Ma non posso e non voglio accettare di pagare per tutti gli errori fatti in passato da altri. Mi dispiace. Sono pronta ad aprirmi totalmente all’integrazione come ben sa chi mi conosce e come ho fatto, quindi dimostrato, anche con scelte coraggiose alle ultime aministrative della mia città. Perchè quando credo in qualcosa non mi ferma nessuno. Ma ho pagato con la freddezza, il disagio, se non l’allontanamento, seppur momentaneo, di tanti amici che non comprendevano la mia scelta. E non avevano voglia di ascoltare le mie ragioni che non erano facili da esplicare e far comprendere. Ho rischiato di perdere anche qualche amicizia cara.
Si diceva che non voglio scontare gli altrui errori, dato che le sofferenze purtroppo le ha anche il mio paese ora, le mamme e i bambini e i vecchi soffrono anche qui. Se non proprio quanto chi viene qui per stare meglio o a cercare fortuna, come si diceva una volta. E dei giovani e del loro precario futuro meglio non parlarne.
Dunque possiamo aprire solo a chi ha davvero voglia di integrarsi senza sconvolgere la nostra civiltà. Che sarebbe comunque negativo per tutti. Durante le mie sedute di volontariato ho toccato con mano che i primi “razzisti” sono gli immigrati. Quelli integrati che stanno benino ma temono di esser sconvolti da un’immigrazione incontrollata. Si guardano in cagnesco fra loro, fre le varie etnie e ognuno fa parte a sè, senza la benché minima volontà di stare insieme. Ma vivono separati in clan, non sempre in serena convivenza. Stanno dunque fra loro nelle proprie comunità, autoghettizzandosi.
Mentre noi, italiani di origine, siamo accoglienti e a tutti e apriamo anche le nostre case. A badanti baby sitter o collaboratrici domestiche, considerate come persone di famiglia. Ci fidiamo e affidiamo i nostri cari a persone sconosciute.
Certo non fino al punto di accettare né tollerare che ci entrino in casa scassinando la serratura.
Dunque, come ripeto spesso fino alla paranoia, occorre separare il grano dal loglio e accogliere chi entra con piacere, non per delinquere, o per bisogno o per scelta, rifutarndo con forza e determinazione i malavitosi. Ma anche i parassiti, non profughi palesi, che non hanno voglia neppure di imparare la lingua, e spesso si rifiutano sopratutto le donne, di frequentare corsi, tutti rigorosamente gratuiti. E sopravvivono con pacchi viveri e buoni supermarket. Sfruttando e non dando nulla in cambio. Pretendendo vitto e alloggio gratis, asili nido scuole materne libri scolastici, facendo la spola fra assistenti sociali e associazioni di volontariato. Vanno certamente salvati, rifocillati e collocati in modo che vivano e lascino vivere. Sistema e tenore di vita che solo con il lavoro può essere assicurato. E non con azioni delinquenziali. Ma di lavoro ce n’è poco per tutti e non tutti accettano quel poco che c’è. E mi rifiuto di prlare del reddito di cittadinnza.
La guerra fra poveri porta solo miseria morale e materiale. Indipendentemente dalle etnie .
Naturalmente i poveri che vedono arrivare altri poveri più poveri non possono gioirne.
Nota a margine
Citazioni incredibilmente attuali.
Sulla globalizzazione e la crisi dell’Europa. «Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto». Così Leopardi nello “Zibaldone”, composto fra il 1817 e il 1832, definisce la costruzione, l’adesione e poi il distacco – fino a una sorta di anomia – di una civiltà, come quella di Roma, che è stata globale e cosmopolita. Come la nostra.«Converrà riprendere il discorso sulle nazioni e sull’Europa, sull’egoismo. La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione con i suoi confini segnati dalla natura, e la società che ci conviene». Leopardi prevede la crisi dell’ordine posto dal Congresso di Vienna, nel 1815. Le sue parole potrebbero essere riferite alla lacerazione identitaria prima che istituzionale dell’Unione europea di oggi.
Carla Ceretelli

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