Da Lorenzo Pezzica un volume dedicato alla figura del rivoluzionario russo.

Leggendo l’“Introduzione” di Pezzica si ha l’impressione che il “pensiero e l’azione” di Bakunin in Italia siano esposti con una certa indulgenza, trascurandone i limiti e, quel che più conta, facendoli apparire come alternativa positiva al pensiero ed all’azione di Giuseppe Mazzini, mancando però di considerare le smentite che la storia ha dato alle proposte del tipo di quelle avanzate dall’anarchico russo.
Bakunin trascorre in Italia tre anni della sua esistenza, dal 1864 al 1867, che sono quelli in cui sono gettate le fondamenta dello Stato unitario. Il soggiorno in Italia, secondo Pezzica, consente all’anarchico di capire subito l’esistenza sul piano politico di un distacco tra il “Paese legale” e il “Paese reale”, a causa del prevalere dell’ideologia dell’azionismo mazziniano. Nelle linee di frattura tra i due “Paesi”, l’anarchico russo scorge “la possibilità di una rivoluzione sociale capace di cambiare la realtà delle cose”; si impegna perciò a definire la fisionomia di un movimento rivoluzionario attraverso la diffusione dei principi dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Si tratta di un programma che riflette una prospettiva politica diametralmente opposta a quella di Giuseppe Mazzini. Questi, al contrario di Bakunin, aborre la violenza, nel senso che, lottando per la repubblica e il cambiamento delle condizioni sociali chiede che operai e datori di lavoro si “affratellino” in un solo gruppo in reciproca comprensione. Mazzini vuole la pace sociale, là dove Bakunin predica la necessità di una rivoluzione violenta; Mazzini è pervaso da un profondo spirito religioso, mentre Bakunin si professa ateo e materialista; Mazzini, infine, chiede il rispetto delle nazioni, mentre Bakunin, da internazionalista rivoluzionario, predica l’abolizione dei confini nazionali: tutto li divide e tra i due non c’è altro in comune che la comprensione per i gruppi sociali più sofferenti.
Le differenza tra le due personalità sono sostanzialmente inconciliabili. Da una parte, il rivoluzionarismo roboante e chiassoso di Bakunin, che male si adatta alle condizioni sociali ed economiche delle popolazioni degli Stati pre-unitari italiani; da un’altra parte, l’umanitarismo di Mazzini, volto a fondare un’organizzazione comunitaristica dello Stato unitario, per realizzare una generalizzata solidarietà tra le popolazioni di Stati che, nell’arco della loro storia pre-unitara, si sono caratterizzati sulla base di livelli di crescita e sviluppo assai differenti. Da una parte, la passione per una rivoluzione sociale fine a sé stessa, nel senso che non deve seguire alcun programma prestabilito; dall’altra, l’indicazione, sia pure formulata nelle sue linee essenziali, del come deve essere costruita un’organizzazione sociale democratica compiuta, sul piano politico, sociale ed economico.
In sostanza, dal confronto tra Bakunin e Mazzini emerge la vicinanza del genovese, dal punto di vista del metodo, al pensiero politico di Marx, più di quanto non lo sia quella di Bakunin, anche se quest’ultimo è stato utilizzato dallo stesso Marx, convinto che, attraverso l’anarchico russo spedito Italia, fosse possibile portare “delle mine contro Mazzini” e non, come afferma Pezzica, a studiare la situazione italiana e a diffondere i principi dell’Internazionale.
Ipotesi del tutto inverosimile, quest’ultima, se si pensa alle vicende cha hanno caratterizzato la costituzione e la vita dell’Internazionale dal 1964; vicende alla quali Bakunin risulta estraneo, salvo una sua adesione travagliata nel 1868, cui segue una definitiva espulsione nel 1872, a causa dei “dissidi” con Marx; dissidi che possono aver giustificato, prima dell’espulsione, la decisione di Marx di “liberare” l’Internazionale dal superattivismo di Bakunin, mandandolo in Italia a contrastate il programma di colui che, nella fase costituente della stessa Internazionale era stato, con largo seguito, il suo principale alter ego. Per l’avversario politico Mazzini, però, Marx non ha avuto l’incombenza di organizzarne l’espulsione, in quanto volontariamente il patriota italiano si è allontanato dall’attività dell’Internazionale, continuando il suo impegno internazionalista in difesa dei lavoratori e della libertà dei popoli, con la fondazione dell’”Alleanza Repubblicana Universale”.
A parte la lotta di classe e la pervasività della religione nel pensiero, le differenze tra Mazzini e Marx sul piano politico non sono così profonde come quelle che separano entrambi da Bakunin; essi, infatti, sono portatori di una concezione ottimistica dello Stato, da realizzare attraverso la lotta di classe e la soppressione della proprietà privata, per Marx, la solidarietà (fratellanza) coniugata con la conservazione di una proprietà che consenta di rimuovere le sperequazioni sociali e di garantire una paritaria partecipazione alle decisioni pubbliche, per Mazzini. La storia ha sperimentato negativamente gli esiti della concezione ottimistica dello Stato di Marx, mentre la desiderabilità e la fattibilità dell’ipotesi mazziniana non ha mai attirato su di sé l’attenzione che è stata riservata all’ipotesi marxiana. In tempi di crisi economica e sociale, come quelli attuali, e di perdita di credibilità, sia per il socialismo reale d’ispirazione marxiana, che per il capitalismo democratico, pensare di poter attualizzare la proposta di Mazzini sulla base della riflessione moderna della filosofia e delle scienze sociali potrebbe risultare un utile ed appagante esercizio.

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