
Negli ultimi sette giorni, segnati da una violenta escalation militare contro l’Iran, Donald Trump ha rilasciato una serie di dichiarazioni paradossali, oscillando tra toni trionfalistici, minacce agli alleati e interpretazioni creative della realtà militare.
Poiché, grazie a Giorgia Meloni il presidente americano e capo dell’Internazionale nera è il nostro principale alleato è opportuno conoscere una sintesi delle uscite più emblematiche.
1- Durante un briefing a bordo dell’Air Force One, Trump ha affermato che le forze armate americane stanno ottenendo successi tali da creare imbarazzo: “Stiamo vincendo così tanto che non sappiamo più cosa farne. La gente mi implora: ‘Signor Presidente, per favore, stiamo vincendo troppo, non siamo abituati!'”.
2- Il lancio del concetto di “Resa Incondizionata”. Trump ha dichiarato che l’Iran si trova già in uno stato di “resa incondizionata”, indipendentemente da ciò che dice il governo di Teheran. Quando gli è stato chiesto cosa intendesse, ha risposto: “È quando gridano ‘zio’ (cry uncle), o quando non c’è più nessuno in giro per poterlo gridare”.
3- Le truppe di terra. Dopo aver passato mesi a promettere che non avrebbe mai coinvolto gli USA in nuove “guerre infinite”, ha cambiato rotta affermando che l’invio di truppe di terra in Iran è “sul tavolo” e che sarebbe “una cosa fantastica” perché l’esercito iraniano è così decimato che “non riuscirebbero nemmeno a combattere a livello del suolo”.
4- A proposito della leadership in Iran, ha dichiarato “decido io il successore”, voglio essere “coinvolto nella scelta” del prossimo leader iraniano, come se l’Iran fosse di sua proprietà.
5- Evidentemente non pago di questi deliri, Donald Trump ha riservato a Cuba alcune delle sue dichiarazioni più singolari e aggressive degli ultimi sette giorni.
“Cuba cadrà molto presto. È solo una questione di tempo dopo che avremo finito con l’Iran. Ho detto a Marco [Rubio]: ‘Finisci prima questo lavoro, poi ti metterò là a sistemare lo Speciale Cuba’”.
E ancora: “Molti di voi sono venuti da me e mi hanno detto: ‘Presidente, ci faccia un favore, si prenda cura di Cuba’. Io ho risposto: ‘Ok, me ne occuperò io'”.
È legittimo domandarsi a chi si può ragionevolmente paragonare nella storia recente un personaggio come Donald Trump. Se guardiamo alla volontà di potenza assoluta e al disprezzo per la vita umana (la frase sul “non esserci più nessuno per gridare aiuto” ne è la prova) l’analogia con Hitler risulta per molti aspetti fondata.
Ma ci sono anche differenze.
Il dittatore tedesco era ossessionato da una visione del mondo coerente (per quanto folle e criminale), descritta nel Mein Kampf.
Trump non sembra possedere un’ideologia strutturata: il suo approccio è completamente narcisistico, non espone una teoria politica, ma sta applicando le logiche del mercato immobiliare alla geopolitica.
Se Hitler ha rappresentato il male assoluto con linguaggio ideologo, quasi a wagneriano, Trump banalizza il male. La pericolosità di Trump risiede nella sua capacità di rendere “pop” la violenza estrema. Se Hitler costruiva il consenso sull’odio e le grandi adunate di popolo, Trump lo costruisce sull’intrattenimento del conflitto, soprattutto attraverso l’uso dei social.
Meloni è totalmente succube di un personaggio di questo tipo e in Europa ne è la principale alleata.
A questo punto vengono spontanee alcune domande.
Questa mancanza di “spessore intellettuale” rende Trump più o meno pericoloso del peggior dittatore del secolo scorso? E la sua natura imprevedibile può essere un freno o un acceleratore verso un conflitto globale?
E noi, cosa aspettiamo a riempire le piazze delle città italiane con grandi manifestazione per la pace e per chiedere che il governo italiano prenda le distanze da Trump e assuma la stessa posizione del leader spagnolo Pedro Sanchez che si riassume nello slogan: “No alla guerra”?
Enrico Rossi

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