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I nonni socialisti

Articolo del 1956 di Montanelli nel Corriere della Sera sui braccianti ravennati nell’agro romano. Lo abbiamo ripreso da una città n. 241 / 2017 luglio-agosto.

di Redazione Pensalibero.it | 10 Dicembre 2018

Nel 1886 più di seicento braccianti ravennati, riuniti in cooperativa, si trasferirono nell’agro romano, infestato dalla malaria, per bonificarlo. Accolti dai pochi abitanti con le parole: “Siete venuti qui a morire”, tentennarono, ci ripensarono e in assemblea stavano per decidere il ritorno. Fu l’intervento di Armuzzi, che si appellò all’onore dei braccianti e della loro cooperativa, a capovolgere l’esito dell’assemblea. Rimasero. Ne morirono cento in due anni ma mantennero la parola data. Una pagina memorabile della storia della cooperazione che rievochiamo con un articolo del 1956 di Indro Montanelli nel Corriere della Sera.

L’al­tro gior­no, an­da­to a Ostia per cer­car­vi un po’ di re­fri­ge­rio al­lo sci­roc­co che im­per­ver­sa su Ro­ma, mi mi­si al­la ri­cer­ca di quel bran­del­lo del­le sue an­ti­che mu­ra su cui An­drea Co­sta fe­ce in­ne­sta­re una la­pi­de con l’e­pi­gra­fe com­me­mo­ra­ti­va del ten­ta­ti­vo com­piu­to da qual­che cen­ti­na­io di brac­cian­ti ro­ma­gno­li di re­di­me­re quel­le lan­de al­lo­ra de­ser­te e ma­la­te di ma­la­ria. Ma non lo tro­vai. For­se lo ha spaz­za­to via la guer­ra, e gl’in­di­ge­ni non se ne so­no ac­cor­ti nem­me­no. Di co­lo­ro che fre­quen­ta­no ora la cit­ta­di­na bal­nea­re, for­se nes­su­no ha mai nep­pu­re sen­ti­to par­la­re de «l’e­ser­ci­to di pa­ce che dai dol­ci cam­pi di Ro­ma­gna qui tras­se, ar­ma­to del­le lu­ci­de e for­ti ar­mi del­la fa­ti­ca».
L’im­pre­sa è di set­tan­t’an­ni fa, giu­sti giu­sti. E se è fi­no a un cer­to pun­to lo­gi­co che l’I­ta­lia bor­ghe­se l’ab­bia pas­sa­ta nel di­men­ti­ca­to­io, un po’ me­no com­pren­si­bi­le è che ab­bia fat­to al­tret­tan­to l’I­ta­lia so­cia­li­sta, di cui quell’«eser­ci­to» fu il fi­glio pri­mo­ge­ni­to. Per­ché so­cia­li­sti di fat­to era­no i suoi vo­lon­ta­ri co­scrit­ti, an­che se di no­me si qua­li­fi­ca­va­no «re­pub­bli­ca­ni» o «anar­chi­ci». Li ave­va or­ga­niz­za­ti a Ra­ven­na in una «Coo­pe­ra­ti­va Brac­cian­ti» Ar­man­do Ar­muz­zi, che fu uno dei ca­po­sti­pi­ti di quel­la ma­gni­fi­ca ge­nia di «agi­ta­to­ri» da cui poi do­ve­va­no sal­tar fuo­ri i Pram­po­li­ni, i Bal­di­ni, i Mas­sa­ren­ti.

Cre­do che di quel­le sei­cen­to re­clu­te, che par­ti­va­no al­la con­qui­sta del­l’A­gro, nes­su­na fos­se ver­gi­ne di pri­gio­ne. O per Maz­zi­ni o per Ba­ku­nin, tut­ti, dal­l’Ar­muz­zi in giù, ave­va­no co­no­sciu­to a va­rie ri­pre­se il ta­vo­lac­cio. I più in­tran­si­gen­ti fra i que­sto­ri del­l’o­no­re­vo­le Ago­sti­no De­pre­tis, che al­lo­ra go­ver­na­va l’I­ta­lia, li ave­va­no sche­da­ti co­me «sov­ver­si­vi». I più be­ne­vo­li, co­me «te­ste cal­de» da re­fri­ge­ra­re in cel­la. E un po’ cal­de lo era­no per dav­ve­ro, per­ché den­tro bol­li­va­no tan­te co­se, tan­te co­se che og­gi si chia­me­reb­be­ro «istan­ze», ma al­lo­ra si chia­ma­va­no, più sem­pli­ce­men­te, «pas­sio­ni».
Di que­ste «pas­sio­ni», non so se quel­la per una mag­gior giu­sti­zia so­cia­le era la pre­va­len­te e la più dif­fu­sa. So pe­rò che più o me­no in tut­ti es­sa si me­sco­la­va con al­tri en­tu­sia­smi, che le fa­ce­va­no da con­ci­me. L’I­ta­lia, com’e­ra al­lo­ra, gar­ba­va po­co a quel­la gen­te, che ave­va fat­to a tem­po a so­gnar­se­la nel­la co­spi­ra­zio­ne, qua­le glie­l’a­ve­va­no fat­ta ba­le­na­re i Pa­dri del Ri­sor­gi­men­to: gran­de, for­te, or­go­glio­sa, al­la te­sta del­la Ci­vil­tà e del Pro­gres­so, pa­tria del Di­rit­to e del­la Ugua­glian­za. Sì, lo sap­pia­mo: do­po l’in­fla­zio­ne fat­ta­ne dal­la re­to­ri­ca fa­sci­sta, son di­ven­ta­ti idea­li qua­si ri­di­co­li. Ma al­lo­ra era­no va­li­di, e si tro­va­va­no piut­to­sto in con­trad­di­zio­ne con la real­tà di quel­l’I­ta­lia «tra­sfor­mi­sta», che ti­ra­va avan­ti a fu­ria di rim­pa­sti, di ten­ten­na­men­ti e di pau­re.
Giu­di­can­do­la, a di­stan­za di de­cen­ni, noi pos­sia­mo e dob­bia­mo con­ve­ni­re che cer­te gret­tez­za e mi­se­rie -la Tri­pli­ce, la le­si­na di Sel­la, la ri­nun­zia al­lo sbar­co in Tu­ni­sia- non si po­te­va­no evi­ta­re. Ma es­se do­ve­va­no fa­re uno stra­no ef­fet­to e pro­vo­ca­re ben do­lo­ro­se de­lu­sio­ni in uo­mi­ni co­me quei ro­ma­gno­li po­co por­ta­ti per na­tu­ra a ve­de­re il li­mi­te fra il pos­si­bi­le e l’im­pos­si­bi­le, e im­pa­zien­ti di ogni fre­no e pru­den­za. L’Ar­muz­zi, che li co­no­sce­va uno per uno, eb­be fa­ci­le giuo­co a per­sua­der­li che, se il go­ver­no era quel­lo che era, sta­va agl’i­ta­lia­ni fa­re per con­to lo­ro, e ai ro­ma­gno­li for­nir­ne l’e­sem­pio. In ognu­no di es­si son­nec­chia sem­pre un Ro­bin­son Cru­soe, e so­no for­se gli uni­ci, in tut­ta la Pe­ni­so­la, ca­pa­ci di cre­de­re a una «idea» si­no a far­se­ne una ra­gio­ne di vi­ta. De­pre­tis e i suoi «com­pli­ci» la­scias­se­ro pu­re Ro­ma in ba­lia del­la ma­la­ria. Avreb­be­ro es­si prov­ve­du­to a re­di­mer­la tra­sfor­man­do in cam­pi di gra­no gli sta­gni di Ostia e del Mac­ca­re­se.
è ne­ces­sa­rio ag­giun­ge­re che la «Coo­pe­ra­ti­va» non so­lo non eb­be aiu­ti né dal­lo Sta­to né dai pri­va­ti, ma si for­mò in mez­zo a dif­fi­col­tà di ogni ge­ne­re e con scar­sis­si­mi mez­zi? Ba­sta­va quel­la pa­ro­la «Coo­pe­ra­ti­va» a sbi­got­ti­re i ben­pen­san­ti del tem­po. E in­fat­ti quan­do il tre­ni­no mos­se da Ra­ven­na, un gior­no di no­vem­bre, me­sco­la­ti al­la fol­la che lo ave­va in­ghir­lan­da­to di fio­ri ed era ac­cor­sa a sa­lu­ta­re i par­ten­ti con ban­die­ro­ni tri­co­lo­ri e ros­si, c’e­ra­no doz­zi­ne di que­stu­ri­ni che non fe­ce­ro nul­la con­tro i di­mo­stran­ti, ma ne se­gna­ro­no il no­me sul tac­cui­no e vi pre­se­ro no­ta, co­scien­zio­sa­men­te, di tut­to quel che di­ce­va­no.
L’I­ta­lia, che già al­lo­ra si an­no­ia­va fa­cil­men­te e al­tret­tan­to fa­cil­men­te si di­strae­va fe­ce po­co ca­so a quel­l’im­pre­sa. Se ne in­te­res­sa­ro­no so­lo il Cel­li, Giu­sti­no For­tu­na­to e po­chi al­tri «spe­cia­li­sti», che vi­de­ro in es­sa quel che c’e­ra in real­tà: il pri­mo con­cre­to ten­ta­ti­vo d’in­stau­ra­re una so­cie­tà so­cia­li­sta, sen­za san­gue né bar­ri­ca­te. E lo so­sten­ne­ro con tut­te le lo­ro for­ze. Ma inu­til­men­te.
La de­lu­sio­ne dei pio­nie­ri fu gran­de, al­lor­ché si tro­va­ro­no in mez­zo al­le poz­zan­ghe­re cui or­mai si era ri­dot­ta la vec­chia sa­li­na che oc­cor­re­va dis­sec­ca­re. Un guar­dia­no, al lo­ro ar­ri­vo, li sa­lu­tò con que­ste pa­ro­le: «Ben­ve­nu­ti nel re­gno del­la mor­te». E ta­le ap­pa­ri­va, in­fat­ti, la de­ser­ta bru­ghie­ra a quei te­me­ra­ri ve­nu­ti a ri­scat­tar­la so­lo con zap­pe e van­ghe. Ep­pu­re, do­po qual­che va­cil­la­men­to, si mi­se­ro al­l’o­pe­ra sot­to la di­re­zio­ne del­l’Ar­muz­zi e del­l’in­ge­gner Lu­ca Ros­si. E a fu­ria di sa­cri­fi­ci e ri­nun­zie, quat­tro­cen­to et­ta­ri di ter­re­no li bo­ni­fi­ca­ro­no e col­ti­va­ro­no, e un cer­to nu­me­ro di ap­par­ta­men­ti abi­ta­bi­li li adat­ta­ro­no fra i ru­de­ri del­le an­ti­che mu­ra.
Fi­nì lì, per­ché il Go­ver­no se­gui­tò a nic­chia­re e il Pae­se a fa­re il di­strat­to. I la­ti­fon­di­sti dei din­tor­ni era­no fe­li­ci che la «Co­lo­nia Agri­co­la Ra­ven­na­te» an­das­se a fon­do. Uno so­lo ven­ne in lo­ro aiu­to di per­so­na: il Re Um­ber­to I, che, con tut­ta la sua ava­ri­zia sa­vo­iar­da e i suoi mu­stac­chi bur­ban­zo­si e il suo scia­bo­lo­ne tra­co­tan­te, «scu­cì» cin­quan­ta­mi­la li­re -che a quei tem­pi era una bel­la som­ma- in fa­vo­re di quei suoi sud­di­ti, che cer­to non si di­stin­gue­va­no per at­tac­ca­men­to al­la Di­na­stia e al­la Isti­tu­zio­ne.
A que­sto pun­to qual­cu­no mi do­man­de­rà co­me mai ho rie­vo­ca­to que­sto epi­so­dio, che ol­tre tut­to si ri­sol­se in una bat­ta­glia per­du­ta. E lo di­co su­bi­to: un po’ per­ché que­st’an­no ne ri­cor­re, se non sba­glio, il set­tan­te­si­mo an­ni­ver­sa­rio, ma più an­co­ra per­ché so­no ap­pe­na re­du­ce da Mo­li­nel­la, do­ve av­ven­ne pres­s’a po­co al­tret­tan­to, qual­che de­cen­nio do­po, ma con la vit­to­ria in fon­do, in­ve­ce del­la scon­fit­ta. E que­sta vit­to­ria, co­sa si­gni­fi­chi per tut­to il Pae­se, s’è vi­sto e po­tu­to mi­su­ra­re po­chi gior­ni fa, al mo­men­to del­le ele­zio­ni, quan­do, da tut­to il ros­so ma­re che som­mer­ge l’E­mi­lia, an­co­ra una vol­ta è emer­so quel­l’i­so­lot­to sa­ra­gat­tia­no, più fer­mo e de­ci­so che mai a te­ne­re al­ta la ban­die­ra del­la De­mo­cra­zia.
Co­sa aspet­ta­no l’I­ta­lia bor­ghe­se, e so­prat­tut­to gli agra­ri emi­lia­ni, a ren­der­si con­to che là do­ve le «Coo­pe­ra­ti­ve» dei «sov­ver­si­vi» han­no vin­to la Li­ber­tà è sal­va, e là do­ve han­no per­so va­cil­la?
Sap­pia­mo an­che noi che il so­cia­li­smo d’og­gi non è quel­lo di al­lo­ra. Gli Ar­muz­zi, i Pram­po­li­ni, i Mas­sa­ren­ti, i Bal­di­ni so­no mor­ti. E il lo­ro po­sto è sta­to pre­so da dei «pa­ra­sta­ta­li», che aspet­ta­no la pap­pa sco­del­la­ta dal Go­ver­no, la sov­ven­zio­ne dell’«En­te», l’O­pe­ra as­si­sten­zia­le, le As­si­cu­ra­zio­ni so­cia­li. Nep­pu­re tra i brac­cian­ti di Ro­ma­gna, che pu­re so­no i più vi­go­ro­si d’I­ta­lia, si tro­va­no più quei fu­sti di pio­nie­ri, che, in­ve­ce di par­la­re tan­to di ri­vo­lu­zio­ne, la fa­ce­va­no. In­fat­ti son di­ven­ta­ti co­mu­ni­sti, per­ché il co­mu­ni­smo as­si­cu­ra che la ri­vo­lu­zio­ne è fa­ta­le, e quin­di ver­rà da sé, è inu­ti­le rim­boc­car­si le ma­ni­che e ri­schiar la pel­le sul­le bar­ri­ca­te per an­ti­ci­par­la. Me­glio at­ten­der­la in pi­sci­na o da­van­ti al­la te­le­vi­sio­ne, co­me un «tre­di­ci» al To­to­cal­cio.
Sì, è ve­ro, que­sto so­cia­li­smo non va­le gran­ché e Mas­sa­ren­ti, in­fat­ti, non è mai riu­sci­to a ri­co­no­scer­lo co­me ta­le. Ma nel vi­va­io di Mo­li­nel­la il se­me è ri­ma­sto buo­no, e lo ha di­mo­stra­to an­che in que­sti gior­ni. Ep­pu­re, io non ho tro­va­to che di­sat­ten­zio­ne e di­sin­te­res­se, nei ce­ti bor­ghe­si di Bo­lo­gna, per que­st’u­ni­co Co­mu­ne di tut­ta la pro­vin­cia, che ha re­si­sti­to al­l’as­sal­to mar­xi­sta: lo stes­so di­sin­te­res­se e di­sat­ten­zio­ne che l’I­ta­lia ben­pen­san­te di set­tan­t’an­ni fa mo­strò per «l’e­ser­ci­to di pa­ce, che dai dol­ci cam­pi di Ro­ma­gna tras­se, ar­ma­to del­le lu­ci­de e for­ti ar­mi del­la fa­ti­ca», ne­gli sta­gni di Ostia, e ve lo la­sciò spro­fon­da­re sen­za ten­der­gli un di­to.

Mi do­man­do co­me pos­sa pro­spe­ra­re il so­cia­li­smo, quel­lo ve­ro, che non aspet­ta la ri­vo­lu­zio­ne pre­fab­bri­ca­ta da Mo­sca, fra una clas­se pa­dro­na­le che non im­pa­ra nul­la, nean­che a leg­ge­re le epi­gra­fi di An­drea Co­sta e a ri­met­ter­le al lo­ro po­sto quan­do la guer­ra o qual­che al­tra scia­gu­ra le but­ta giù, e una clas­se la­vo­ra­tri­ce che ha di­men­ti­ca­to tut­to: tut­to quel­lo che le han­no in­se­gna­to i gran­di mae­stri del­la età eroi­ca e vo­lon­ta­ri­sti­ca, che igno­ra­va­no la pa­lin­ge­ne­si per leg­ge, la «fer­rea leg­ge» del «ma­te­ria­li­smo sto­ri­co», e si fi­da­va­no so­lo del pro­prio per­so­na­le co­rag­gio, del­la pro­pria fe­de, del­le pro­prie for­ze, per co­strui­re un mon­do mi­glio­re.
Se la mia di­sgra­zia­ta ge­ne­ra­zio­ne que­sto so­cia­li­smo lo aves­se in­con­tra­to quan­do ave­va ven­t’an­ni, pro­ba­bil­men­te sa­reb­be tut­ta lì den­tro, a te­ner­lo vi­vo e de­sto, lon­ta­no dal­le nar­co­tiz­zan­ti ten­ta­zio­ni mar­xi­ste. Pur­trop­po al suo po­sto tro­vam­mo il fa­sci­smo, che ci suc­chiò tut­ti gli en­tu­sia­smi e ora ce ne ha la­scia­ti ve­do­vi. Per­ché da cer­te de­lu­sio­ni non ci si ri­met­te più, spe­cie quan­do ci col­go­no sul tra­mon­to del­la pri­ma gio­vi­nez­za. Ma ciò non to­glie il rim­pian­to di non aver mi­li­ta­to in uno di que­gli eser­ci­ti di pa­ce, che tras­se­ro dai dol­ci cam­pi di Ro­ma­gna, a chi in ben al­tri, di guer­ra, mi­li­tò, e del tut­to inu­til­men­te. Per mol­ti di noi, che nel ’35 ave­va­mo ven­t’an­ni e igno­ra­va­mo Mo­li­nel­la, l’A­bis­si­nia fu il so­gno di co­struir­ne una im­men­sa, in ter­ra d’A­fri­ca. Pur­trop­po, al po­sto di Mas­sa­ren­ti, c’e­ra Sta­ra­ce. E an­che a vo­ler ri­spar­mia­re i mor­ti, mi sem­bra che le dif­fe­ren­ze sia­no evi­den­ti.
Ma co­lo­ro che a ven­t’an­ni ci ar­ri­va­no ora, e han­no tut­ta­via in­tat­to il lo­ro pa­tri­mo­nio mo­ra­le, non esi­ti­no a ri­pu­dia­re i no­stri di­sin­gan­ni e il no­stro scet­ti­ci­smo. Non ci ascol­ti­no. A que­sta svol­ta del­la no­stra Sto­ria, i bab­bi non ser­vo­no più. Ser­vo­no me­glio i non­ni, i non­ni al­la Mas­sa­ren­ti.
Sì, lo con­fes­sia­mo can­di­da­men­te: noi «rea­zio­na­ri» vor­rem­mo dei fi­gli so­cia­li­sti. E fi­nis­se­ro pur tut­ti in qual­che sta­gno die­tro a un Ar­muz­zi, com­me­mo­ra­ti da una tar­di­va la­pi­de di An­drea Co­sta, non im­por­ta: la lo­ro vi­ta sa­reb­be sta­ta più bel­la, più pie­na, più ve­ra, più cal­da di quel­la no­stra.
In­dro Mon­ta­nel­li
“Cor­rie­re del­la se­ra”, 6 giu­gno 1956

 

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