C’è una categoria di massacrati più di tanti altri in questa crisi economica che non finisce. Sono i giovani. Quelli che per le statistiche europee vanno dai 18 ai 34 anni e che non riescono a trovare un posto di lavoro, nemmeno precario. O se per fortuna l’hanno trovato sta per sparire, sta per essere cancellato. Perché le aziende cancellano le collaborazioni e le posizioni precarie, perché l’impresa non ha sicurezza sul futuro. Sono arrivati i dati di metà novembre, presentati al Forum CNA delle piccole imprese. Non va bene, non va per niente bene. Eppure lo sviluppo in giro per il mondo c’è ma non si ferma in Italia, o meglio l’Italia non ha le antenne e i ganci per arpionarlo. Non è bello e non è bello nemmeno il balletto dei numeri, delle cifre e degli anni. Ci sono istituti ed osservatori che lanciano il 2013 come l’anno di uscita dalla crisi, ma in America dicono apertamente che noi, del vecchio continente zona mediterranea e cioè Italia, Spagna Grecia riagganceremo la ripresa nel 2017. Come il film “7 anni in Tibet” E intanto fino al 2017 come vivremo. Analisti e commentatori ci dicono oggi che dobbiamo abituarci a vivere da poveri o da meno ricchi. Via crociere e aperitivi lunghi, basta cellulari e mega schermi, perché quelli sono di un’altra era. Sarà facile dirlo ma la gente c’è dentro. Anche a rate. La generazione 20-30 è quella più massacrata. Studiano ma non sanno quale sarà lo sbocco, cercano lavoro ma non sanno nemmeno come si cerca il lavoro in questa epoca di crisi. E non sanno nemmeno più cos’è il lavoro, cosi come l’avevano conosciuto i loro padri o nonni. Un lavoro fisso, un posto dipendente, una attività sicura e continuativa. Non è più il lavoro di una volta perché non c’è più l’economia di una volta. Ma soprattutto sembrano spariti i ruoli di un tempo, di quando gli imprenditori facevano gli imprenditori e i sindacati facevano i sindacati e la politica faceva solo la politica e adesso sembra che tutti facciamo un po’ tutto in forma sussidiaria ma non la politica, almeno in Italia, che fa qualcos’altro o è più molto più distratta. E così le aziende hanno affrontato la crisi del cambiamento senza immaginare che alla fine della crisi non saremo più gli stessi. Perché è una crisi di cambiamento strutturale. E nel 2013 o nel 2017 saremo globalmente diversi. Così i dati del Forum: fatturato in netto calo, attese deluse degli imprenditori che speravano in un cambiamento rapido, aziende che non hanno voglia di fare investimenti. E invece si dovrebbe ripartire proprio dal ritorno all’investimento nella risorsa umana. Ci sono dei tavoli “aperti”: innovazione, formazione, investimenti, occupazione, ma non tutti gli attori parlano la stessa lingua. La crisi sta massacrando i giovani dice la responsabile lavoro della Regione Emilia Romagna Cicognani, anche da noi in una terra importante ma colpita come le altre locomotive del mondo. Sarà dura molto dura. Se non si trova no “nuovi occhi” per guardare il mondo produttivo e se lo sviluppo che gira per il mondo, come in Cina Giappone India Brasile, non avrà modo di fare una fermata qui da noi nella vecchia Europa sarà difficile svoltare. Chiedo al professor Favaretto, economista del territorio, perché lo sviluppo che gira per il mondo non ci tocca e nemmeno ci telefona? Perché siamo diventati più o meno improvvisamente vecchi e fuori cinghia e non sono più così consolidate le regole del riallineamento. Dobbiamo rimetterci tutti in tiro, sottolinea Giorgio Santini futuro numero uno della Cisl. Dobbiamo superare le opacità e capire che ci sono dei lavori da illuminare. Si ma come? Terribile quella mappa con le nazioni a forma di palline blu azzurre e una pallina rossa su un piano cartesiano. E’ la mappa del prodotto interno lordo mondiale degli ultimi 10 anni. L’Italia è proprio al margine sinistro, pallina rossa, quel paese in cui il prodotto è cresciuto meno rispetto alle nazioni consorelle. E non ci consola nemmeno il fatto che c’è un solo paese che di noi, Haiti.
Fabrizio Binacchi

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