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I 70 anni della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Niente in confronto ai duemila anni del Vangelo

di Guglielmo Adilardi | 10 Dicembre 2018

<< Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza>>.

Questo è l’incipit della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che venne approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 217 (a) il 10 dicembre del 1948 in Parigi.

Quali gli antecedenti?

Il 17 luglio 1789 il Terzo Stato riunitosi a Versailles si proclamò in “Assemblea Nazionale”. Il 3 settembre 1791 proclamò la Costituzione il cui preambolo così recitava:

<< I Rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in ASSEMBLEA NAZIONALE, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le sole cause delle sfortune pubbliche e delle corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una solenne Dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa Dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi ad essi senza posa i loro diritti e i loro doveri; affinché gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo, potendo essere in ogni momento confrontati coi fini di tutte le istituzioni politiche, vengano maggiormente rispettati; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora in poi su principi semplici ed incontestabili, siano sempre rivolti al mantenimento della Costituzione ed alla felicità di tutti >>.

In Francia, la ristampa di un’edizione parigina degli anni 1830 della Conspiration pour l’égalité dite de Babeuf di Filippo Buonarotti divenne uno dei testi politici a cui si ispiravano i gruppi più avanzati del movimento operaio e socialista. Buonarotti tuttavia non si limitò alla propaganda per mezzo del suo libro, ma, entrato in contatto con uomini come Charles Teste, Voyer d’Argenson, Auguste Blanqui, esercitò una notevole influenza nelle società popolari che si erano venute sviluppando grazie alla libertà di associazione nei primi anni della monarchia di luglio. La società Aide toi, la Société des Amis du peuple, e specialmente la Société des droits de l’homme furono pervase dalle concezioni buonarottiane che si contaminavano e si mescolavano con quelle delle altre scuole socialiste; rispetto alle quali, tuttavia, il neogiacobinismo e il neobabuvismo si distinguevano perché portavano il socialismo sul terreno della lotta politica e proponevano la conquista del potere e la fondazione della democrazia conseguente (ancora una volta sulla base della Costituzione del 1793) come la sola via per giungere alla soluzione della questione sociale.

Per l’Italia il problema dei diritti umani violati riapparve sotto il regime fascista. Tra il 1926 e il 1928, a seguito dell’applicazione delle leggi eccezionali, la via dell’emigrazione clandestina costituì il più delle volte l’unica soluzione per sottrarsi alla violenza, all’ondata di arresti, al controllo e alla sopraffazione elevata a sistema. Alcuni intellettuali, parte del patrimonio culturale italiano, politici, sindacalisti lasciarono l’Italia e si rifugiarono in Svizzera, in Francia, in Inghilterra, in Tunisia, negli Stati Uniti, nell’America del Sud, nei paesi diretti da governi democratici. A Parigi trovarono rifugio Luigi Campolonghi, giornalista, iniziato nella Loggia Lucifero di Firenze e il giornalista Ubaldo Triaca, Garante di Amicizia del Grande Oriente d’ Italia e Maestro Venerabile della Loggia Italia, presente a Parigi sino dal 1913. Tra il 1925 e il 1927 fu frequentata da Aurelio Natoli, Alceste De Ambris, ex sindacalista rivoluzionario, Alberto Virgili, Adelmo Perrini, Giuseppe Chiostergi, Mario Pitocchi, Alberto Giannini e Arturo Fusi. Luigi Campolonghi, nato a Pontremoli (1876), fu denunciato dal Tribunale militare di Firenze per “eccitamento all’odio di classe”, nel 1906 diresse il, Nuovo Giornale di Firenze, organo del partito radicale. Fu costretto all’esilio, fu giornalista a Parigi dove si dedicò alla lotta antifascista: nel 1922 con Alceste De Ambris, primo presidente, costituì la sezione italiana della LIDU (Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo), Campolonghi ne fu segretario ed in tempi successivi presidente (da Olinto Dini: Loggia Concordia 1861-2000, Ed. Polistampa, Firenze 2009).

Se vogliamo far iniziare laicamente tali diritti universali dobbiamo mettere da parte il Vangelo di Cristo e far coincidere la coscienza laica dai Diritti dell’uomo e del cittadino dal 1789 francese, non del Terrore, i quali sono senza dubbio gli antesignani di tutti quei movimenti sociali e politici che posero l’Uomo laico al centro di ogni cosa, sia essa materiale sia essa spirituale. Questo sforzo continuo delle punte più avvedute dell’Umanità di circondare l’essere umano di garanzie rispettose della propria dignità e libertà ha un percorso lungo ed accidentato. Caratterizzato da spinte in avanti, fermate e arretramenti per poi continuare nel flusso della Storia fino a giungere alla Croce Rossa, alle Convenzioni di Ginevra, alle Società delle Nazioni … Ma non v’è dubbio che una delle prime ad imporsi quale migliore difesa per l’uomo, quale individuo, è stata la Lega dei Diritti Umani che prese avvio strutturale in Italia alla fine dell’Ottocento, accanto alle tante Leghe sociali che sorsero in quel torno di tempo. Tale conformazione, specialmente in Italia, non ebbe visibilità continua, ed è un bene che sia così. Poiché quando la Lega dei Diritti Umani si fa vedere e sentire siamo in tristi periodi per il cittadino. Non è un caso che la Lega dei Diritti Umani mostrasse tutta la sua valenza dal 1922 al 1945, in piena epoca fascista. Non potendo continuare la propria attività contro la dittatura italiana in Patria esercitò il suo ruolo di paladina della libertà in Francia a Parigi, Barcellona, Bruxelles,… ovunque vi fosse anche un piccolo spazio per gridare che in Italia, in quel tempo si erano conculcate le libertà fondamentali dell’Uomo e quindi lottare per riportarle in essere.

Fu il sacrificio di tanti esuli antifascisti ad iniziare dal presidente della LIDU Giuseppe Leti, il quale tenne coesi i partiti dei fuoriusciti quando il feroce antimassonismo nazifascista sorretto o non tempestivamente né debitamente condannato da forze che poi ebbero amaramente a dolersene e già corrivo a pubblicare elenchi di uomini quali vere e proprie “liste di proscrizione”, rivelava i suoi estremi obiettivi: dopo i pogrom antisemiti la “soluzione finale” e la catastrofe di una nuova guerra mondiale.

Un altro esule politico, Alessandro Tedeschi, Gran Commendatore del Rito Scozzese e facente funzione in Parigi del Gran Maestro Domizio Torrigiani, attivo oltre che nella LIDU anche nella Concentrazione antifascista dava il 5 giugno 1932 questa notizia: << Da quando ci siamo lasciati l’ultima volta – riferì il Potentissimo – un triste avvenimento ha portato il lutto nella nostra famiglia: è morto in Italia, prigioniero nella sua stessa tenuta di Lamporecchio, il nostro amato e venerato FR. Gran Maestro Domizio Torrigiani. >>. Era un altro aderente alla LIDU che dava testimonianza di libertà con la vita. Purtroppo non sarà l’ultima volta che vedemmo pubblicate liste di uomini liberi e anche allora la LIDU si mosse compatta, era il 1993. Nella patria del diritto troppo spesso si dimentica che i reati hanno valenza personale così come la conseguente pena, la quale non può mai essere condivisa con coloro che sono innocenti. La richiesta da parte di qualsiasi Autorità di liste di nominativi “a strascico”, di qualsiasi appartenenza essi siano, senza l’individuazione di un reato evocano appunto i pogrom di triste memoria. La LIDU farebbe bene farsi sentire nuovamente anche nella recente pretesa della Commissione Antimafia di fare tutto un fascio dei Fratelli calabresi e siciliani esponendoli tutti ad una gogna mediatica gratuita in attesa di un semplice parere che tarderà a venire come il recente passato ha dimostrato più volte.

 

La nostra carta Costituzionale approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre seguente fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria, dello stesso giorno , ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948. In tempo utile per recepire tutto il lavorio che da tempo l’ Assemblea generale delle Nazioni Unite stavano elaborando in Parigi in materia di Diritti Umani. La sintesi di ciò la ritroviamo nell’articolo 2 che così recita:

<< La Repubblica italiana riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.>>.

Questo è l’unico articolo della Carta che non faccia riferimento al solo cittadino italiano ma all’Uomo nella sua genericità proprio perché con tale articolo si recepivano le stratificazioni giuridiche circa la dignità umana del passato e del recente discusse in contemporanea con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite in Parigi.

Così si espresse in merito il Fratello Meuccio Ruini Presidente dell’Assemblea Costituente italiana:

<< Preliminare ad ogni altra esigenza è il rispetto della personalità umana; qui è la radice delle libertà, anzi della libertà, cui fanno capo tutti i diritti che ne prendono il nome. Libertà vuol dire responsabilità. Né i diritti di libertà si possono scompagnare dai doveri di solidarietà di cui sono l’altro ed inscindibile aspetto. Dopo che si è scatenata nel mondo tanta efferatezza e bestialità, si sente veramente il bisogno di riaffermare che i rapporti fra gli uomini devono essere umani.Col giusto risalto dato alla personalità dell’uomo non vengono meno i compiti dello Stato. Se le prime enunciazioni dei diritti dell’uomo erano avvolte da un’aureola d’individualismo, si è poi sviluppato, attraverso le stesse lotte sociali, il senso della solidarietà umana. Le dichiarazioni dei doveri si accompagnano mazzinianamente a quelle dei diritti. Contro la concezione tedesca che riduceva a semplici riflessi i diritti individuali, diritti e doveri avvincono reciprocamente la Repubblica ed i cittadini. Caduta la deformazione totalitaria del «tutto dallo Stato, tutto allo Stato, tutto per lo Stato», rimane pur sempre allo Stato, nel rispetto delle libertà individuali, la suprema potestà regolatrice della vita in comune. «Lo Stato — diceva Mazzini — non è arbitrio di tutti, ma libertà operante per tutti, in un mondo il quale, checché da altri si dica, ha sete di autorità». Spetta ai cittadini di partecipare attivamente alla gestione della cosa pubblica, rendendo effettiva e piena la sovranità popolare. Spetta alla Repubblica di stabilire e difendere, con l’autorità e con la forza che costituzionalmente le sono riconosciute, le condizioni di ordine e di sicurezza necessarie perché gli uomini siano liberati dal timore e le libertà di tutti coesistano nel comune progresso. >>.

E per partecipare alla gestione della cosa pubblica come singoli o come associati lo Stato deve riconoscere e tutelare il diritto di associazione, di qualsiasi associazione non vietata dalla legge, come del resto alcuni articoli della nostra Carta costituzionale sono a presidio, senza esclusioni faziose e incostituzionali del legislatore siciliano.

Guglielmo Adilardi

 

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: 1861, anni, assemblea costituente, bruxelles, calabresi, carta costituzionale, commissione, concordia, costituzione, democrazia, dini, disprezzo, edizione straordinaria, fini, firenze, francia, grande oriente, guerra mondiale, italia, la repubblica, lega, lotta politica, merito, mondo, movimento

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