
Lo Stretto di Hormuz e lo Stretto di Bab el-Mandeb sono le arterie pulsanti dell’economia mondiale, oggi più che mai minacciate da tensioni geometriche e attacchi nel Mar Rosso. Per capire cosa c’è in gioco per la sicurezza globale e i mercati energetici, abbiamo intervistato Faisal J. Abbas, Direttore di Arab News e tra i più autorevoli osservatori delle dinamiche mediorientali.
Direttore Abbas, lo Stretto di Hormuz e lo Stretto di Bab el-Mandeb rappresentano due dei ‘choke points’ marittimi più strategici al mondo. Dal suo osservatorio privilegiato a Riad, in che modo la simultanea instabilità o militarizzazione di queste due vie d’acqua sta ridisegnando gli equilibri di potere e la percezione della sicurezza nell’intera penisola arabica?
Si tratta di una politica deliberata dell’Iran, di cui il mondo intero deve essere consapevole, sia a livello strategico che di risultati. Di fatto, l’Iran sta dirottando le risorse energetiche mondiali e molte altre rotte commerciali e di trasporto essenziali. Per questo motivo Riad continua a lanciare l’allarme, definendo la situazione una sfida internazionale e non solo locale.
Il commercio marittimo attraverso Bab el-Mandeb subisce da tempo forti perturbazioni a causa delle tensioni geopolitiche (come la crisi dei trasporti nel Mar Rosso). In quale misura questa instabilità minaccia o, al contrario, accelera i piani di diversificazione economica dell’Arabia Saudita nell’ambito di Vision 2030, in particolare per i mega-progetti logistici e turistici lungo la costa del Mar Rosso?
Non ha fornito risposta.
Lo Stretto di Hormuz rimane il termometro delle tensioni tra la Repubblica Islamica dell’Iran, i paesi del Golfo e gli Stati Uniti. Negli ultimi anni abbiamo assistito a dinamiche alterne di distensione e di escalation. Qual è la sua valutazione sull’attuale strategia di Teheran nell’area e sulla capacità delle monarchie del Golfo di garantire la libera navigazione?
Questo è il rischio che Stati Uniti e Israele abbiano fatto un lavoro a metà lo scorso febbraio. Si può fare una guerra a metà senza pagarne le conseguenze. Il risultato è che l’Iran ha capito di poter dirottare le rotte commerciali e minacciare la navigazione con conseguenze minime. Non ci si può aspettare che i Paesi del Golfo garantiscano da soli la sicurezza della navigazione nelle acque internazionali; questo deve essere uno sforzo internazionale.

A differenza di Hormuz, dove il confronto è prevalentemente tra attori statali, Bab el-Mandeb vede la forte influenza di attori non statali, come le milizie Houthi in Yemen. Dal punto di vista della leadership editoriale di Arab News, qual è la chiave per risolvere una crisi che non è più solo locale, ma che di fatto tiene in ostaggio le catene di approvvigionamento globali e l’accesso al Canale di Suez?
Questi “attori non statali” possiedono aerei da crociera, missili balistici e droni. Non si tratta quindi di semplici milizie con risorse limitate. Viene da chiedersi come abbiano acquisito queste capacità e, soprattutto, come può il mondo interrompere le rotte del contrabbando e impedire ai fornitori di raggiungerli.
Entrambi gli stretti sono diventati teatro di una densa concentrazione militare internazionale, con la presenza di flotte statunitensi, europee e la base cinese a Gibuti, proprio di fronte a Bab el-Mandeb. Come viene percepita questa massiccia presenza militare straniera dall’opinione pubblica e dalle diplomazie del mondo arabo? È vista come una garanzia di stabilità o come un fattore di ulteriore polarizzazione?
Tante parole, pochi fatti. È evidente che non è stata presa la decisione di impegnarsi a fondo. E mi chiedo quante altre proteste e quanta violenza dovranno scoppiare nelle strade di Parigi e di altre città europee contro il costo della vita prima che la gente finalmente capisca e comprenda che ciò che accade in Medio Oriente non rimane in Medio Oriente… questo ha un impatto diretto sulle vostre tasche, svegliatevi!
Di fronte al rischio costante di chiusura o sabotaggio in questi stretti, si fa un gran parlare di corridoi logistici alternativi, come ferrovie trans-arabiche, oleodotti via terra verso l’Oceano Indiano o il progetto IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor). Pensa che queste infrastrutture commerciali di terra potranno un giorno ridimensionare l’importanza geopolitica di Hormuz e Bab el-Mandeb?
Sì, ma ci vorrà del tempo prima che ciò si concretizzi.
Per concludere, la copertura mediatica di aree così calde oscilla spesso tra l’allarmismo occidentale e la propaganda locale. Come si muove Arab News per offrire una narrazione che sia al contempo accurata per il pubblico internazionale e fedele alla complessa realtà sul campo in Medio Oriente?
Facciamo del nostro meglio. L’integrità editoriale non si può promettere, va dimostrata, e noi ci impegniamo a farlo ogni giorno, sperando di continuare a riuscirci.
Direttore Abbas, parliamo francamente, senza i soliti equilibrismi diplomatici da comunicato stampa. Lei dirige il più importante quotidiano in lingua inglese di una regione che oggi è una polveriera, dove la vita umana sembra valere meno del prezzo di un barile di petrolio che transita per Hormuz o della sicurezza di un cargo a Bab el-Mandeb. Quando si siede alla sua scrivania, in mezzo a questo oceano di propaganda, censure e ipocrisie internazionali, non prova mai una profonda rabbia? Mi dica la verità: il suo giornale ha ancora il coraggio di essere una voce libera e scomoda che racconta l’orrore e la verità del potere, o è solo un elegantissimo megafono per le cancellerie del Golfo?
In realtà è un enorme incentivo per me e il mio team a continuare a lavorare. Non serve a niente maledire l’oscurità, è meglio accendere una candela.
Giuseppe Basilico

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