Veltroni aveva intuito nel discorso al Lingotto e al momento della fondazione del Pd che la possibilità di sconfiggere Berlusconi e il sistema di consenso che era riuscito a creare dal 1994 in poi, non poteva passare solo per un assedio mediatico- giudiziario quotidiano.
Veltroni stesso cominciò a contraddirsi drammaticamente scegliendo Di Pietro come unico alleato alle elezioni del 2008, portando poi al fallimento il suo progetto con una gestione la più incerta e confusa possibile.
Il dopo è sotto gli occhi di tutti: di sconfitta in sconfitta il gruppo dirigente del Pd si ritrova a confidare di fatto solo nelle iniziative delle procure; non ha una parola chiara sulle grandi questioni sociali, come la FIAT; si divide con votazioni interne, il cui significato appare di difficile comprensione.
La fronda rispetto a una conduzione del partito in mano, nella sostanza, agli eredi ( ormai lontani ) del PCI, si è manifestata soprattutto ad opera di protagonisti del governo locale come Matteo Renzi e Sergio Chiamparino e non può più essere considerata come un insieme di fatti episodici o caratteriali.
Nel momento in cui il sindaco di Firenze raggiunge un accordo di sicuro rilievo per la sua città con il Presidente del Consiglio, rompendo spregiudicatamente con gli stereotipi e le consuetudini imposti dall’area giustizialista e antiberlusconiana senza se e senza ma, definisce un atteggiamento politico che occorre considerare all’interno dello scontro in essere nel Pd.
Si tratta di una posizione che ( è legittimo supporlo ) si propone il superamento della prevalenza elettorale di Berlusconi attraverso la dimostrazione di una capacità di governo competitiva e che non esita ad approfittare delle opportunità che i doveri istituzionali impongono allo stesso avversario di concedere.
Non si tratta più di “rottamazione” o altro di simile; sembra entrare in campo un ragionamento strategico che finora appariva solo abbozzato o puramente intuitivo.
Un progetto che ha, però, l’esigenza di un partito che ( comunque vadano gli affari di letto del premier ) si proponga di strappare nelle urne la maggioranza dei consensi al Cavaliere, senza affidarsi alla speranza di qualcuno altrove che faccia fuori il “Nemico”, o che si annulli in alleanze con chicchessia – a destra, a sinistra o al centro –dietro le quali c’è il riconoscimento della propria insopprimibile minorità rispetto agli elettori.
Renzi, Chiamparino e quelli che la pensano come loro hanno di fronte un sentiero impervio, sono una minoranza che in ogni momento può scomparire nell’urgenza della battaglia politica ( e non solo politica ) attuale, ma bene o male rappresentano ormai l’unico segno visibile di sopravvivenza delle ragioni che furono alla base della nascita del Pd e che i protagonisti di allora hanno, passo dopo passo, perso per strada.
Franco Camarlinghi

Lascia un commento