. Ma lui, come tutti i vigliacchi con una causa presa in prestito da internet, aveva bisogno di un nemico. E un ebreo, per certi cervelli intossicati, è sempre perfetto: riconoscibile, disponibile, simbolico.
Ha cominciato con le parole e ha finito con i pugni. Un ragazzo colpito alla testa, un anello come arma. Poi l’arresto, il sollievo: “è stato fermato”. Tutto sotto le telecamere. Tutto “documentato”. Tutto, come sempre, perfettamente inutile.
Già, inutile. Perché domani un altro, magari col telefono in mano, farà lo stesso. Perché nel frattempo ci sono i “ma”. I “bisogna capire il contesto”. I “sì, ma anche Israele”.
E così la cronaca diventa subito geopolitica da bar: un colpo alla nuca giustificato da un video su tic toc.
L’antisemitismo moderno è questo: gente che si crede rivoluzionaria mentre recita battute da reality show. Una volta servivano le svastiche; oggi basta un hashtag.
Il problema non è l’aggressore — di questi ne nascono ogni giorno, da destra e da sinistra, da Kabul e da via Padova. Il problema siamo noi, che ormai non abbiamo più anticorpi. Assistiamo, analizziamo, relativizziamo. “Eh ma era un ragazzo turbato”. “Eh ma aveva visto immagini forti”.
Certo: allora, quando un cristiano attacca un musulmano, parliamo anche lì di “immagini forti”? No. Lì si dice terrorismo. Qui invece “disagio”. È curioso come l’antisemitismo, in Europa, riesca sempre ad avere un alibi elegante.
Milano, capitale morale, laboratorio della convivenza: oggi applaude i cortei che gridano «Intifada fino alla vittoria». E quando poi la vittoria arriva in forma di calci a un ebreo in stazione, nessuno collega i puntini. Si dice “episodio isolato”. Isolato come il prossimo, e il prossimo ancora.
Intanto i manifesti “Israeli not welcome” restano appesi, le università fanno i sit-in selettivi e la parola “ebreo” torna a suonare come un insulto pronunciato a bassa voce, per prudenza.
Chi ha paura degli ebrei?
Chi non sopporta l’idea che esista ancora qualcuno che non si dissolve nella massa. Che crede, che porta una storia, che non chiede scusa per esistere.
Chi ha paura degli ebrei, oggi, non è un nazista nostalgico con la svastica tatuata. È un cittadino “sensibile” che si sente nel giusto. Che cita Amnesty, retwitta Al Jazeera e intanto sogna, inconsciamente, un mondo dove nessuno gli ricordi che la civiltà europea è nata anche da un popolo che ha imparato a morire in silenzio.
L’aggressione di Milano è solo un trailer. Il film lo conosciamo: si chiama Europa, episodio 2025, stagione “di nuovo loro”.
E noi spettatori, tra una lacrima e un like, stiamo già preparando la prossima giustificazione.
Nico Kir

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