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I primi veri razzisti sono gli immigrati integrati

Temono di esser sconvolti da un’immigrazione incontrollata: perchè la fortuna non abita più qui da tempo.

di Carla Ceretelli | 8 Luglio 2019

Ma non posso  e non voglio accettare di pagare per tutti gli errori fatti in passato da altri. Mi dispiace.  Sono pronta ad aprirmi totalmente  all’integrazione come ben sa chi mi conosce e  come ho fatto, quindi dimostrato,  anche  con scelte coraggiose alle ultime aministrative della mia città. Perchè quando credo in qualcosa non mi ferma nessuno. Ma ho pagato con la freddezza, il disagio,  se non l’allontanamento,  seppur momentaneo, di tanti amici che non comprendevano la mia scelta.  E non avevano voglia di ascoltare le mie ragioni che non erano facili da esplicare e far comprendere. Ho rischiato di perdere anche qualche amicizia cara.

Si diceva che  non voglio scontare gli altrui errori, dato che le sofferenze purtroppo le ha anche il mio  paese ora, le mamme e i bambini e i vecchi soffrono anche qui.   Se non proprio quanto chi viene  qui  per stare meglio o a cercare fortuna, come si diceva una volta. E dei giovani e del loro precario  futuro  meglio non parlarne.

Dunque possiamo aprire solo a chi ha davvero voglia di integrarsi senza   sconvolgere la nostra civiltà. Che  sarebbe comunque negativo per tutti. Durante le mie sedute di  volontariato  ho toccato con mano  che  i primi “razzisti” sono gli immigrati. Quelli integrati che stanno benino ma  temono di esser sconvolti da un’immigrazione incontrollata. Si guardano in cagnesco fra loro, fre le varie etnie e ognuno fa parte a sè, senza la benché minima volontà di stare insieme. Ma  vivono  separati in  clan, non sempre in serena convivenza. Stanno dunque   fra loro nelle proprie  comunità,  autoghettizzandosi.

Mentre noi,  italiani di origine,  siamo accoglienti  e a tutti e apriamo anche le nostre case.  A badanti   baby sitter o collaboratrici domestiche, considerate come persone di famiglia. Ci fidiamo e affidiamo i nostri cari a persone sconosciute.

Certo non fino al punto di  accettare né  tollerare che ci  entrino in casa scassinando  la serratura.

Dunque, come ripeto spesso fino alla paranoia,  occorre separare il grano dal loglio e accogliere chi  entra con piacere, non per  delinquere, o  per bisogno o per scelta, rifutarndo  con forza e determinazione i  malavitosi. Ma anche  i parassiti, non profughi palesi,  che non hanno voglia neppure di  imparare la lingua, e spesso si rifiutano sopratutto le donne, di frequentare corsi, tutti rigorosamente gratuiti. E sopravvivono  con pacchi viveri e buoni supermarket. Sfruttando e non dando nulla in cambio. Pretendendo vitto e alloggio gratis, asili nido scuole materne libri scolastici, facendo  la spola fra assistenti sociali e associazioni di volontariato. Vanno certamente  salvati, rifocillati  e collocati in modo che vivano e lascino vivere.  Sistema  e tenore di vita  che solo  con il  lavoro  può essere assicurato. E non con  azioni delinquenziali. Ma di lavoro ce n’è poco per tutti e non tutti accettano quel  poco che c’è. E mi rifiuto di prlare del reddito di cittadinnza.

La guerra fra poveri porta solo miseria morale e materiale. Indipendentemente dalle etnie .

Naturalmente  i poveri che vedono arrivare altri poveri più poveri non possono gioirne.

 

Nota a margine

Citazioni incredibilmente attuali.

Sulla globalizzazione e la crisi dell’Europa. «Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto». Così Leopardi nello “Zibaldone”, composto fra il 1817 e il 1832, definisce la costruzione, l’adesione e poi il distacco – fino a una sorta di anomia – di una civiltà, come quella di Roma, che è stata globale e cosmopolita. Come la nostra.«Converrà riprendere il discorso sulle nazioni e sull’Europa, sull’egoismo. La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione con i suoi confini segnati dalla natura, e la società che ci conviene». Leopardi prevede la crisi dell’ordine posto dal Congresso di Vienna, nel 1815. Le sue parole potrebbero essere riferite alla lacerazione identitaria prima che istituzionale dell’Unione europea di oggi.

 

Carla Ceretelli

 

Pubblicato in : EditorialeTag: convivenza, crisi, discorso, giovani, globalizzazione, immigrazione, integrazione, lavoro, mondo, natura, nazione, persone, roma, tenore di vita

Info Carla Ceretelli

Nata a Sesto fiorentino, risiede da sempre a Firenze, attualmente nella Piazza di Santa Croce. Laureata in in Pedagogia qualche decennio fa, non ha mai amato l’insegnamento e ha scelto di affiancare il marito farmacista nella conduzione della Farmacia Logge del grano, nella Via de’ Neri, per oltre 25 anni. Impegnata in politica attiva sul territorio è stata Consigliere del Quartiere Uno Centro Storico dal 99 al 2009. Da qualche anno si è affrancata dal lavoro e si dedica a varie occupazioni nel sociale, nel volontariato e canta nel coro “Accademia del Diletto” di Giorgiana Corsini. Ha sempre amato scrivere e avrebbe voluto fare la giornalista ma da giovane non ne ha avuto l’opportunità e forse neppure il coraggio. Ma ha sempre scribacchiato in modo non professionale. E, per la serie non è mai troppo tardi, collabora ora molto volentieri con Pensalibero.

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