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I Re d’Italia e il “vecchio” Piemonte. Le cacce al camoscio di Re Vittorio e la Regina Elena a Pesca in valle Gesso

Vivano la lince e un “carbonaro” del 1821!

di Aldo A. Mola | 24 Settembre 2018

Il 25 febbraio 1883 in territorio di Valdieri venne catturata viva una lince, dantesca  fiera dalla “gaietta pelle”. Fameliche predatrici carnivore, le linci erano un pericolo serio per la popolazione montana. Devastavano i pollai e, soprattutto, sterminavano i cuccioli delle altre specie che popolavano le riserve di caccia: conigli selvatici, volpi, camosci e persino stambecchi e cervi. Dalla vista leggendaria e dagli scatti ferini erano pressoché inafferrabili. L’amministrazione provinciale di Cuneo premiava chi  le abbattesse presentandone i resti alle autorità preposte. Ma che cosa fare di una lince viva domandò al Gran Cacciatore del Re il direttore torinese delle cacce? Roma rispose di tenerla viva a disposizione di Sua Maestà e di compensare chi l’aveva catturata, come se l’avesse uccisa. Quell’esemplare aveva meritato la buona sorte.

Lo Stato rispettava i bravi e meritevoli anche nel regno animale. Nel 1821 lo aveva fatto con molti liberali (carbonari, massoni…) compromessi nei moti costituzionali del marzo. Uno di essi, che stava fuggendo in barchetta verso la Francia, sospinto a terra dal cattivo tempo venne fermato dai carabinieri, che chiesero istruzioni. Il magistrato ordinò di rilasciarlo perché non era stato catturato per la loro bravura ma per l’avversità del mare. E così (ricorda lo storico Giuseppe Parlato nell’introduzione al poderoso repertorio dei “Compromessi”) scampò la pena di morte, come quasi tutti i cospiratori, condannati alla pena capitale ma lasciati partire poco a poco da un sovrano, Carlo Felice, che non aveva motivo di inasprire i rapporti della Corona con i sudditi aristocratici, militari e borghesi liberaleggianti, perché così li avevano ereditati suo fratello, Vittorio Emanuele I, abdicatario, ed egli stesso dopo il quarto di secolo passato dal Piemonte tra guerre, cambi di regimi e di leggi e quindi di “casacche politiche” da parte di chi non poteva trasferire all’estero i beni immobili.

 

Salvare almeno le riserve di caccia

L’alleanza del 1858-1859 tra il regno di Sardegna e la Francia di Napoleone III (incontro dell’imperatore con Cavour a Plombières, gli acccordi segreti, la convenzione militare) come ben noto nel 1859-1860 procurò a Vittorio Emanuele II la Lombardia e, tra insurrezioni e plebisciti, i Ducati padani, la Toscana e le Legazioni pontificie di Emilia e Romagna, in cambio della cessione alla Francia  della Savoia e della Contea di Nizza: una rinuncia (avallata da plebisciti molto manipolati, come ricordano il giurista Giulio Vignoli e lo storico Maurice Mauviel) che comportò la rettifica della frontiera alpina secondo criteri non rispondenti alla displuviale ma a una serie di complessi calcoli militari, che lasciarono sotto traccia la diffidenza tra i due “alleati”. Il ministro della guerra del governo Cavour, generale Manfredo Fanti, si dimise dal Consiglio per qualche ora, per non sottoscrivere un accordo le cui ripercussioni sulle linee difensive non condivideva. Ma quella non fu l’unica volta in cui i “politici” scavalcarono i militari. Nel convegno di Vicoforte sull’età vittorioemanuelina-giolittiana (1900-1921) il colonnello Carlo Cadorna ricorda che suo nonno, Luigi, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, venne tenuto all’oscuro del confine orientale concordato dal governo (Antonio Salandra e Sidney Sonnino) con l’“arrrangement” di adesione all’Intesa (Londra, 26 aprile 1915).

Re Vittorio Emanuele II ebbe la precipua preoccupazione di salvaguardare almeno gli aviti territori di caccia nelle Marittime. Niente affatto rozzo e incolto, a differenza di quanto ne hanno scritto biografi di rado attenti alle fonti, il Re vedeva lontano. In quelle stesse valli alpine nel corso dei decenni seguenti salirono suo figlio, Umberto I, e il nipote, Vittorio Emanuele III.

Affiancato dalla subito prestigiosa Regina Margherita (sua cugina germana), Re Umberto mirò anzitutto a estendere il gradimento della Corona nelle regioni di recente annesse, in specie l’ex Regno delle Due Sicilie e Roma. Nella capitale molti palazzi dell’“aristocrazia nera”, fedeli al papa-re e ai suoi tutori (dall’impero austro-ungarico ai regni di Baviera e di Spagna) continuarono a ostentare portoni chiusi in faccia al “Nuovo Ordine” italiano, da tanti “storici” riduttivamente detto sabaudo o persino “piemontese”. Perciò Umberto I, affiancato da politici di animo forte (Depretis, Crispi, Rudinì, Giolitti, Pelloux…) anche d’estate spesso rimase a presidiare la Capitale. Assisté allo scoprimento della statua equestre di Giuseppe Garibaldi al Gianicolo nel 1895, quando il Venti Settembre, il giorno dell’ingresso dell’Esercito italiano in Roma (Porta Pia) fu proclamato Festa Nazionale.

 

Vittorio  ed Elena nella “piccola Cettigne”  di Valle Gesso

Dall’ascesa al trono Vittorio Emanuele III chiuse Palazzo Reale di Monza, teatro dell’assassinio del padre il 29 luglio 1900, e per le vacanze estive predilesse la borgata di Sant’Anna di Valdieri, in Valle Gesso, un angolo del Vecchio Piemonte. Lì si sentiva sicuro, non perché temesse attentati, ma perché quello spicchio di Vecchio Piemonte era stato caro ai suoi antenati ed era piaciuto di primo acchito alla Consorte, Elena, che sin dalla prima visita al “Castello di Sant’Anna” (5 ottobre 1899) vi aveva “sentito” il suo originario Montenegro, terra di pastori-guerrieri per secoli in lotta per l’indipendenza dal dominio straniero, in specie da quello turco-ottomano. Il Castello,  da quel momento rappresentato come “piccola Cettigne”  in omaggio alla capitale montenegrina, in realtà, era una costruzione spartana, con pochissime comodità, senza alcuna pretesa, solo per trascorrere giorni di raccoglimento, lontano dalle fastidiose gare “politiche” alimentate dai giornali.

Elena amava la pesca ma, figlia del rupestre Nicola Petrovic Niegos e cresciuta a San Pietroburgo, non disdegnava affatto la caccia. Anzi, sparava con ammirevole precisione. Ancor più provetto era Vittorio Emanuele III. Rimangono leggendarie le sue partite di caccia allo stambecco in Valle d’Aosta e quelle al camoscio tra Valdieri e l’alta Valle Stura. Nell’agosto 1910 Luca Comerio, fotografo e “regista” di fiducia del sovrano (come documenta Giorgio Sangiorgi nel citato convegno di Vicoforte)  filmò il Re, la sua preda e il trasporto dell’animale alla “villa”. In effetti in un paio d’ore, solitamente fra le 12 e le 14, il sovrano arrivava ad abbattere decine di capi. Una volta, in gara col padre, nel corso di una sola battuta fulminò 99 camosci spinti a tiro dagli “scaccioni”. Umberto I fece di meglio: ne colpì 100. Da Principe di Napoli e poi da re, Vittorio Emanuele talora era così coinvolto nella caccia da scordare la frugale colazione che portava al seguito (uova sode, insalata, frutta…). Stava attentissimo a non colpire i capi più giovani sui circa 3000 che popolavano il territorio. La selvaggina, con la bene regolamentata pesca nei torrenti della zona, costituiva il reddito diretto o indotto di migliaia di persone e delle valli gravitanti su Borgo San Dalmazzo e Cuneo, la piccola capitale di Giovanni Giolitti, ministro dell’Interno con poche pause dal 1901 al 1921 e solo per scherno detto “l’uomo di Dro-Nero”. Caccia, pesca e tutela dell’ambiente per i Reali erano tutt’uno. Erano lo Stato d’Italia negli anni della sua rapida ascesa a potenza europea.

 

Dopo la Grande Guerra…

Quel mondo venne sommerso dalla Grande Guerra che risucchiò sull’arco orientale delle Alpi una moltitudine di piemontesi, i cui parenti in troppi casi dovettero vestire a lutto. Servire il sovrano faceva parte della storia. L’Italia non poté rimanerne fuori. Il prezzo della Vittoria fu certamente elevatissimo ed è tutt’oggi al centro di valutazioni discordanti. Quegli eventi, però, non vanno giudicati con i criteri odierni, sorti soprattutto dalla seconda guerra mondiale, scontro tra totalitarismi e tempi di “guerra civile” come scrisse il valdierese Dante Livio Bianco in “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese”, bensì ponendosi dal punto di vista di chi ne fu protagonista. Alcuni videro più lontano. Fu il caso di Giolitti, subito convinto che, se proprio costretta, l’Italia doveva entrare in guerra solo quando l’Austria fosse ormai stata in ginocchio: non era molto elegante ma era saggio, anche secondo il siculo-normanno Antonino di San Giuliano, ministro degli Esteri. Altri preferirono l’azzardo nell’illusione che il conflitto europeo si sarebbe chiuso entro l’estate 1915: invece si protrasse 41 mesi e divenne mondiale.

Con l’intervento nella Grande Guerra il Re si stabilì in un villaggio presso Udine, non lontano dal fronte. Solo la Regina continuò a estivare a Sant’Anna di Valdieri con i principini Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna e Maria. E a farvi beneficenza come era nel suo temperamento di “regina della Carità”, alternando alle ore di svago (la pesca, la pittura…) e di riposo la visita agli ospedali, in specie a quello di Cuneo. Tra i molti aneddoti, uno merita memoria. Un ferito grave le confidò il suo desiderio spasmodico: rivedere “un giorno” la moglie e il figlio. La Regina prese nota. Due giorni dopo i famigliari giunsero al capezzale del militare.

Quella fu l’età vittorioemanuelina-giolittiana: enormi trasformazioni nelle aree industrializzate, continuità in altre. L’Italia era e rimase a macchia di leopardo.

 

… e le razzie del 1946…

Quale fosse lo scenario effettivo delle vacanze dei sovrani a Sant’Anna di Valdieri, come nella villa di caccia a San Giacono d’Entraque e in altri siti in quei dintorni risulta dagli inventari degli arredi via via raccolti nel tempo, soprattutto per rispetto verso gli ospiti: uomini politici, diplomatici stranieri, persone colte in visita ai sovrani. Una volta il siciliano Francesco Crispi salì poche ore a Sant’Anna prima di partire in visita di Stato in Germania. Un’altra volta, nell’estate 1910, il re mandò a prelevare Giolitti con la sua automobile per un colloquio riservatissimo (come poi fece mentre era a Racconigi, poche settimane dopo e ancora nel settembre 1911).

I minuziosissimi inventari di oggetti d’arte, arredi e suppellettili (dai piatti in maiolica ai tegamini per uova con manico e coperchio, ai bicchieri con manico da punch, per valori complessivi men che modesti) compilati nel tempo vanno confrontati con quello del poco che rimase, accuratamente redatto dalla storica dell’arte Noemi Gabrielli (lo ripropone Walter Cesana in “I Savoia in Valle Gesso”, ed. Primalpe, una miniera di notizie e di fotografie): parecchi libri in francese (lingua familiare per la Regina, mentre il re prediligeva l’inglese) e una litania di mobiletti di pregio scarso o pressoché nullo. È pur vero che la residenza reale fu più volte depredata dei “pezzi” e dei libri di maggior valore, in specie dopo il 1946 quando Valdieri votò a maggioranza “repubblica”. Però i ladri lasciarono proprio quello che forse non volevano apparisse: la testimonianza della vita vera, nella sua rustica semplicità, senza fasti né vezzi. Per quei sovrani l’Italia era Magna parens frugum, Gran Madre di frutti: donde frugalità, non sperpero di ogni ben di Dio, come poi divenne costume  di tanti “villan rifatti”, inclini a frugare e a… fregare.

Sant’Anna era il “mondo” nel quale il guardiacaccia Giovanni Piacenza, detto Nara, aveva il privilegio di “dare del tu” a “Toiu”, il re che gli rispondeva in piemontese e una volta gli disse che se il prato vicino al torrente Gesso ove pascolavano le sue pecore gli piaceva davvero glielo avrebbe regalato, senza bisogno di atti notarili: una stretta di mano, come usava allora, e un po’ di saliva per sigillo. Fu proprio Nara a suggerire al re la forma ideale per la “palazzina”, studiata e ristudiata da fior di pensosi architetti: a suo avviso doveva essere nient’altro che una costruzione quadrilatera di un solo piano aderente alla Terra. Al suo centro Re Vittorio avrebbe osservato tutto e tutto dominato. Era il Microcosmo alpino riflettente il Macrocosmo, vegliato dalla Stella Polare, dalla luce fioca ma immobile e guida di ogni navigazione nei mari più perigliosi, come deve essere il Re, pastore dei suoi popoli.

 

Aldo A. Mola

 

(*) Nel Convegno (Casa di Spiritualità di Vicoforte, 28 settembre pomeriggio-29 mattina) sull’età giolittiana (1900-1921) intervengono da tutt’Italia, tra altri, Giuseppe Catenacci, Giuseppe Luca Manenti, Tito L. Rizzo, Aldo G. Ricci, Claudio Susmel, il gen. Antonio Zerrillo, Gianpaolo Romanato, Dario Fertilio, GianPaolo Ferraioli, Romano Ugolini, Enrico Tiozzo, Alessandro Mella, presidente dell’Associazione Giovanni Giolitti, Gianni Rabbia e Giovanna Giolitti, pronipote dello Statista.

Pubblicato in : EditorialeTag: amministrazione, anni, dante, disposizione, estero, figlio, francia, garibaldi, germania, giornali, giovani, Giuseppe Garibaldi, governo, grande guerra, guerra mondiale, italia, Liberali, lombardia, mare, mondo, napoli, pena capitale, persone, Prato, punto di vista

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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