
Alle Zattere, a pochi passi dal pontile del traghetto della Giudecca, c’erano e ci sono due bar: il bar Gianni e il bar-gelateria da Nico che tuttora è, se non la gelateria più frequentata di Venezia (ho visto code infinite davanti a una gelateria in Calle della Bissa vicino a Rialto), certamente la più nobile. Diventata tale grazie al suo Gianduiotto, celebrato da Peggy Guggenheim e gustato da artisti e celebrità di tutto il mondo. Però, a me l’acquolina in bocca veniva per la “Panna in Ghiaccio” di Gianni (temo però che la mente mi inganni perché sarebbe più logico che fosse da Nico).
La panna in ghiaccio non è un gelato, è un quadrotto di panna resa solida dal freddo e messa in un sandwich di wafer. Spesso erano le donne di casa (mamma e zie) che mi accompagnavano a prenderla. Gli zii, giustamente, mi inducevano a consumi più maschi.

La panna in ghiaccio ora è una rarità. L’ho scovata in una piccola gelateria a Castello, gestita da una esuberante domenicana che sta a Venezia da 30 anni e che parla un dialetto perfetto. Me la ricordavo un po’ diversa (la panna in ghiaccio, non la domenicana). Questa era perfettamente omogenea, quella di una volta invece mi pare (ma chissà …) che scricchiolasse un po’ in bocca come se all’interno ci fossero delle piccole scaglie di ghiaccio. Felice comunque di averla ritrovata.
Sempre rimanendo nelle leccornie da consumarsi fuori casa, sul mio personale podio stanno la mozzarella in carrozza e i tramezzini. La mozzarella in carrozza con acciuga era un rito famigliare e due erano i suoi templi: la rosticceria in Calle della Bissa (accanto alla gelateria con a coda prima citata) e la rosticceria di una traversa di Piazza Ferretto a Mestre. Ne ho presa una nella rosticceria di Rialto. Sergio, il banconista, mi ha detto che fanno di tutto per mantenere alta la qualità- Purtroppo il loro fornitore storico di acciughe è morto qualche anno addietro e hanno fatto molta fatica a trovare acciughe di quello standard. Il pane lo prendono da sempre dallo stesso forno che sta in Fondamente Nove ma da quando il vecchio è morto… non è più lo stesso. “Non credo sia colpa del figlio, che è bravo, è proprio il grano e la farina che sono cambiati”. La mozzarella è …. Santa Lucia. Nonostante tutte le miserie del presente, la mozzarella in carrozza che ho mangiato non era male.

Infine, i tramezzini. Ogni volta che si arrivava a Piazzale Roma per riprendere la macchina e tornare a Milano, speravo che mio padre si fermasse per un tramezzino fantastico di un bacaro di fronte alla fermata del vaporetto (chissà perché all’arrivo a Venezia da Milano non avevo questa aspettativa). Il segreto del tramezzino sta nel pane (al latte e burro e senza traccia di crosta) e nella maionese, ingrediente universale, che, a quei tempi, era ancora fatta a mano. Ora naturalmente si usa pane bauletto industriale e Calvè (quando va bene). Tuttavia, in un bacaro di Via Garibaldi sembra che facciano ancora la maionese in casa. Lo proverò.
Con gli zii, quando magari loro prendevano un’ombreta, assaggiavo dei cicheti e un sorso de vin. Allora i cicheti erano cose semplici, alla buona: un po’ di baccalà mantecato su una fettina di polenta, un uovo sodo condito con un cappero, un’acciuga su una fettina di pane, un garusolo (ragusa), ecc. Tutta roba che si mangiava in un boccone. L’ombreta era sempre in un bicchiere di piccole dimensioni ma colmo (ce ne sono ancora in giro così nei posti più tradizionali), ben diversa dai pretenziosi calici odierni pressoché vuoti.

Mozzarella in carrozza con Ombretta in calle della bissa
Infine, come appendici del cibo da strada, c’erano le estive fettine di cocco, tenute sempre fresche da vassoi sovrapposti tipo torta nunziale dove scorreva sempre l’acqua e vendute un po’ ovunque, e il mezzo limone con piantato in mezzo uno stecco di liquirizia, questo invece legato al ricordo di mia nonna al mercato.
Ah, tutto questo non lo chiamavamo street food, al massimo “magnareti”.

Gli stravaganti e poco Veneziani “Cannoli del Doge”
Invece cose che non mi ricordo esistessero e che oggi sono diffusissime sono cannoli siciliani spesso ribattezzati con nomi fantasiosi come i “cannoli del doge” e le pervasive pizzerie. A fine anni 50 la pizza era considerata un piatto esotico a Venezia (un po’ come oggi il pho vietnamita per noi). Per una cena semplice e poco costosa si andava in osteria o dal fritolin che dava frittura di calamari, sarde con polenta e insalata. L’ultimo frotolin ha chiuso qualche anno fa ma in compenso abbiamo il Frito Inn … molto più global.
Francesco Pellizzari


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