Nel 1886 più di seicento braccianti ravennati, riuniti in cooperativa, si trasferirono nell’agro romano, infestato dalla malaria, per bonificarlo. Accolti dai pochi abitanti con le parole: “Siete venuti qui a morire”, tentennarono, ci ripensarono e in assemblea stavano per decidere il ritorno. Fu l’intervento di Armuzzi, che si appellò all’onore dei braccianti e della loro cooperativa, a capovolgere l’esito dell’assemblea. Rimasero. Ne morirono cento in due anni ma mantennero la parola data. Una pagina memorabile della storia della cooperazione che rievochiamo con un articolo del 1956 di Indro Montanelli nel Corriere della Sera.
L’altro giorno, andato a Ostia per cercarvi un po’ di refrigerio allo scirocco che imperversa su Roma, mi misi alla ricerca di quel brandello delle sue antiche mura su cui Andrea Costa fece innestare una lapide con l’epigrafe commemorativa del tentativo compiuto da qualche centinaio di braccianti romagnoli di redimere quelle lande allora deserte e malate di malaria. Ma non lo trovai. Forse lo ha spazzato via la guerra, e gl’indigeni non se ne sono accorti nemmeno. Di coloro che frequentano ora la cittadina balneare, forse nessuno ha mai neppure sentito parlare de «l’esercito di pace che dai dolci campi di Romagna qui trasse, armato delle lucide e forti armi della fatica».
L’impresa è di settant’anni fa, giusti giusti. E se è fino a un certo punto logico che l’Italia borghese l’abbia passata nel dimenticatoio, un po’ meno comprensibile è che abbia fatto altrettanto l’Italia socialista, di cui quell’«esercito» fu il figlio primogenito. Perché socialisti di fatto erano i suoi volontari coscritti, anche se di nome si qualificavano «repubblicani» o «anarchici». Li aveva organizzati a Ravenna in una «Cooperativa Braccianti» Armando Armuzzi, che fu uno dei capostipiti di quella magnifica genia di «agitatori» da cui poi dovevano saltar fuori i Prampolini, i Baldini, i Massarenti.
Credo che di quelle seicento reclute, che partivano alla conquista dell’Agro, nessuna fosse vergine di prigione. O per Mazzini o per Bakunin, tutti, dall’Armuzzi in giù, avevano conosciuto a varie riprese il tavolaccio. I più intransigenti fra i questori dell’onorevole Agostino Depretis, che allora governava l’Italia, li avevano schedati come «sovversivi». I più benevoli, come «teste calde» da refrigerare in cella. E un po’ calde lo erano per davvero, perché dentro bollivano tante cose, tante cose che oggi si chiamerebbero «istanze», ma allora si chiamavano, più semplicemente, «passioni».
Di queste «passioni», non so se quella per una maggior giustizia sociale era la prevalente e la più diffusa. So però che più o meno in tutti essa si mescolava con altri entusiasmi, che le facevano da concime. L’Italia, com’era allora, garbava poco a quella gente, che aveva fatto a tempo a sognarsela nella cospirazione, quale gliel’avevano fatta balenare i Padri del Risorgimento: grande, forte, orgogliosa, alla testa della Civiltà e del Progresso, patria del Diritto e della Uguaglianza. Sì, lo sappiamo: dopo l’inflazione fattane dalla retorica fascista, son diventati ideali quasi ridicoli. Ma allora erano validi, e si trovavano piuttosto in contraddizione con la realtà di quell’Italia «trasformista», che tirava avanti a furia di rimpasti, di tentennamenti e di paure.
Giudicandola, a distanza di decenni, noi possiamo e dobbiamo convenire che certe grettezza e miserie -la Triplice, la lesina di Sella, la rinunzia allo sbarco in Tunisia- non si potevano evitare. Ma esse dovevano fare uno strano effetto e provocare ben dolorose delusioni in uomini come quei romagnoli poco portati per natura a vedere il limite fra il possibile e l’impossibile, e impazienti di ogni freno e prudenza. L’Armuzzi, che li conosceva uno per uno, ebbe facile giuoco a persuaderli che, se il governo era quello che era, stava agl’italiani fare per conto loro, e ai romagnoli fornirne l’esempio. In ognuno di essi sonnecchia sempre un Robinson Crusoe, e sono forse gli unici, in tutta la Penisola, capaci di credere a una «idea» sino a farsene una ragione di vita. Depretis e i suoi «complici» lasciassero pure Roma in balia della malaria. Avrebbero essi provveduto a redimerla trasformando in campi di grano gli stagni di Ostia e del Maccarese.
è necessario aggiungere che la «Cooperativa» non solo non ebbe aiuti né dallo Stato né dai privati, ma si formò in mezzo a difficoltà di ogni genere e con scarsissimi mezzi? Bastava quella parola «Cooperativa» a sbigottire i benpensanti del tempo. E infatti quando il trenino mosse da Ravenna, un giorno di novembre, mescolati alla folla che lo aveva inghirlandato di fiori ed era accorsa a salutare i partenti con bandieroni tricolori e rossi, c’erano dozzine di questurini che non fecero nulla contro i dimostranti, ma ne segnarono il nome sul taccuino e vi presero nota, coscienziosamente, di tutto quel che dicevano.
L’Italia, che già allora si annoiava facilmente e altrettanto facilmente si distraeva fece poco caso a quell’impresa. Se ne interessarono solo il Celli, Giustino Fortunato e pochi altri «specialisti», che videro in essa quel che c’era in realtà: il primo concreto tentativo d’instaurare una società socialista, senza sangue né barricate. E lo sostennero con tutte le loro forze. Ma inutilmente.
La delusione dei pionieri fu grande, allorché si trovarono in mezzo alle pozzanghere cui ormai si era ridotta la vecchia salina che occorreva disseccare. Un guardiano, al loro arrivo, li salutò con queste parole: «Benvenuti nel regno della morte». E tale appariva, infatti, la deserta brughiera a quei temerari venuti a riscattarla solo con zappe e vanghe. Eppure, dopo qualche vacillamento, si misero all’opera sotto la direzione dell’Armuzzi e dell’ingegner Luca Rossi. E a furia di sacrifici e rinunzie, quattrocento ettari di terreno li bonificarono e coltivarono, e un certo numero di appartamenti abitabili li adattarono fra i ruderi delle antiche mura.
Finì lì, perché il Governo seguitò a nicchiare e il Paese a fare il distratto. I latifondisti dei dintorni erano felici che la «Colonia Agricola Ravennate» andasse a fondo. Uno solo venne in loro aiuto di persona: il Re Umberto I, che, con tutta la sua avarizia savoiarda e i suoi mustacchi burbanzosi e il suo sciabolone tracotante, «scucì» cinquantamila lire -che a quei tempi era una bella somma- in favore di quei suoi sudditi, che certo non si distinguevano per attaccamento alla Dinastia e alla Istituzione.
A questo punto qualcuno mi domanderà come mai ho rievocato questo episodio, che oltre tutto si risolse in una battaglia perduta. E lo dico subito: un po’ perché quest’anno ne ricorre, se non sbaglio, il settantesimo anniversario, ma più ancora perché sono appena reduce da Molinella, dove avvenne press’a poco altrettanto, qualche decennio dopo, ma con la vittoria in fondo, invece della sconfitta. E questa vittoria, cosa significhi per tutto il Paese, s’è visto e potuto misurare pochi giorni fa, al momento delle elezioni, quando, da tutto il rosso mare che sommerge l’Emilia, ancora una volta è emerso quell’isolotto saragattiano, più fermo e deciso che mai a tenere alta la bandiera della Democrazia.
Cosa aspettano l’Italia borghese, e soprattutto gli agrari emiliani, a rendersi conto che là dove le «Cooperative» dei «sovversivi» hanno vinto la Libertà è salva, e là dove hanno perso vacilla?
Sappiamo anche noi che il socialismo d’oggi non è quello di allora. Gli Armuzzi, i Prampolini, i Massarenti, i Baldini sono morti. E il loro posto è stato preso da dei «parastatali», che aspettano la pappa scodellata dal Governo, la sovvenzione dell’«Ente», l’Opera assistenziale, le Assicurazioni sociali. Neppure tra i braccianti di Romagna, che pure sono i più vigorosi d’Italia, si trovano più quei fusti di pionieri, che, invece di parlare tanto di rivoluzione, la facevano. Infatti son diventati comunisti, perché il comunismo assicura che la rivoluzione è fatale, e quindi verrà da sé, è inutile rimboccarsi le maniche e rischiar la pelle sulle barricate per anticiparla. Meglio attenderla in piscina o davanti alla televisione, come un «tredici» al Totocalcio.
Sì, è vero, questo socialismo non vale granché e Massarenti, infatti, non è mai riuscito a riconoscerlo come tale. Ma nel vivaio di Molinella il seme è rimasto buono, e lo ha dimostrato anche in questi giorni. Eppure, io non ho trovato che disattenzione e disinteresse, nei ceti borghesi di Bologna, per quest’unico Comune di tutta la provincia, che ha resistito all’assalto marxista: lo stesso disinteresse e disattenzione che l’Italia benpensante di settant’anni fa mostrò per «l’esercito di pace, che dai dolci campi di Romagna trasse, armato delle lucide e forti armi della fatica», negli stagni di Ostia, e ve lo lasciò sprofondare senza tendergli un dito.
Mi domando come possa prosperare il socialismo, quello vero, che non aspetta la rivoluzione prefabbricata da Mosca, fra una classe padronale che non impara nulla, neanche a leggere le epigrafi di Andrea Costa e a rimetterle al loro posto quando la guerra o qualche altra sciagura le butta giù, e una classe lavoratrice che ha dimenticato tutto: tutto quello che le hanno insegnato i grandi maestri della età eroica e volontaristica, che ignoravano la palingenesi per legge, la «ferrea legge» del «materialismo storico», e si fidavano solo del proprio personale coraggio, della propria fede, delle proprie forze, per costruire un mondo migliore.
Se la mia disgraziata generazione questo socialismo lo avesse incontrato quando aveva vent’anni, probabilmente sarebbe tutta lì dentro, a tenerlo vivo e desto, lontano dalle narcotizzanti tentazioni marxiste. Purtroppo al suo posto trovammo il fascismo, che ci succhiò tutti gli entusiasmi e ora ce ne ha lasciati vedovi. Perché da certe delusioni non ci si rimette più, specie quando ci colgono sul tramonto della prima giovinezza. Ma ciò non toglie il rimpianto di non aver militato in uno di quegli eserciti di pace, che trassero dai dolci campi di Romagna, a chi in ben altri, di guerra, militò, e del tutto inutilmente. Per molti di noi, che nel ’35 avevamo vent’anni e ignoravamo Molinella, l’Abissinia fu il sogno di costruirne una immensa, in terra d’Africa. Purtroppo, al posto di Massarenti, c’era Starace. E anche a voler risparmiare i morti, mi sembra che le differenze siano evidenti.
Ma coloro che a vent’anni ci arrivano ora, e hanno tuttavia intatto il loro patrimonio morale, non esitino a ripudiare i nostri disinganni e il nostro scetticismo. Non ci ascoltino. A questa svolta della nostra Storia, i babbi non servono più. Servono meglio i nonni, i nonni alla Massarenti.
Sì, lo confessiamo candidamente: noi «reazionari» vorremmo dei figli socialisti. E finissero pur tutti in qualche stagno dietro a un Armuzzi, commemorati da una tardiva lapide di Andrea Costa, non importa: la loro vita sarebbe stata più bella, più piena, più vera, più calda di quella nostra.
Indro Montanelli
“Corriere della sera”, 6 giugno 1956

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